Papa Leone XIV: "Sono venuto senza discorso, ma con fame"
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
«Sono venuto senza discorso, ma con fame». Le parole pronunciate da Leone XIV sabato, davanti ai poveri di Castel Gandolfo, meritano di essere ascoltate fino in fondo. I pochi media che hanno riportato la notizia si sono concentrati sul gesto, qualcuno sull’ingiustizia che genera povertà e disuguaglianza. Ma quasi nessuno si è fermato su quel punto: il Papa ha detto di avere fame.
Ho fame anch’io.
È una frase che non si ascolta al G7, nei vertici Nato, nelle dichiarazioni solenni dei governi. Eppure forse è la più necessaria. Per una volta, allora, non parto dai fronti che questo blog segue abitualmente: Medio Oriente, Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Italia. Non perché non contino. Contano, e molto. Ma da soli non bastano a dire ciò di cui abbiamo più bisogno. Anzi: è proprio per questo che vale la pena guardarli, per riportare al centro ciò che troppo spesso resta fuori dal discorso pubblico. Avere fame sembra una condizione da cui fuggire. Eppure esiste una fame che salva: quella di verità, di giustizia, di un significato che non sia deciso da chi dispone del potere. Viviamo un tempo di confusione profonda. Nelle mani di pochi si è concentrata una forza immensa: finanziaria, militare, tecnologica, informativa. L’uomo comune rischia così di restare in balìa di decisioni prese altrove, da poteri sempre più distanti dalla sua vita e dalle sue domande essenziali. La distanza non è soltanto materiale o politica: è anzitutto uno sguardo che ha smesso di vedere la persona. Don Luigi Giussani chiamava questa domanda irriducibile «senso religioso»: la struttura originaria del cuore, il bisogno di verità, di felicità e di destino che nessuna tecnica, nessun sistema e nessun potere riescono a cancellare. È da questa fame che dipende la possibilità di sottrarci a una fine già scritta: una sopravvivenza amministrata, forse più comoda, ma priva di ragioni per vivere. So bene quanto sia scivoloso parlare di giustizia universale, e non credo che Leone XIV stia promettendo un nuovo assetto del mondo. La giustizia di cui parla è più radicale: afferma che ogni uomo, qualunque sia la sua condizione, possiede un valore che nessun potere può attribuire o revocare. Non è la promessa di un sistema perfetto. È il riconoscimento di una dignità. Ma il Papa sta dicendo anche qualcosa di più. Non è nuovo che la Chiesa parli ai potenti: lo ha fatto in ogni secolo. È nuovo, semmai, che torni a farlo con questa chiarezza, dopo anni nei quali sembrava aver rinunciato a misurarsi apertamente con i tavoli del potere. La Chiesa intende dialogare con le istituzioni, ma senza rinunciare a chiamare le cose con il loro nome. Al Concistoro straordinario di fine giugno, il cardinale Víctor Manuel Fernández ha formulato davanti ai governi europei una verità che raramente entra nei verbali della politica: il diritto internazionale viene spesso applicato al nemico e sospeso per l’alleato. Ne ho scritto qui: (Card. Fernandez: La Ue nella politica estera applica il doppio standard). Il pranzo di Castel Gandolfo e quella diagnosi appartengono alla stessa direzione: riportare la realtà davanti agli occhi, a partire dall’uomo concreto. Se questa strada verrà percorsa fino in fondo, potrà aprirsi qualcosa di nuovo. La Chiesa custodisce una parola che il potere teme: la parola che ricorda all’uomo chi è, quanto vale e per che cosa è fatto. Forse è anche per questo che una delle occupazioni più assidue del potere consiste nel corrompere la nostra percezione della realtà, prima ancora che quella parola possa essere ascoltata. Non riprendo le parole del Papa per costruirci sopra un articolo. Le riprendo perché, da qui in avanti, avremo bisogno di ricordarci a vicenda ciò che conta
Ecco una versione più compatta e ordinata, con il pranzo lasciato sullo sfondo e il centro spostato sul significato delle parole, sul “luogo” e sul criterio di giudizio che ne deriva.
I fatti e la domanda
Sabato 11 luglio Leone XIV ha pranzato a Castel Gandolfo con persone e famiglie in condizioni di fragilità. Non è il contorno dell’iniziativa a colpire, ma la frase con cui il Papa ha scelto di aprirla:
«Sono venuto senza discorso, ma con fame. Con fame di giustizia, fame di autentica carità, fame per una Chiesa che veramente sa aprire le porte, accogliere, ricevere tutti».
Poi ha precisato il contenuto di quella fame: una Chiesa «dove nessuno è nemico», nella quale si possa vivere la riconciliazione, il perdono e la pace.
E ha indicato una direzione:
«Un luogo dove si possono eliminare le cause della povertà, dove si possono eliminare le cause delle ingiustizie che ancora esistono nel nostro mondo: questa è la Chiesa che vogliamo essere».
Mi fermo su una parola: luogo.
Il Papa non promette soltanto un gesto di solidarietà. Indica una destinazione. La tavola condivisa non esaurisce il suo significato nella beneficenza; diventa il segno di un giudizio sul mondo e di un criterio per la Chiesa.
Dichiarando di avere fame, Leone XIV fa due cose insieme: nomina ciò che manca e richiama un orizzonte verso cui muoversi. Non parla dei poveri dall’esterno. Si include nella stessa domanda.
Che cos’è un luogo
Conviene chiarire il significato di quella parola. Il “luogo” non è anzitutto uno spazio fisico, né una struttura assistenziale ben organizzata. Nel lessico di don Luigi Giussani è un’esperienza reale, riconoscibile, nella quale l’uomo incontra una presenza capace di rispondere alla sua esigenza di verità, di senso e di compimento.
È una compagnia umana in cui Cristo è presente e attraverso la quale la persona può ritrovare la propria umanità e il proprio destino.
Giussani insisteva su un punto essenziale: l’uomo non si è dato la vita e non può compiersi da solo. «Come non ti sei fatto tu, così non ti compi da te», diceva ai suoi studenti. Il compimento non coincide con l’autosufficienza; nasce da un rapporto con un Altro, che desta l’uomo all’essere e lo accompagna nel tempo. È il nucleo di L’uomo e il suo destino.
Senza un luogo vivo, la persona tende a disperdersi: resta esposta alla frammentazione, alle pressioni del potere, all’alternanza di paura e conformismo. Dentro un luogo così inteso, invece, la vita può ricevere forma e direzione. Non un rifugio sociologico, ma una realtà che richiama continuamente l’uomo a ciò per cui è fatto.
Quando Leone XIV parla di «un luogo» e aggiunge «questa è la Chiesa che vogliamo essere». La Chiesa è quindi 'il luogo', indica precisamente questo: una Chiesa come compagnia viva, verificabile, capace di ridestare un’umanità integrale. La mensa di Castel Gandolfo è la forma più semplice e concreta di quella possibilità.
Il denaro come misura
Il contrario di questo luogo non è semplicemente la povertà materiale. È una logica nella quale il denaro diventa la misura ultima delle cose.
Charles Péguy lo aveva visto con lucidità nel 1913, ne Il denaro. Il suo bersaglio non è la moneta in sé, né il lavoro, né il legittimo guadagno. Il problema nasce quando il denaro diventa il criterio con cui si giudica ogni cosa. Allora i rapporti umani si fanno contrattuali e quantitativi; il lavoro, l’amicizia e perfino l’identità rischiano di ridursi a valore di scambio.
Péguy scriveva che il mondo moderno aveva iniziato a trattare «il lavoro dell’uomo come un valore di borsa». È una formula che conserva forza perché descrive una tentazione permanente: valutare l’uomo per ciò che produce, consuma, possiede o riesce a rendere utile.
L’alternativa, per Péguy, è la povertà nel suo significato spirituale e concreto: riconoscere che ciò che possediamo ci è dato e, dunque, usarlo liberamente senza trasformarlo in un assoluto. «La libertà è la virtù del povero», annotava.
Dove il denaro fa legge, la povertà si rovescia facilmente in miseria e la persona diventa un costo. La fame nominata dal Papa misura proprio questa distanza: tra il luogo che egli invoca e il mondo che abbiamo costruito.
La fame che giudica
La povertà, nelle parole del Papa, esce dalla dimensione soltanto assistenziale. La fame di giustizia, di carità e di una Chiesa aperta non appartiene esclusivamente a chi manca del necessario: è anzitutto la fame di chi parla. Il povero non è un’eccezione da gestire; rende visibile, in modo più netto, una mancanza che riguarda tutti.
Per questo l’opzione per i poveri non è un’aggiunta sentimentale alla fede. Discende dal suo centro: Dio non salva l’uomo dall’esterno, ma entra nella sua condizione. Quando Leone XIV parla di «eliminare le cause della povertà», non invita a una bontà generica. Chiede di risalire dalle conseguenze alle cause, dalle emergenze alle logiche economiche e politiche che rendono normale l’esclusione.
Il povero è allora il banco di prova. Una società che lo considera uno scarto inevitabile, o una variabile del mercato, tradisce il proprio fondamento. Una società che riconosce nell’ultimo la medesima dignità del potente comincia invece a prendere sul serio la persona. È il contrario di quel darwinismo sociale che spesso si presenta come neutralità tecnica o necessità economica, e di cui ho scritto qui.
Questa domanda non resta astratta. L’Italia delle nascite mancate, delle famiglie fragili e dei giovani sospesi tra emigrazione e inattività — tema affrontato qui — mostra che ciò che viene chiamato inevitabile è spesso il risultato di priorità precise. Prima di domandarsi quanto cresce un Paese, occorre chiedersi chi viene protetto e chi resta indietro.
La Chiesa non è chiamata a diventare un soggetto geopolitico concorrente. Ma se parla davvero a partire dalla dignità della persona, non può tacere ciò che il potere tende a rimuovere. La mensa di Castel Gandolfo e il richiamo alle cause dell’ingiustizia propongono dunque un criterio, prima ancora di un programma: quale giustizia può avere un ordine sociale che non sa guardare l’uomo concreto?
Torno così alla frase iniziale. Quando il Papa dice di avere fame, non parla soltanto di sé: include chi ascolta. La fame di giustizia viene prima della sociologia e della politica, pur avendo conseguenze per entrambe. È la sete di verità, di bellezza e di felicità che don Giussani chiamava senso religioso: ciò che nessun sistema può soddisfare integralmente e che nessun potere riesce a cancellare. Una società che smette di prenderla sul serio non impoverisce soltanto i suoi bilanci o i suoi indici demografici: impoverisce la propria idea di uomo.
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Riferimenti
Vatican.va – Saluto del Santo Padre Leone XIV, evento "A pranzo con il Papa", Borgo Laudato si', 11 luglio 2026 (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/july/documents/20260711-pranzo-castel-gandolfo.html)
Vatican News – Borgo Laudato si', il Papa l'11 luglio a pranzo con 200 poveri della Diocesi di Roma (https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-07/borgo-laudato-si-leonexiv-poveri-diocesi-diroma.html)
L'Osservatore Romano – Chiamati a riconoscere il volto di Cristo negli ultimi (https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-07/quo-156/chiamati-a-riconoscere-il-volto-di-cristo-negli-ultimi.html)
LaPresse – Rapporto Istat 2026, crollano le nascite in Italia: figli per donna al minimo storico (https://www.lapresse.it/economia/2026/05/21/rapporto-istat-2026-crollano-le-nascite-in-italia-figli-per-donna-al-minimo-storico/)
L'Espresso – L'Istat fotografa un'Italia che ristagna: cresce poco, fa meno figli, perde giovani (https://lespresso.it/c/economia/2026/5/21/istat-rapporto-italia-migranti-nascite-demografia-giovani-estero-famiglie-poverta/62238)
Charles Péguy – Il denaro (L'Argent), Cahiers de la Quinzaine, 1913
Vatican News – Don Giussani, la "bancarotta dell'umano" e la misericordia che riapre un orizzonte (prefazione del card. Parolin) (https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-06/don-giussani-libro-lev-incontro-accende-speranza-prosperi.html)
Luigi Giussani – L'uomo e il suo destino. In cammino, Marietti, 1999 (https://www.clonline.org/it/pubblicazioni/libri/1999-01-30-l-uomo-e-il-suo-destino-1999)










