i wonder how far the concept of loaning a plural word, re-analising it as a singular word and adding the native plural ending can go... like what is the word with the most plural endings
think english 'comics' being loaned into russian as a singular word (комикс komiks), then the plural of that is комиксы komiksy
same thing with 'rails' -> рельс rel's (nom. sg.) -> рельсы rel'sy (nom. pl.)
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you know that feeling of "pins and needles" in the foot / arm you get sometimes? in Malay we call it "semut-semut" which literally means "ants" and i just realized it's interesting how the same feeling can be described in different ways and now I'm curious to know what it's called in other languages.
Cannot imagine going to a country without even finding out how to say “hello”, “goodbye”, “thank you”, “please”. I’m watching a YouTube of a guy professionally vlogging a trip to Tibet that he’s apparently wanted to take ever since he was a child and he cannot speak a word of Tibetan. I genuinely do not understand. I became fascinated with Tibet as a child and got a phrasebook as soon as I found out this was an option. Now? With all the information we have at our fingertips? You’re going to just speak English at people for basic kindnesses and phrases? Couldn’t be me.
È innegabile, una lingua come lo svedese è lontana dalle nostre orecchie, dalle nostre abitudini didattiche e lavorative, perfino dai nostri media che pur pullulano di IKEA, Spotify, H&M, e chi più ne ha, più ne metta. Mi sia consentito dirlo: maledetti vichinghi dell’Est! Cionondimeno, veniamo alla parte amena della simpatica pillola odierna.
Se da una parte la conoscenza dell’inglese, ma soprattutto del tedesco (ed è un controsenso, ma ne parleremo un'altra volta), ci viene in aiuto, d’altro canto a fronte di tanta fonetica e tanto lessico così esotici rispetto ai nostri, italiani, rimaniamo comprensibilmente inermi.
C’è allora qualcosa, almeno a livello fonico (cioè di suono inteso come entità puramente materiale, e non già linguistica), che nello svedese rende le cose facili a noi italiani?
Oggi vorrei illustrarvi tre non banali comunanze riscontrate nel corso dei miei studi matti e disperatissimi.
Spesso – non sempre – le sillabe sono costituite da consonante+vocale. Questo aiuta moltissimo a ricreare, almeno in parte, l’andamento sillabico e in definitiva musicale dell’italiano, e dunque a sviluppare orecchio per questa lingua molto più in fretta che per altre, addirittura anche più che per l’inglese (!), il quale invece ha fatto piazza pulita di gran parte delle sue sillabe desinenziali nel corso della sua storia;
La presenza di consonanti geminate, in altri termini di consonanti doppie. Il fatto è che, in svedese, queste non solo sono doppie nella grafia (spoiler: se dico written in inglese la [tt] non deve sentirsi: ha mero valore grafico atto a segnare che la [i] che precede ha lunghezza breve), ma anche e sensibilmente nella pronuncia. Parole svedesi come mamma, del tutto identica alla nostra, non possono ingannare. Ma anche svariate altre. Questa in particolare non è affatto una banalità, se considerate che si stima che solo ed unicamente da Lucca in giù, in tutta Europa, si geminavano le consonanti prima che nello Stivale si imponesse l’italiano standard, dal momento che tutti i dialetti che si collocavano al di sopra della cosiddetta linea immaginaria La Spezia-Rimini non possiedono geminate per loro caratteristiche intrinseche dovute al loro substrato celtico, di cui certamente potremmo parlare. Dunque, noi e gli svedesi deteniamo il primato di unici geminatori d'Europa - i finnici, almeno sul piano genealogico, non contano: non sono indoeuropei!
La cosiddetta “rolled r” o “r alveolare”: la nostra [r] italiana, a tutti gli effetti. Mentre i tedeschi e i francesi fanno una fatica boia a pronunciarla come si deve, noi italiani la pronunciamo con la stessa leggiadria di una prima ballerina dell’Opera al Lago dei Cigni. I francesi e i tedeschi hanno infatti la r uvulare, cioè pronunciata all’altezza dell’ugola, che per questo dà quell’effetto fortemente gutturale e da “erre moscia”, inconfondibile.
Adesso vi fornisco un breve prontuario di parole inutili e non cumulabili che in italiano e in svedese si pronunciano più o meno allo stesso modo (e non solo perché magari in svedese sono prestiti neolatini, ma proprio per via della struttura sillabica della lingua così come illustrata sopra):
Tre (numero 3);
Mamma (vedi sopra);
Pappa (esattamente papà);
Sol (pronunciato circa sul, sole);
Dilemma (e qui direte: in inglese no? In inglese la doppia m è rarefatta!);
Massa (gran quantità di; nel senso di a lot of).
Ce ne sono svariate altre, ma purtroppo adesso ho esaurito sia la memoria, sia il tempo a disposizione sia, temo, la vostra encomiabile, inesausta pazienza.
Vi ses! = ci vediamo/a presto!
P.S.: chi si ritenga interessato al futuro seminario di svedese di base che organizzerò, non esiti a lasciare un cenno di vita!
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Nei costrutti impersonali in francese del tipo “on dira ceci”, “on parle français” “on apprend des ses erreurs” la parola on altro non è che la contrazione di un antico homme. E dunque, se oggi il valore è quello di “si dice, si fa, si vede questo” etc. in passato c’era un più concreto “l’uomo (inteso come la persona) fa questo e quello”. Da dove viene questo così particolare costrutto? Nessun’altra lingua romanza lo condivide. Eh? Ma che cos’è quel ronzio? Eh già, è colpa del temibile vicino tedesco! Il tedesco (ma anche altre lingue germaniche, come lo svedese) ha infatti un costrutto identico iniziante con la forma Man, appunto, uomo, che identifica i costrutti impersonali: in buona sostanza, il nostro “si” impersonale. Ad oggi è assolutamente produttivo, in tedesco, tanto quanto lo è in francese, d’altra parte; solo che nel secondo la sua origine è ben più difficilmente ricostruibile a meno, come al solito, di importunare la nostra ormai carissima linguistica storica (o, ancor meglio, diacronica, come la chiamiamo noi str… ani).
It won’t be too big a surprise that the words of and off come from the same Old English word: of.
However, if we go further back in time, it turns out they’re part of a huge word family that includes after, ebb, German von (‘of’), aber (‘but’), and Ancient Greek apó (‘away from’). All of these words can be traced back to the same Proto-Indo-European ancestor.