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Magyarázat mindenre [Explanation For Everything] (Gabor Reisz, Éva Schulze - 2023)

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" Giacomo Matteotti vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medioevale crudeltà e torbido oscurantismo verso qualunque sforzo dei lavoratori volti a raggiungere la propria dignità e libertà. Con questa iniziazione infallibile Matteotti non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c'era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di antitesi istintiva. Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo. Così s'era condotto contro tutti i ministerialismi, senza piegarsi mai. Nel '21 al prefetto di Ferrara che lo chiamava in un momento critico della lotta agraria aveva risposto per telefono: "Qualunque colloquio tra noi è inutile. Se lei vuole conoscere le nostre intenzioni non ha bisogno di me perché ha le sue spie. E delle sue parole io non mi fido". Non fu mai visto cedere alle lusinghe degli uomini del potere costituito né salire volentieri le scale della prefettura. S'era così creata intorno a lui un'atmosfera di astio pauroso da parte degli agrari: mentre lo stimavano capivano che l'avrebbero avuto nemico implacabile. "
Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino, 1924, pp. 29-32.
NOTA: il brano è tratto dall'opuscolo pubblicato alla fine del luglio del 1924, nel vivo della crisi politica ed istituzionale scatenata dalla tragica scomparsa del deputato Matteotti. Il testo riproduceva integralmente un lungo articolo comparso un mese prima con lo stesso titolo sulla rivista di Gobetti La Rivoluzione liberale, così come erano tratti da questa pubblicazione i Cenni biografici sullo scomparso posti in calce all'opuscolo.
พนักงานใหม่ (โปรดรับไว้พิจารณา) [Human Resource] (Nawapol Thamrongrattanarit, 2025)
" La notte si apriva dinanzi a loro come un deserto troppo luminoso. E non sapevano più che cosa farsene l'uno dell'altro, dopo avere con leggerezza dissipato l'esperienza essenziale che è data a un uomo e a una donna. Così decisero per quella che è la risorsa degli uomini del nostro tempo quando non sanno che cosa fare: andare al cinema. E là sedevano, e non c'era buio fondo, e nemmeno buio, semmai appena una certa penombra. E si stringevano la mano, la ragazza e il nostro amico Andreas. Ma, stringendo, la sua mano restava indifferente, e lui stesso ne soffriva: lui stesso. Così, nell'intervallo, decise di andare a bere qualcosa nell'atrio con la bella ragazza, e ci andarono e bevvero. Il cinema non lo interessava più per nulla. Con una certa oppressione tornarono all'albergo. "
Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore e altri racconti (traduzione di Chiara Colli Staude), Adelphi (Piccola Biblioteca), 2012⁴³.
NOTA: il testo originale (Die Legende vom heiligen Trinker) fu pubblicato postumo nel 1939 da Allert de Lange Verlag di Amsterdam, casa editrice in lingua tedesca fondata dall'editore olandese Allert de Lange per pubblicare l'Exilliteratur di scrittori banditi dal Terzo Reich, attivo dal 1933 al 1940.
37°2 le matin [Betty Blue] (Jean-Jacques Beineix, 1986)

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" Nel lessico famigliare mio e di hooyo [mamma] una kurkurei è una donna sposata che ogni tanto arrotondava la magra “paghetta” lasciata dal marito con prestazioni sessuali ben pagate dai militari italiani. Una donna considerata dalla comunità come integerrima, ma che per necessità vendeva la sua vagina, a orari insospettabili, agli ex colonizzatori. Quella donna, quella kurkurei di cui hooyo non mi ha mai svelato il nome forse per paura di macchiarne la fama, per paura di essere la causa di uno svelamento postumo delle mancate virtù della signora, era una conoscente di mia zia. Probabilmente mia zia l’aveva fatta partorire. Non conosco la relazione precisa tra le due. Sta di fatto che quando habaryer [zia materna] Faduma era assente, hooyo veniva lasciata a casa di quella donna. Sempre a Shangani. A pochi passi dal mare e dal suo profumo di tonno. La kurkurei si accorse che hooyo lì sotto era ancora intera. Eeb! Vergogna! “Ti dobbiamo tagliare. Sei troppo grande per rimanere così, capisci?” E poi, in fretta e furia, organizzò tutto. “Prima che le venga il sangue e le scorra sulle cosce, per carità.” Hooyo non aveva ancora avuto la prima mestruazione. Era una bambina. ”
Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio, Bompiani (collana Narratori Italiani), 2023¹; pp. 196-197.
Desert Flower (Sherry Hormann, 2009)
" Io gettai al libro uno sguardo severo e chiesi: «Può lei giurarmi che questo è il libro di maggior successo dell’anno?». «Senza dubbio». «Può affermare che questo è il libro che bisogna assolutamente aver letto?». «Assolutamente». «È davvero un bel libro?». «La sua domanda è del tutto superflua e inopportuna!». «La ringrazio molto» dissi imperturbabile, lasciai dove si trovava il libro che aveva ottenuto il massimo successo di vendita perché bisognava assolutamente averlo letto, e uscii senz’altro aggiungere, ossia in perfetto silenzio. «Uomo ignorante e incolto!» non mancò di gridarmi dietro il libraio, nel suo giustificato corruccio. Ma io lo lasciai dire e continuai per la mia strada, dirigendomi tosto, come in appresso spiegherò e chiarirò, verso l’attigua, imponente banca. "
Robert Walser, La passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Adelphi; 1ª ed. italiana: 1976.
[1ª ed. originale: Der Spaziergang, editore Huber & Co., Frauenfeld, Svizzera, 1917]
Ástin Sem Eftir Er [The Love That Remains] (Hlynur Pálmason, 2025)
" Nella teoria classica delle forme di governo, l’oligarchia, come governo dei molti impotenti da parte di pochi potenti, sta, per così dire, in mezzo, tra la monarchia, il governo di uno, e la democrazia, il governo dei molti o di tutti*. Questo, in teoria. In pratica, si conoscono solo oligarchie, del più vario tipo, più o meno ampie, più o meno strutturate, più o meno gerarchizzate e centralizzate: ma sempre e solo oligarchie. Questo è vero con riguardo alla monarchia, non essendo nemmeno immaginabile, soprattutto negli odierni regimi politici altamente ramificati, un sistema di potere che si regga sulla concentrazione in uno solo. Quello che appare come il monarca o il despota, in realtà è sempre l’espressione di un gruppo organizzato che, in vario modo, lo sostiene e, contemporaneamente, lo tiene imbrigliato. Ma è vero anche, per il verso opposto, con riguardo alla democrazia. "
*Nella concezione moderna, la democrazia è il governo ‘di tutti’, cioè del popolo tutto intero. Nella concezione antica, la democrazia era il governo del démos, da intendersi il ‘popolo minuto’ o, anche, dei poveri, contrapposto all’oligarchia (o aristocrazia) come governo dei ricchi. Era cioè il governo dei molti, o dei più, in quanto, di fatto e per lo più, i poveri sono più numerosi dei ricchi. Ma la democrazia non si sarebbe trasformata in oligarchia se, per ipotesi, vi fossero stati più ricchi che poveri. Aristotele, Politica, 1279b, dice così: «La ragione sembra dimostrare che l’essere pochi o molti sovrani nella polis è un elemento accidentale, l’uno delle oligarchie, l’altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque […] mentre ciò per cui realmente differiscono tra loro la democrazia e l’oligarchia sono la povertà e la ricchezza: di necessità, quindi, dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha oligarchia; dove invece lo hanno i poveri, la democrazia: e tuttavia capita, come abbiamo detto, che quelli siano pochi, e questi molti».
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Gustavo Zagrebelsky, La difficile democrazia, (Collana Lezioni e Letture della Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze), Firenze University Press, 2010. [Corsivi dell’autore]
NOTA: Lectio Magistralis inaugurale dell’anno accademico 2009-2010 dell'Università degli Studi di Firenze.

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Ich war zuhause, aber... [I Was at Home, But...] (Angela Schanelec, 2019)
" Sapete, Nasten'ka, fin dove sono arrivato? Sapete che sono già costretto a festeggiare l'anniversario delle mie sensazioni, che un volta amavo tanto, che non sono mai esistite, perché questo anniversario si festeggia per quei sogni sciocchi ed eterei, e io lo devo fare, perché anche questi sciocchi sogni non esistono più; e non sapere come tenerli in vita, anche i sogni muoiono! Sapete che mi compiaccio ora, a date stabilite, di ricordare e visitare quei posti dove sono stato felice nel passato, che mi piace costruire il mio presente in armonia con il passato già irrevocabile, e spesso vago come un'ombra senza scopo e senza meta, triste e malinconico, per le tortuose vie di Pietroburgo.
Che ricordi! Mi viene in mente, per esempio, che proprio qui, esattamente un anno fa, in questo periodo, a quest'ora precisa, su questo stesso marciapiede, camminavo altrettanto solo e triste come adesso. E ti ricordi che anche allora i sogni erano tristi, anche se la vita non era meglio, e tuttavia ti sembra che sia stata più facile e più tranquilla, come se quei pensieri cupi, che mi hanno assalito, non fossero mai esistiti, e nemmeno quei rimorsi di coscienza, rimorsi tetri e tristi che né di giorno né di notte ti danno pace. E ti chiedi: 'Dove sono i tuoi sogni?', e scuotendo la testa dici: 'Come volano in fretta gli anni!'. E di nuovo ti chiedi: 'Che cosa hai fatto con i tuoi anni? Dove hai sepolto il tuo tempo migliore? Hai vissuto o no?'. "
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, traduzione di Claudia Zonghetti, Mondadori (collana Oscar)
Nota: il celebre racconto giovanile di Dostoevskij fu pubblicato per la prima volta sulla rivista letteraria «Annali patrii» (Отечественные записки) il 31 ottobre 1848.
Le roman de Jim [Jim's Story] (Arnaud Larrieu, Jean-Marie Larrieu - 2024)
“ Un giorno, un industriale napoletano ebbe un'idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. Il rame delle casseruole e dei ruoti vi luccicava, il forno vi ardeva sempre; tutte le pizze vi si trovavano: pizza al pomidoro, pizza con muzzarella e formaggio, pizza con alici e olio, pizza con olio, origano e aglio. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana. È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano.
Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche. Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte. Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l'hanno col pomidoro e con l'aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza. “
Matilde Serao, Il ventre di Napoli. (Corsivi dell’autrice)
[Edizione originale: fratelli Treves, Milano, 1884]
سكر بنات (Sukkar banat) [Caramel] (Nadine Labaki, 2007)

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" Il giorno dei funerali [di Lenin], il 27 gennaio, coincideva con quello del mio compleanno e così non potei festeggiarlo. Mio padre mi disse: Il tuo compleanno viene abolito -quasi si trattasse di un nuovo decreto del potere sovietico- ormai questo sarà sempre un giorno di lutto. Festeggeremo la tua nascita il 27 maggio, quando la natura si risveglia e tutto fiorisce. La cosa piú interessante è che mio padre ed io andammo insieme all'anagrafe di via Petrovka per cambiare il mio atto di nascita. Sbalordito per la richiesta di Larin, il funzionario dell'anagrafe si oppose e ci consigliò di festeggiare il compleanno il 27 maggio, ma senza cambiare il documento. Finalmente si arrese. E cosí, dieci anni dopo la mia nascita fui registrata una seconda volta. In base al mio nuovo atto di nascita mi venne rilasciato il passaporto, dal quale ancora oggi risulta che sono nata il 27 maggio. "
Anna Larina, Ho amato Bucharin, (traduzione di Giuseppina Cavallo e Lucetta Negarville, collana Albatros) Editori Riuniti, Roma, 1989¹; pp. 253-254.
[ Edizione originale: Незабываемое [Indimenticabile], memorie pubblicate per la prima volta nel 1988 sulla rivista letteraria sovietica Знамя (Vessillo) e subito dopo in volume ]
舟を編む [The Great Passage] (Yuya Ishii, 2013)