Un edificio abbandonato, delle scale ripide, un infanzia e un ricordo che cerco di afferrare.
Sto camminando nel corridoio di questa casa in cui ormai non c'è più niente, se non qualcosa da cancellare o chiudere in una scatola, non resta altro che il freddo gelo che cerca di entrare dalle finestre opache. Non sono in grado nemmeno di vederci attraverso, e quindi rassegnata do la colpa ai miei occhi stanchi.
La vernice dei muri si è deteriorata con gli anni, la tocco è ruvida, viene via, sa di vissuto, di una vita che è andata troppo avanti.
Rivedo le loro risate o almeno me ne convinco, rivedo le cene di Natale, le notti d'inverno, quando la candela sulla tavola sta ormai per finire, soffocata dal suo stesso corpo, dalla sua anima di cera. Io non ero ancora nata. Ma è come se riuscissi a cogliere negli angoli più bui, la storia che la casa non mi vuole raccontare.
Un bambino e una bambina, si tengono per mano, cantano una filastrocca in un dialetto che mi è familiare. Continuano ad allontanarsi da me, fino a scomparire dietro una porta, cerco di seguirli, traccio i loro passi con i miei, ma quando svolto l'angolo, quando la maniglia scatta, loro già non ci sono più.
La stanza un tempo luminosa, ora si corrode di ombre.
La luce non passa nei posti abbandonati, la luce non risplende in un cuore a pezzi.
Un’altra immagine irrompe nei miei pensieri, una madre e un padre dicono al loro figlio di ascoltare i loro consigli, ma chi è che ascolta lui? chi è che sta a sentire quelle parole che fanno fatica a uscire dalle sue piccole labbra?
La scena si frantuma in tanti minuscoli frammenti. Mi concentro sul gocciolare dell'acqua, non capisco da dove provenga quel suono, ma sembra il triste sottofondo della fine.
Vorrei andarmene, ma non ci riesco. Ho bisogno di toccare, di riabbracciare la me bambina. Quando correvo sullo stesso pavimento di mattonelle bianche, in cui ora mi ritrovo immobile con la speranza di risentire ancora le urla gioiose di un era ormai spenta, sepolta su un ammasso di detriti di rabbia e nostalgia.
Mi siedo e mi faccio piccola, intrappolata nella mia memoria, nella mia fantasia, così per sempre ferma in un istante irrecuperabile.
Dentro me è come se mancasse un pezzo di quella vita di cui nessuno mai parla. Dentro me c'è il dolore del non ritorno.