Penso non ci sia altro da dire.
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Penso non ci sia altro da dire.

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Il gatto.
“ La maestra puntò la bacchetta sull'immagine di una chitarra acustica. «Chi vuole sillabare questa parola?». Alzai la mano, col sorriso della certezza stampato in faccia. « G-H-I-T-A-R-E . Ghitare». La classe scoppiò a ridere. «Marilena, in italiano questa è una chitarra . So che in africano è diverso. Cerca solo di non confondere più le due lingue, va bene?». L’ africano raggruppava, a dire della maestra Pennacchia, le migliaia di lingue e dialetti che costellavano l’Africa intera. Ghitare fu la prima di tante parole che dovetti re-imparare a scuola. Cortero fu corretto in coltello, AISE in AIDS.
Mamma mi parlava in un italiano immigrato. Un misto di parole francesi, bergamasche e rwandesi. Era un italiano approssimato il suo, appreso da cartoni animati e vicini di casa che parlavano solo dialetto. Quel pomeriggio, di rientro dal lavoro, mamma accostò una sedia alla mia per leggere con attenzione ciò che stavo scrivendo. «Vai via, smettila di farmi sbagliare». La scansai, ma lei non accennò a muoversi. «Oggi la maestra ci ha spiegato che ghitare non è una parola. Si dice chitarra, e si scrive in questo modo…». Fu così che mia madre – lei che in Rwanda era stata direttrice e insegnante di filosofia, chimica, algebra, letteratura e lingua francese, corse a prendere carta e penna. Da brava studentessa, copiò la parola che avevo appena scritto cinque volte. Fu la prima di tante lezioni d’italiano a venire. “
Marilena Umuhoza Delli, Negretta. Baci razzisti, Red Star Press (collana Tutte le strade), 2020.
Depongono le armi al capezzale
di ventimila bimbi addormentati,
come se si potessero svegliare,
come se si potesse perdonare.

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Questa notte, tra il 12 e il 13 dicembre, è la notte di Santa Lucia. Qui da noi, in queste terre modellate da valli e pianura, è sempre stata la vera notte dei regali. Arriva lei, con l’asinello, e lascia i doni ai piedi del letto. Ai bambini buoni giocattoli, libri, dolciumi; ai monelli un pezzo di carbone dolce, nero fuori e zuccheroso dentro. Io quel carbone l’ho trovato davvero, una mattina, quando ero così piccolo che tra le coperte e il bordo del letto c’era ancora mezzo metro di spazio per appoggiare un trattore rosso o una scatola di matite.
Da queste parti Santa Lucia conta più di Babbo Natale. Natale è bello, sì, ma è una festa “da grandi”: luci, cenoni, parenti. Santa Lucia invece è solo per i bambini, è intima, arriva di nascosto, e la mattina ti svegli con quel profumo di mandarini e di cose nuove che non ti aspettavi.
Sono passati molti anni, eppure la tradizione tiene. I negozi si riempiono ancora di letterine, le mamme nascondono i pacchi nei posti più assurdi, i papà fingono di dormire profondamente mentre l’asinello fa tintinnare i campanellini in soggiorno. È una di quelle cose che resistono, come un vecchio albero che continua a fare fiori anche se intorno hanno costruito un parcheggio. Però si sentono i primi scricchiolii. Qualche bambino arriva dalla Siria o dall’Ucraina e non sa chi sia questa signora con l’asinello; qualcun altro ha genitori che “non credono a queste cose” e gli comprano tutto su Amazon a novembre. Piccole crepe, ma fanno rumore.
Quando ero piccolo il mangia dischi accendeva le Fiabe Sonore e partiva quella canzone: A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar. Venite con me nel mio mondo fatato per sognar…
Bastavano quelle note e già eri altrove. Non serviva l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella. Bastava un po’ di fantasia e di bontà. Io stasera un desiderio a Santa Lucia glielo chiedo lo stesso, anche se ho le rughe e le ginocchia che scricchiolano più della tradizione: fai che i bambini di oggi provino almeno una volta quella stessa stretta al petto la mattina del 13. Che trovino il regalo ai piedi del letto e per un secondo il mondo sia davvero buono, intero, giusto. Perché se da piccoli ti lasciano credere che esiste la bontà, poi da grandi fai più fatica a dimenticartene del tutto.
Oggi è tutto più difficile. Le guerre non sono più “laggiù”, arrivano sul telefono mentre fai colazione. I bambini vedono video di città distrutte prima ancora di sapere cosa sia una città. Gli orrori non si nascondono più dietro il giornale chiuso sul tavolo, sono lì, a colori, con la notifica che vibra. E ti rubano l’infanzia a rate, un reel dopo l’altro.
Io non so più dove guardare. Vorrei chiudere gli occhi, ma non si può. Bisogna vedere, capire, fare qualcosa, anche solo dire basta a voce alta.
Santa Lucia, se proprio non riesci a portare la gioia a tutti i bambini del mondo (e lo so che è tanto chiedere), allora almeno illumina un po’ la testa degli adulti. Ridacci un briciolo di quella luce che avevi negli occhi tu, anche quando ti cavarono per fede. Fammi la grazia di un po’ più di umanità in giro, che forse è l’unico modo per salvare quello che resta dell’infanzia.
Adesso spengo la luce. Domani mattina forse non troverò niente ai piedi del letto, ma ci spero lo stesso. In fondo sono sempre quel bambino con le gambe corte e il cuore grande abbastanza per contenere ancora qualche fiaba.
Devo spegnere il mio lato sognatore forse, il mondo è crudele. Il mondo è impossibile da vivere in alcune zone. La morte spesso è un dono, che rimuove sofferenze inaudite.
Foto: Eileen Dunne, una bambina britannica, diventata un'icona della Seconda Guerra Mondiale, fotografata a soli tre anni nel settembre 1940, ferita durante il Blitz (i bombardamenti tedeschi su Londra) e ricoverata al Great Ormond Street Hospital con la testa fasciata mentre stringe forte la sua bambola, simbolo straziante di innocenza e resilienza di fronte alla distruzione della guerra, con la foto pubblicata anche su Life.
✍️💞🍂🏡
Ciclamini e felicità
Ci sono infanzie che profumano di terra umida e mani fredde.
La mia ha il colore dei ciclamini.
Arrivavano così, tra foglie cadute e sentieri stretti, nascosti come piccoli segreti del bosco. Non li cercavo davvero. Li trovavo. E ogni volta era come scoprire un tesoro che esisteva solo per me.
Mi chinavo piano, quasi per non disturbare il silenzio. Le dita affondavano nel muschio con quella cura istintiva che hanno solo i bambini quando sentono di fare qualcosa di importante. Il gambo sottile tra le mani, il cuore che batte un po’ più forte. Non era solo un fiore. Era una missione.
Poi il ritorno a casa, con il pugno chiuso per proteggerli dal vento. I petali appena sgualciti, ma ancora fieri. E il momento più grande: porgerli alla mamma. Nessun nastro, nessun vaso elegante. Solo un gesto semplice, pieno di tutto.
Lei sorrideva. Sempre.
E in quel sorriso c’era una magia che allora non sapevo nominare: la scoperta che si può regalare felicità con quasi niente.
Oggi i ciclamini li incontro altrove. Nei vivai, sui balconi ordinati, tra vasi perfetti e stagioni che scorrono veloci. Sono bellissimi, sì. Ma dentro di me restano ancora quelli raccolti nei boschi. Quelli con la terra sotto le unghie, le ginocchia sporche e il cuore enorme.
Perché certi fiori non crescono solo nei prati. Crescono nella memoria.
Li amo perché sono fiori che parlano piano, ma restano a lungo. Hanno petali sottili, piegati all’indietro come piccole ali, foglie che sembrano cuori dipinti a mano. Sono la bellezza fuori stagione, quella che arriva quando meno te l’aspetti.
Non sono fragili come sembrano. Resistono al freddo e al tempo, ma conservano una delicatezza ostinata. Non sono fiori da esibire: sono fiori da vivere. Da tenere vicino. Hanno qualcosa di domestico, quasi confidenziale, come una tazza calda tra le mani.
Per me raccontano affetto sincero, amore timido, protezione.
Legami profondi, silenziosi, veri.
Forse è per questo che continuo a fermarmi davanti a loro. Non solo per nostalgia, ma perché ogni ciclamino è un ponte invisibile tra quello che ero e quello che sono.
E ogni volta che li guardo, attraversarlo diventa facile.
Basta un fiore.
E torno a casa.