Scivoloni & co: l’ipercorrettismo
Siamo da sempre stati abituati a credere che dopo un “che” (come congiunzione) debba giocoforza seguire un congiuntivo, a tutti i costi, altrimenti orrore e raccapriccio, segno con penna blu della maestra (che, ancora ai miei tempi, segnalava l’errore più bieco, il più indesiderabile, a tal punto da meritare un colore diverso dal rosso, per l’appunto), ma… non è per nulla così semplice o così matematico, perché in primis non lo è padroneggiare il congiuntivo in italiano, nemmeno quando si è massimamente scolarizzati. Da quando questo blog esiste, avrei sempre desiderato inaugurare una rubrica a tema “usi corretti del congiuntivo e trappole”, ma diciamo che quella cosa chiamata vita extra-schermo tende a frapporsi tra me e queste ambizioni forse un po’ troppo ingombranti per un blog che sì, pur avendo la sua modesta quantità di seguaci ed attenzioni, non mi regala purtroppo dei tornaconti che permetterebbero di farne un progetto serio.
Ad ogni modo, ho cianciato anche troppo, veniamo al nostro congiuntivo, o se non altro ad uno dei suoi usi e ad una delle miscredenze sui suoi usi.
Come ricordato già in altri frangenti, sempre in questi lidi, non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo è il modo della possibilità, della probabilità e dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità. Di conseguenza, di tutto ciò che non è certo, reale, tangibile, sicuro, ovvio; a differenza dell’indicativo, che invece denota tutti questi frangenti.
Ora, alla luce di questa rinfrescata di memoria, riprendo la frase di sopra proprio a titolo esemplificativo: “non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo è il modo della possibilità, dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità”
ed inserisco un bel congiuntivo al posto dell’indicativo “è”:
“non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo sia il modo della possibilità, dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità”
… non vi suona strano? Se la risposta è sì, allora le vostre antenne sono ben tarate sulle giuste frequenze grammaticali. È una questione di pura logica: se sto facendo un’asserzione, il congiuntivo è inappropriato. Ecco come la regola del “che” decade con estrema facilità. Se la risposta è no, be’… siete incappati nel cosiddetto ipercorrettismo! Un fenomeno linguistico frequentissimo in qualunque lingua secondo il quale, pur di non sbagliare e per eccesso di zelo, il parlante applica una regola linguistica conosciuta, per così dire, due volte. Ed in linguistica meno per meno non fa più, dunque si incappa nell’errore. Grossolanamente.
Leggo spesso frasi del tipo: “Ho sognato che stessi facendo”
Ma l’hai sognato davvero oppure non l’hai sognato? Perché, se non l’hai sognato, non serve che lo enunci. Se invece è realmente successo, semmai, dovresti dire:“Ho sognato che stavo facendo”. Per non parlare del fatto che quando si usa una forma come stessi, identica alla prima e seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto, il soggetto va esplicitato: come faccio a sapere chi stesse facendo cosa, tra “io” e “tu”? Ma questa è un’altra storia.
Idem, e mi ripeto su quanto detto sopra, a proposito di tutte le formule di asserzione del tipo “sono convinto, sono sicuro, sono certo che” ecc. A questo genere di costruzioni, non si può far seguire un “sia”. Deve seguire, di necessità, “è”: altrimenti non è una convinzione, ma una ipotesi. E allora l’ipotesi vuole un verbo diverso, del tipo “penso”, “ipotizzo”, “presumo” ecc. Ecco allora che in quel caso potete piazzare il vostro beneamato “sia” senza temere riprovazioni. Ma solo in questo caso!
Per oggi mi fermo qui, anche perché diffido che l’argomento interessi più di un tot. Tuttavia, in caso contrario, potete anche segnalarmelo – anche perché questo post ha richiesto i suoi tempi di elaborazione, per quanto buttato giù del tutto a braccio – e volentieri approfondirò!