" C’erano stati terremoti; globi infuocati erano caduti dal cielo incendiando i tetti di paglia delle case; un drago terribile era apparso nell’aria uccidendo molte persone col suo fiato puzzolente. Il giorno dopo la gente cominciò ad assalire gli ebrei per le malefatte da loro commesse contro i cristiani. Frugando nella casa di un ebreo di nome Bananias si trovò in una stanza appartata, dentro lo scrigno in cui egli teneva denaro e segreti, una pelle di montone scritta dentro e fuori in caratteri ebraici, sigillata. Il cordone del sigillo era di seta color porpora. Il sigillo, d’oro purissimo, del peso di 19 fiorini fiorentini, era un crocifisso scolpito con molta arte, che raffigurava un ebreo o saraceno mostruoso in cima a una scala appoggiata alla croce, in atto di defecare sul dolce viso del Salvatore. Ciò aveva richiamato l’attenzione sullo scritto: due ebrei battezzati ne avevano esposto il contenuto. A questo punto Bananias, insieme ad altri sei correligionari in grado di leggere abbastanza bene l’ebraico, erano stati imprigionati e sottoposti a tortura. L’interpretazione che essi avevano dato dello scritto era stata più o meno la stessa («satis sufficienter unum et idem dicebant, vel quasi similia loquebantur»). Tre teologi cristiani l’avevano tradotta dall’ebraico in latino, con tutta la diligenza possibile. Di questa traduzione, Filippo d’Angiò dava il testo integrale.
Era una lettera, rivolta al gloriosissimo e potentissimo Amicedich, re di trentun regni (Gerico, Gerusalemme, Hebron eccetera), a Zabin sultano di Azor, a Sua Magnificenza Jodab di Aodon e Semeren, e ai loro viceré e coadiutori. A tutti costoro Bananias, con tutto il popolo d’Israele, dichiarava prosternandosi soggezione e obbedienza. Piú volte, fin dall’anno 6294 dalla creazione del mondo, Sua Maestà il re di Gerusalemme si era degnato, attraverso il suo intermediario il vicerè di Granada, di stringere un patto perpetuo col popolo ebraico, inviandogli un messaggio. In esso si riferiva che Enoch e Elia erano apparsi ai saraceni sui monte Taber, per insegnar loro la legge ebraica; in una fossa della valle del Sinai era stata ritrovata l’arca perduta del Vecchio Testamento, che successivamente era stata scortata con gran giubilo da fanti e cavalieri nella città di Ay; dentro l’arca erano state rinvenute la manna inviata da Dio nel deserto, ancora incorrotta, insieme alle verghe di Mosè e Aronne e alle tavole della Legge scolpite dal dito stesso di Dio; di fronte a questo miracolo tutti i saraceni avevano dichiarato di volersi circoncidere, convertendosi alla fede del Dio degli ebrei. Ad essi avrebbero restituito Gerusalemme, Gerico e Ay, sede dell’arca; in cambio, però, gli ebrei dovevano consegnare ai saraceni il regno di Francia e l’illustre città di Parigi. Appresa questa volontà del vicerè di Granada, continuava Bananias, noi ebrei escogitammo uno stratagemma astutissimo: nei pozzi, nelle fontane, nelle cisterne e nei fiumi versammo polveri confezionate con erbe amare e sangue di rettili velenosi, per sterminare i cristiani, facendoci aiutare lo quest’impresa dai lebbrosi, che avevamo corrotto con ingenti somme di denaro. "
Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989¹.

















