Πράσινη θάλασσα [Green Sea] (Angeliki Antoniou, 2020)

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Πράσινη θάλασσα [Green Sea] (Angeliki Antoniou, 2020)

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" Recentemente, mentre in una cerchia di giovani studiosi di scienze naturali discutevo non solo dei problemi attuali della loro scienza, ma anche della storia della donna in occidente, uno dei giovani - evidentemente deciso una buona volta a parlar chiaro - affermò: bisognava smetterla di piangere sulla sorte della donna in passato. Che lei si assoggettasse all'uomo, che lo curasse, che lo servisse - esattamente questa era stata la condizione perché l'uomo potesse concentrarsi sulla scienza, o anche sull'arte, e dare risultati di altissimo livello in entrambi i settori. Il progresso era stato ed era impossibile in altro modo, per il resto si trattava di ciance sentimentali. Un mormorio si levò nella sala. Trovai che l'uomo aveva ragione. Solo così si può ottenere il genere di progresso nell'arte e nella scienza cui siamo abituati: risultati record, fuori della norma. Si può ottenere solo con la spersonalizzazione. "
Christa Wolf, Premesse a Cassandra (Quattro lezioni su come nasce un racconto), traduzione e note di Anita Raja, edizioni E/O, Roma, 1984¹.
[Edizione originale: Voraussetzungen einer Erzählung: Kassandra. Frankfurter Poetik-Vorlesungen, Luchterhand Verlag, Darmstadt/Neuwied, BRD, 1983]
Los domingos [Sundays] (Alauda Ruiz de Azúa, 2025)
" Il prete si nascose il volto tra le mani come per asciugar via chissà quale stanchezza. «Vuoi sapere una cosa, Fausto?» Disse poi sottovoce: «Ti invidio. Ti ho sempre invidiato. Tu dirai che bestemmio, ma questo penso: che tu sei fortunato perché la tua sofferenza è con te, ogni minuto. Ti stimola. Ti libera. Fammi smettere, per favore, non lasciarmi parlare». «Continua invece» respirò ampiamente lui «di’ di’.» «Davvero non faccio male? Non vorrei… Sapessi, ci ho pensato tanto in questi anni.» Tremava appena sotto le mani levate a tormentare le guance, le tempie. Pensai di alzarmi in piedi, ma quella ghiaia non m’avrebbe permesso di allontanarmi nel silenzio desiderato. «Avanti. Parla» rise quieto lui «niente può farmi ancora effetto. A questo punto: parla.» «Non dire così» si contristava il prete. «Ti conosco. Tu cerchi di difenderti con questa superbia e invece…» «Invece? Coraggio.» «Non so. Non so più niente» parve arrendersi l’altro.
Era pallidissimo, vedevo l’ombra delle occhiaie vibrare nella trama di minuscole vene. La voce scattò come cercando convinzione in se stessa. «Mi sembra che la tua croce ti illumini. Che sia, possa essere la tua ragione di vita. Cioè di salvezza. Sei salvo, tu. Per questo ti invidio. Perché sei già perdonato. Invidio i pazzi, i deficienti, i malati, i bambini innocenti. Solo loro sanno capire e vedere. Più di me.» Lui aveva acceso una sigaretta e fumava lasciandola dondolare dal labbro. «Ci credi al diavolo, cugino?» disse poi soavemente. Il prete ebbe una debole mossa con le spalle. Le mani lasciarono le tempie per sfregare gli occhi. «Non lo sai. Già» seguitò lui senza staccare la sigaretta, il profilo di pietra. «Dovresti crederci invece. Finché il mondo ha avuto paura del diavolo tutto è stato diverso. C’erano i demoni buoni e i demoni cattivi. Briganti e carabinieri, insomma, la vecchia storia. Dico sciocchezze? Finiti i cattivi, anche i buoni hanno perso la faccia. Sparisce il diavolo, e subito spariscono i miracoli. O sbaglio?» «Buono, Fausto, buono» mormorò il prete. "
Giovanni Arpino, Il buio e il miele, Baldini & Castoldi (collana Romanzi e Racconti, n° 5), 1993 [Edizione originale: 1969]; pp. 56-57.
Il signore delle formiche (Gianni Amelio, 2022)

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" C’erano stati terremoti; globi infuocati erano caduti dal cielo incendiando i tetti di paglia delle case; un drago terribile era apparso nell’aria uccidendo molte persone col suo fiato puzzolente. Il giorno dopo la gente cominciò ad assalire gli ebrei per le malefatte da loro commesse contro i cristiani. Frugando nella casa di un ebreo di nome Bananias si trovò in una stanza appartata, dentro lo scrigno in cui egli teneva denaro e segreti, una pelle di montone scritta dentro e fuori in caratteri ebraici, sigillata. Il cordone del sigillo era di seta color porpora. Il sigillo, d’oro purissimo, del peso di 19 fiorini fiorentini, era un crocifisso scolpito con molta arte, che raffigurava un ebreo o saraceno mostruoso in cima a una scala appoggiata alla croce, in atto di defecare sul dolce viso del Salvatore. Ciò aveva richiamato l’attenzione sullo scritto: due ebrei battezzati ne avevano esposto il contenuto. A questo punto Bananias, insieme ad altri sei correligionari in grado di leggere abbastanza bene l’ebraico, erano stati imprigionati e sottoposti a tortura. L’interpretazione che essi avevano dato dello scritto era stata più o meno la stessa («satis sufficienter unum et idem dicebant, vel quasi similia loquebantur»). Tre teologi cristiani l’avevano tradotta dall’ebraico in latino, con tutta la diligenza possibile. Di questa traduzione, Filippo d’Angiò dava il testo integrale.
Era una lettera, rivolta al gloriosissimo e potentissimo Amicedich, re di trentun regni (Gerico, Gerusalemme, Hebron eccetera), a Zabin sultano di Azor, a Sua Magnificenza Jodab di Aodon e Semeren, e ai loro viceré e coadiutori. A tutti costoro Bananias, con tutto il popolo d’Israele, dichiarava prosternandosi soggezione e obbedienza. Piú volte, fin dall’anno 6294 dalla creazione del mondo, Sua Maestà il re di Gerusalemme si era degnato, attraverso il suo intermediario il vicerè di Granada, di stringere un patto perpetuo col popolo ebraico, inviandogli un messaggio. In esso si riferiva che Enoch e Elia erano apparsi ai saraceni sui monte Taber, per insegnar loro la legge ebraica; in una fossa della valle del Sinai era stata ritrovata l’arca perduta del Vecchio Testamento, che successivamente era stata scortata con gran giubilo da fanti e cavalieri nella città di Ay; dentro l’arca erano state rinvenute la manna inviata da Dio nel deserto, ancora incorrotta, insieme alle verghe di Mosè e Aronne e alle tavole della Legge scolpite dal dito stesso di Dio; di fronte a questo miracolo tutti i saraceni avevano dichiarato di volersi circoncidere, convertendosi alla fede del Dio degli ebrei. Ad essi avrebbero restituito Gerusalemme, Gerico e Ay, sede dell’arca; in cambio, però, gli ebrei dovevano consegnare ai saraceni il regno di Francia e l’illustre città di Parigi. Appresa questa volontà del vicerè di Granada, continuava Bananias, noi ebrei escogitammo uno stratagemma astutissimo: nei pozzi, nelle fontane, nelle cisterne e nei fiumi versammo polveri confezionate con erbe amare e sangue di rettili velenosi, per sterminare i cristiani, facendoci aiutare lo quest’impresa dai lebbrosi, che avevamo corrotto con ingenti somme di denaro. "
Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989¹.
Разжимая кулаки [Unclenching the Fists] (Kira Kovalenko, 2021)
" Ci sono le corporazioni studentesche, a Heidelberg, le confraternite che organizzano dei duelli al pugnale, i Mensuren, illegali ma tollerati in quanto folkloristici e tradizionali, importanti per la formazione patriottica del bravo tedesco. Nel ’32, poi, in città arriva Hitler; il borgomastro gli ha concesso l’uso della Stadthalle e gli studenti di sinistra si preparano a riceverlo, pensando di organizzare un contraddittorio. In quanto ‘esperta’ di opposizione al fascismo, per averlo sperimentato in prima persona in Italia da perseguitata, Joyce [Salvadori] viene scelta dai compagni come loro portavoce. Dovrà illustrare le loro ragioni e butta giù anche una scaletta per il suo intervento, ma le cose vanno diversamente. Già la sera prima del comizio si capisce che aria tira, con i bivacchi di nazisti in uniforme che occupano la città tra bevute e canzoni tra il patriottico e l’osceno. La descrizione di Joyce di quelle ore è l’istantanea della tenebra che, già apparsa in Italia, si è fatta ancora più scura e paurosa e comincia ad allungarsi su tutto il continente senza trovare opposizione:
L’indomani la città era in stato d’assedio, riempita di camicie cachi e vessilli rossi, i negozi erano chiusi, le strade bloccate, la gente tappata in casa. Dal balcone del municipio, altoparlanti potentissimi diffondevano ovunque il nevrotico, cadenzato abbaiare della voce di Hitler, il fragore degli applausi, l’esplodere delle canzoni. Altro che contraddittorio! Ero molto scossa. Corsi all’università in cerca dei miei professori. Ne trovai un paio all’entrata, non mi ricordo nemmeno chi fossero, e concitatamente descrissi loro quel che stava accadendo. Mi guardarono con un sorriso di paziente sopportazione. «Non se la prenda», mi dissero. «Quando quei ragazzoni si saranno sfogati, tutto tornerà come prima». La loro ottusità mi sconvolse; e quando trovai Jaspers e Rickert, la risposta non fu molto diversa. Feci allora alcune riflessioni sugli accademici, le università e la cultura libresca. Forse, la cultura che mi serviva, avrei dovuto cercarla da un’altra parte. "
Silvia Ballestra, La Sibilla. Vita di Joyce Lussu, Laterza (collana I Robinson / Letture), 2022¹; pp. 29-30.
悪は存在しない (Aku wa Sonzai Shinai) [Evil Does Not Exist] (Ryusuke Hamaguchi, 2023)
" Da giovani ci formiamo delle abitudini di lavoro che crediamo dureranno per tutta la vita, resistendo a ogni catastrofe. Per vent'anni devo aver scritto cinquecento parole al giorno per cinque giorni ogni settimana. Sono in grado di produrre un romanzo all'anno, compreso il tempo per rivedere e correggere il dattiloscritto. Sono sempre stato molto metodico e quando la mia quota di lavoro è raggiunta interrompo, anche a metà di una scena. Di tanto in tanto, durante la mattinata di lavoro, conto quello che ho fatto e faccio un segno sul manoscritto ogni cento parole. Il proto non deve perdere tempo con le misure perché sulla prima pagina del mio dattiloscritto è indicata la cifra complessiva: 83.764, mettiamo. Quando ero giovane nemmeno le storie d'amore facevano saltare il programma. L'amore doveva cominciare dopo pranzo, e per quanto tardi andassi poi a letto, sempre che fosse il mio letto, rileggevo il lavoro della mattina e ci dormivo sopra. Nemmeno la guerra mi toccò più di tanto. Una lieve zoppia mi escluse dall'esercito, e quando ero nella Difesa Civile i miei colleghi erano ben contenti che non scegliessi mai i tranquilli turni della mattina per la libera uscita. Risultato, mi guadagnai una falsa reputazione di impiegato zelante, ma ero puntiglioso solo per la mia scrivania, il mio foglio di carta, per quella quota di parole che colava lenta, metodica, dalla mia penna. Ci volle Sarah per scombinare la mia disciplina autoimposta. "
Graham Greene, Fine di una storia, traduzione di Alessandro Carrera, Prefazione di Scott Spencer, Postfazione e cura di Domenico Scarpa, Collana La memoria n. 1295, Palermo, Sellerio, 2024¹; pp. 71-72.
[Prima edizione originale: The End of the Affair, London: William Heinemann, 1951]

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The Witness (Nader Saeivar, 2024)
" Se la cartina al tornasole di ogni democrazia è il livello di tolleranza verso le proprie minoranze, Israele è ben lungi dal poter essere considerato uno stato democratico. Ad esempio, dopo le nuove conquiste territoriali, il governo israeliano approvò diverse leggi che garantivano una posizione di superiorità alla maggioranza ebraica dello stato: quelle sulla cittadinanza, sulla proprietà fondiaria e, soprattutto, la legge sul ritorno, che concede automaticamente la cittadinanza israeliana a ogni ebreo del mondo, ovunque si trovi. Questa norma nello specifico è palesemente antidemocratica, poiché è accompagnata dal rifiuto categorico di riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi, sancito a livello internazionale dalla risoluzione 194 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite del 1948. Questo diniego impedisce ai cittadini palestinesi di Israele di riunirsi ai loro familiari o a coloro che furono espulsi nel 1948. Negare alle persone il diritto al ritorno nella propria patria e allo stesso tempo concedere lo stesso diritto ad altri che non hanno alcun legame con questa terra è senza dubbio una pratica antidemocratica. "
Ilan Pappé, Dieci miti su Israele, traduzione di Federica Stagni, postfazione di Chiara Cruciati, Tamu editore, 2022.
[Edizione originale: Ten Myths About Israel, New York: Verso, 2017]
Magyarázat mindenre [Explanation For Everything] (Gabor Reisz, Éva Schulze - 2023)
" Giacomo Matteotti vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medioevale crudeltà e torbido oscurantismo verso qualunque sforzo dei lavoratori volti a raggiungere la propria dignità e libertà. Con questa iniziazione infallibile Matteotti non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c'era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di antitesi istintiva. Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo. Così s'era condotto contro tutti i ministerialismi, senza piegarsi mai. Nel '21 al prefetto di Ferrara che lo chiamava in un momento critico della lotta agraria aveva risposto per telefono: "Qualunque colloquio tra noi è inutile. Se lei vuole conoscere le nostre intenzioni non ha bisogno di me perché ha le sue spie. E delle sue parole io non mi fido". Non fu mai visto cedere alle lusinghe degli uomini del potere costituito né salire volentieri le scale della prefettura. S'era così creata intorno a lui un'atmosfera di astio pauroso da parte degli agrari: mentre lo stimavano capivano che l'avrebbero avuto nemico implacabile. "
Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino, 1924, pp. 29-32.
NOTA: il brano è tratto dall'opuscolo pubblicato alla fine del luglio del 1924, nel vivo della crisi politica ed istituzionale scatenata dalla tragica scomparsa del deputato Matteotti. Il testo riproduceva integralmente un lungo articolo comparso un mese prima con lo stesso titolo sulla rivista di Gobetti La Rivoluzione liberale, così come erano tratti da questa pubblicazione i Cenni biografici sullo scomparso posti in calce all'opuscolo.
พนักงานใหม่ (โปรดรับไว้พิจารณา) [Human Resource] (Nawapol Thamrongrattanarit, 2025)

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" La notte si apriva dinanzi a loro come un deserto troppo luminoso. E non sapevano più che cosa farsene l'uno dell'altro, dopo avere con leggerezza dissipato l'esperienza essenziale che è data a un uomo e a una donna. Così decisero per quella che è la risorsa degli uomini del nostro tempo quando non sanno che cosa fare: andare al cinema. E là sedevano, e non c'era buio fondo, e nemmeno buio, semmai appena una certa penombra. E si stringevano la mano, la ragazza e il nostro amico Andreas. Ma, stringendo, la sua mano restava indifferente, e lui stesso ne soffriva: lui stesso. Così, nell'intervallo, decise di andare a bere qualcosa nell'atrio con la bella ragazza, e ci andarono e bevvero. Il cinema non lo interessava più per nulla. Con una certa oppressione tornarono all'albergo. "
Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore e altri racconti (traduzione di Chiara Colli Staude), Adelphi (Piccola Biblioteca), 2012⁴³.
NOTA: il testo originale (Die Legende vom heiligen Trinker) fu pubblicato postumo nel 1939 da Allert de Lange Verlag di Amsterdam, casa editrice in lingua tedesca fondata dall'editore olandese Allert de Lange per pubblicare l'Exilliteratur di scrittori banditi dal Terzo Reich, attivo dal 1933 al 1940.
37°2 le matin [Betty Blue] (Jean-Jacques Beineix, 1986)