Poteva andare meglio, o come dicono quelli onesti: avevamo basse aspettative ma porca Madonna.
Avverto chi, coraggioso, si imbarcherà nella lettura di questo post molto lungo, che questo post contiene tantissimo dolore.
Maggio è stato un mese lunghissimo, più lungo di qualsiasi gennaio, e per certi versi più lungo di una vita intera.
È iniziato con il mio compleanno che non avevo voglia di festeggiare, quest'anno proprio non era cosa, si avvicinava il momento in cui mi sarei trovata senza lavoro e non riuscivo a pensare ad altro che alla rabbia cocente di quella che ho vissuto come un mio fallimento e una umiliazione. Una umiliazione imposta dal sistema universitario italiano a me come a letteralmente decine di migliaia di persone. Poi è arrivato l'11 maggio, il primo giorno di disoccupazione e la mia soluzione è stato mettermi a fare la qualunque per tenermi impegnata. Non mi sono mai fermata e un po' ha funzionato, mi ha permesso di metabolizzare. Nel frattempo purtroppo abbiamo dovuto fare i conti con le prime manifestazioni della situazione di Toto. Purtroppo Toto è un malato terminale oncologico, a febbraio è stato operato per un emangiosarcoma. Gli è stata tolta la milza che si era fessurata per la presenza di un tumore di 7 cm. Al momento della chirurgia il tumore purtroppo si era già sparso nel suo corpo, nello specifico al fegato. A febbraio ci avevano detto che aveva 1-3 mesi di vita e ora a maggio inizia ad avere delle prime giornate un po' no, disperse, per ora, in giornate in cui sta bene ed è lo stesso sempre (la maggioranza per fortuna) lasciandoci completamente spaesate sul da farsi.
A metà maggio sono tornata a Terni per aiutare i miei genitori che dopo 2 anni sono riusciti a vendere la casa in cui hanno vissuto per 36 anni, quella che è a tutti gli effetti, tranne quello letterale, la mia casa natale. Ci siamo trasferiti lì che avevo due anni e ci ho vissuto fino al 2007, quando mi sono trasferita per studiare a Milano. Una casa grande, bella, vissuta, piena di tutti noi. Un trasloco mostruoso, 3 camion che sono partiti uno per milano, uno per casa di mio fratello a Terni e uno, pieno fino allo sfinimento (solo di libri 31 scatole) per la casa dove vivono ora i miei genitori in ciociaria.
Nel mezzo di questo mostro inumano di fatica e ricordi ci sono state due cose belle, il compleanno di mio nipote con la gioia di regalargli la prima bicicletta e una serata, seppure breve, con il mio migliore amico Marco che mi ha raccontato che stava bene, che era felice, che aveva progetti.
Dopo aver aiutato i miei ad accogliere quel camion contenente anni e anni di vita, domenica sono tornata a Milano, con l'idea di ripartire martedì, cioè l'altro ieri, per tornare a Terni per presenziare al rogito e dare supporto a miei in questo occasione particolare. Sono voluta tornare con Morosa, Toto e Berenice a Milano perché volevo che stesse da sola il meno possibile in questo momento delicato con Toto. Sarei potuta rimanere con i miei, ma col senno di poi è andata bene così. Gli ho evitato il dolore di vedermi in un momento molto brutto.
Lunedì ero sola a casa, e mi sono messa a fare le mie solite mille cose insieme. Di solito inizio tutto insieme e le porto avanti in parallelo saltando dall'una all'altra. È un brutto vizio ereditato dal lavoro dove non mi è mai concesso fare una cosa per volta. Nel frattempo sento Marco, il mio migliore amico, la radio non salta io ci sono, tu ci sei? Certo che ci sono. Sai Vale sono tanto felice. Ricordati di prenotare per prossima settimana. Il primo giugno ha un biglietto del treno per Milano. Essere disoccupata è una merda, però che bello poter stare insieme.
Mi metto a radunare le cose per il 730, ritardo il pranzo, poi pranzo. Sono le 15, sto languendo sul divano pensando se mi serve un caffè per affrontare la lavatrice che ho fatto. Squilla il telefono.
Diego?
Vale non so come dirtelo Marco è morto.
Diego che cazzo dici mi prendi per il culo?
Sono arrabbiata, gli rispondo proprio male, il mio cervello mi impedisce di recepire la voce rotta.
Ma no Vale ma ti pare che scherzo su una cosa del genere?
Ma cosa stai dicendo?
E così via. La telefonata è stata breve. Sono sul pavimento del bagno, urlo e piango.
Non ricordo tutto, so solo che non sapevo si potesse piangere così tanto, pensavo fossero cose da film. La faccia si deforma, fa male, le palpebre sono gonfie, tumefatte come durante una crisi allergica.
Non so quanto è passato, vado a cercare Toto, lo trovo nascosto nella doccia, si è spaventato e non sta bene. L'agitazione deve averlo fatto stare male. Morosa è tornata di corsa dal lavoro, piangendo anche lei, non so con che forza si è fatta 40 km guidando. Veterinario, decidiamo che essendo il 3 episodio di malessere di Toto, non ha senso aspettare che collassi, ragioniamo sul prendere un appuntamento. Domani mattina, martedì mattina, poi prenderò il treno per tornare a Terni.
Martedì mattina Toto sta meglio, molto meglio, lo so, forse siamo egoiste, ma con Morosa decidiamo di rimandare la decisione a quando sarò tornata da Terni, ora non ce la facciamo. Lei rimarrà con lui a Milano, per non stressarlo, io andrò a Terni per il rogito e il funerale.
Cosa vuol dire perdere un migliore amico così, senza sapere perché, improvvisamente? Come si digerisce la morte di una persona di neanche 42 anni in salute se neanche c'è un incidente a spiegarlo. È morto sul colpo, un arresto cardiaco fatale senza possibilità di salvataggio. Un momento c'era, il momento dopo non c'era più.
Martedì il tragitto in treno è stato un dramma, 2 ore di ritardo, persa qualsiasi coincidenza, mi tocca farmi venire a prendere a Orte. Quelle 5 ore sull'alta velocità (veloce un cazzo) le passo a scrivere qualcosa per Marco. Il primo istinto dopo quasi 20 anni di Radio è stato di voler parlare, di voler parlare di lui. Non l'ho mai fatto di chiedere di parlare ad un funerale. È una follia, come faccio? Non riesco a smettere di piangere, piango tutto il viaggio in treno, come potrò dire qualcosa di comprensibile?
Arrivata a Orte mio fratello mi viene a prendere, mi abbraccia forte. Mio fratello è nato lo stesso giorno, dello stesso mese, dello stesso anno, nello stesso ospedale di Marco. È una cosa che mi ha sempre fatto sorridere, ci scherzavo che era evidente che ho due fratelli e non uno solo. Scherzavo, mica tanto.
Arrivo tardi, troppo tardi per andare da Marco anche perché erroneamente ho capito si trovi a casa dei suoi genitori, e non a casa sua e non me la sento di abboccargli (passatemi il termine tecnico) a casa alle 10 di sera passate. Passo la serata parlando solo con mio nipote di due anni, poi crollo, sfinita. Dormo tra caldo e freddo continuo. La mattina sono sveglia presto, riesco a respirare grazie a nipote che mi illustra il funzionamento del suo circuito hotweels.
È abbastanza presto per cui quando si scopre l'errore posso correre da Marco per vederlo prima che chiudano la bara. Sono passate quasi le 48 ore richieste dal protocollo, la madre mi accoglie, è felice che sia arrivata, di vedermi, ma mi dice di non avvicinarmi. La vita è uno schifo e lì non c'è più Marco, sono troppe 48 ore con questo caldo. Lo guardo da lontano, dalla stanza accanto, vedo di sfuggita il profilo. Parlo con la madre, una madre che vive il suo peggior incubo. Piangiamo tanto. Diego è venuto a farmi compagnia, ad assicurarsi che rimaniamo tutti in piedi. Mi racconta di ieri, che lui e Lucianetto sono stati sempre lì, hanno gestito tutto, gli hanno persino cambiato i vestiti prima ancora che arrivassero le pompe funebri perché non volevano che fossero mani estranee a farlo.
Io non riesco a descrivere il sollievo di sapere che esistono persone del genere. Amici del genere.
Devo scappare, c'è il rogito ora e so che servo anche lì. Ed infatti mio padre non sente, ad un certo punto si agita durante la lettura dell'atto e io trascrivo tutto al cellulare e glielo faccio leggere in tempo reale. Va tutto abbastanza liscio, un piccolo momento in cui pareva dovesse saltare tutto, ma la prospettiva della giornata è molto particolare, non ci smuove nulla, siamo anestetizzati. Non so se avremmo dovuto festeggiare, ma è sicuramente impossibile. Pranzo veloce, telefonate e come in un sogno sono a Narni Scalo per il funerale, mio fratello mi accompagna.
C'erano tutti o quasi, o comunque talmente tanti da non farti pensare alle assenze. Gente che non vedevo da decenni, e tra questi la persona che mi ha fatto conoscere Marco, il mio ex, anche lui piegato da tutto questo, una maschera contorta, ci diciamo solo poche parole dopo tutto questo silenzio "è una merda, una merda vera". Entriamo tutti in chiesa senza capire come fare, dove sedersi, lo sguardo è solo alla sua foto. Alla sua bella faccia sorridente, quegli occhiali spessi sempre indosso.
Durante la messa il mio cervello mi fa gli scherzi, dialogo tutto il tempo con Marco, ridiamo dei preti, io lo canzono " dai che il prete sembra uscito da un film di verdone, potresti apprezzare, e poi Ma', niente Muccino in questo momento, dai almeno possiamo stare tranquilli che non ci stiamo accollando Muccino".
Gli accordi della madre di Marco con il prete sono che a fine funzione degli amici salgano sul pulpito per dire qualcosa. Tra di noi amici ne abbiamo già parlato e senza che abbia espresso il mio desiderio mi avevano già chiesto se mi sentivo di dire qualcosa. Avevo detto di sì, ora durante la messa inizio ad avere i sudori freddi. Come cazzo faccio a parlare? Le parole come usciranno dalla mia bocca? Ma soprattutto le parole saranno abbastanza? O saranno tutte banalità? Le solite care cose che si dicono per un morto? Morto, morto, non si addice, morto non può descrivere Marco. Marco non è morto. Sì, è morto, è proprio lì. Fanculo la scelta del vangelo, Lazzaro veramente? Madonna Ma', tu avresti riso, a me sta salendo rabbia.
Il prete sta andando dritto, forse non ci daranno modo di parlare. Non fa niente, forse non sarei stata in grado. Ci scambiamo sguardi con gli amici, passa qualche secondo di incertezza forse un minuto intero. Poi il prete prima di dare il via all'uscita della salma (salma porco Dio) fa dietrofront "scusatemi alcuni amici vorrebbero dire due parole". Tutti mi guardano, io dico di sì e inizio a cercare febbrilmente il cellulare nella borsa (eh si merda il discorso è sul cellulare) e la borsa, piccola ad un certo punto è senza fondo, piena di oggetti inutili e quella roba piatta e nera non esce fuori. La svuoto sulla panca, ecco il cazzo di cellulare, salgo sull'altare, Amedeo è con me, mi fa "vai tu" e io penso che se non vado subito non sarò in grado di farlo e mi lancio.
Leggo tutto, riesco a scandire, voce rotta ma non singhiozzo e dico quel poco che sono riuscita a mettere insieme, lo dico arrabbiata, le parole mi esco fuori forti, forse strillo un po' ma o così o crollo. Trema tutto. E mi rassicura che non sono l'unica a tremaee, dopo di me parla Amedeo. Trema anche lui forte ma è btavissimo, ci riesce persino a strappare una sorriso nel ricordare Marco. A seguire Lucianetto che parla a braccio e recita a memoria una mail stupenda che Marco gli aveva mandato 20 anni fa. Vorrei scrivervela ma non sono in grado. Lui è magistrale, persone così non so neanche come fanno ad esistere.
Usciamo fuori ad aspettarlo, striscione "Sarebbe stato bello invecchiare insieme", musica a palla e noi che cantiamo, o forse strilliamo. Io sicuramente. Vorrei ballare come ho fatto tante volte con lui. Saltare.
Piangiamo tutti, troppo, ci abbracciamo. Abbraccio tantissimo la mamma di Marco, che altra roba incredibile si chiama proprio come la mia. Ci diamo i numeri di telefono, mi sembra una bestemmia che non l'avessi già.
Ancora abbracci, ancora dolore e abbracci. Tutti sono devastati da questa morte improvvisa e inspiegabile, ma la verità è che sono devastati che sia proprio lui, che voleva bene veramente, era affettuoso, era un collante umano, si prendeva cura di tutti.
Ci beviamo una cosa tutti insieme. Riusciamo a ricordare le mille peripezie e avventure, riusciamo a ridere un po', a brindare ma presto siamo sfiniti e molto lentamente ci avviamo verso casa. Mio fratello l'avevo mandato a casa, un passaggio lo trovo Fede, vai tranquillo. Vale non bere troppo, non è come nei film, stasera ti fa male, ti vengo a prenderea qualsiasi ora se serve.
Mi riportano a Terni che non sono le 8, ma non ce la faccio a tornare a casa, ho bisogno di smaltire, fa caldo, le scarpe sono scomode, ma ho bisogno di decomprimere. È fine maggio (Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio), le giornate sono lunghe, il periodo preferito di Marco, maggio e giugno, giornate lunghe, sole. Va bene passeggiamo, i piedi li dimentico in fretta e inizio a girare da sola per Terni, le vie del centro, di qua e di là, passo sotto casa di Marco, tutto tranquillo come sempre.
Perché Terni non è in macerie? Come è possibile che non sia crollato tutto? Perché dentro di me c'è solo terremoto e qui va tutto avanti come prima?
Cammino ancora, telefonate, chiamo un amico che ha subito un lutto molto molto simile, ma peggiore, il suo amore si è accasciato in pochi secondi tra le sue braccia. E lui sa, capisce, capisce tutto quello che gli dico. Mi dice che anche lui ha riso durante la messa mentre dialogava sull'assurdità della situazione. Mi dice che perdere il migliore amico così, vuol dire avere un prima e un dopo nella vita. Non so se aiuta, ma sentirlo mi centra. Mentre parlo passo vicino a dei tavoli di un ristorante. E lì seduta, con le amiche che la consolano c'è l'amica che era con Marco quando è morto. Saluto il mio amico e abbraccio lei, ancora qualche lacrima. Passa il venditore di rose che vive nello stesso palazzo di mio fratello, ciao Sathar, gli allungo 10 euro, posso chiederti delle rose? Me ne ammolla una marea e mi chiede di salutargli Amore (mio nipote). Do una rosa ciascuna alle ragazze, quelle che avanzano le vado a portare a casa di Marco. Le vado ad intrecciare sul cancello, chi vedrà capirà.
Poi mi vado a bere una cosa, sto al telefono con Morosa, abbiamo bisogno di condividere il devasto insieme. Vado nel locale dove per l'ultima volta ho bevuto qualcosa con lui. Il barista è tanto gentile, non mi riconosce fortunatamente perché non sarei stata in grado di trattenermi e dire una cosa del genere (ciao lo sai che il ragazzo di settimana scorsa è morto così, de botto senza senso?) è una cattiveria e basta. Mi faccio due drink, mi porta della pizza bianca buonissima, che ho ordinato colta da uno spirito di responsabilità verso me stessa quasi fuori luogo (ma Claudio mi ha detto "trattati bene, sii buona con te stessa" e Claudio sa). Parlo seduta lì senza sapere che fare con me stessa. Avrei potuto chiedere di rimanere ancora insieme, ma non ce la facevo, era tutto troppo, troppo. Bevo i due drink, pago, sono le 10 passate, quasi le 11. Ma quanto ho camminato?
Torno a casa, doccia, mio fratello e la compagna mi orbitano attorno gentilmente, non vogliono lasciarmi da sola. Mio nipote chiaramente dorme già.
Crollo alle una passate.
Mi hanno accompagnato al treno tutti e tre. Mio nipote non aveva ancora visto i treni, la metro di Milano sì, ma i treni no. Mi saluta, mi sorride. Rispondere al suo sorriso non mi pesa, mi fa proprio bene.
In questi giorni, abbracciando dei genitori che hanno perso un figlio così ho i brividi. Penso al peggio sapendo che al peggio non c'è mai fine e che soprattutto il peggio non si riesce ad immaginare. Io questa cosa non l'ho mai vista neanche nei miei peggiori incubi, il mio pensiero laterale ogni tanto farnetica, mi mette davanti scenari devastanti ma ehi, sì può sempre fare di peggio.
Ecco questa è la cronaca di un maggio lunghissimo, non ancora finito, che può ancora peggiorare. Io sono in treno ora che scrivo scrivo scrivo come sempre per togliermi dei pensieri dalla testa. Certo Marco non me lo tolgo. Scriverò anche di lui, spero tanto. Ma per ora mi fermo qui. Penso sia abbastanza.















