Quando ero piccola, le serate di metà giugno le passavo nel giardino di nonna, poi, il primo vicino che finiva di cenare, portava la sua sedia bianca di plastica nel mezzo della strada, come a chiamare tutti a rapporto. Un altro portava un tavolo, le signore liquori e biscotti. Tutti gli uomini giocavano a carte, scommettendo salame e vino fatti in casa. Le donne, invece, raccontavano storie che a me sembravano inventate, come quella di Gino e Mirella che si erano scambiati la dentiera. Nel gruppo c'era anche la parrucchiera di paese, ma non usciva sempre. Quando c'era, però, le serate si animavano, perché le sue storie avevano sempre a che fare con corna o amanti.
Mio nonno, prima di sfidare gli altri al tavolo della briscola, mi portava in bicicletta a prendere un gelato. Poi tornavamo nella nostra via e io mi sedevo su una di quelle sedie così grandi, che riservavano per me. Mi si appiccicavano sempre le cosce sulla plastica.
Quando iniziava a fare buio, le signore andavano a prendere dei lumini e il chiacchiericcio si mischiava alle bestemmie per gli scartini delle carte.
Ora la mia nonna è nel profumo di gelsomino e mio nonno nel canto di un pettirosso. La mia via natia non esiste più. Il giardino di nonna è diventata una strada provinciale.
Qualsiasi cosa che viviamo da bambini sembra eterna, si vuole crescere, diventare grandi. Ora, invece, vorrei solo tornare a sedermi su quelle scomode sedie di plastica con il mio gelato preferito, mentre mia nonna mi sorride dalla finestra e mi manda un bacio.













