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Crepuscolo milanese

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«Papà,» domandò Giannina, «perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?»
«Si capisce» rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti (...) che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti.»
(...)
«Però, adesso che dici così,» proferì dolcemente «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri»
Il giardino dei Finzi-Contini, G. Bassani, 1962
Sentirsi piccoli
Lettera a mia madre
Cara mamma,
Quattro anni fa ascoltai per la prima volta una canzone, che mi fece subito pensare a te. Ricordo ancora quel momento: stavamo tornando da una giornata al lago, io guardavo il tuo viso addormentato grazie allo specchietto retrovisore, dal sedile posteriore. Avevo le cuffie nelle orecchie, volevo scoprire qualcosa di nuovo, e per puro caso mi imbattei in quel brano: il titolo era piuttosto esplicito, il testo ancor di più, e forse fu per quello che vidi così chiaramente il tuo volto, fra quelle note e fra quelle parole.
Quel giorno mi chiesi se avrei dovuto fartela ascoltare, ma decisi di rimandare, perché volevo che quell'ascolto venisse riservato ad un momento esclusivamente nostro. Inoltre, come ben sai, ho sempre avuto difficoltà a gestire la tua sensibilità e la tua lacrima estremamente facile, perciò non trovai mai il momento giusto.
Quell'anno, lo sai, in quel dannato 2019 toccai il fondo. Di quella sera ho immagini sfocate - e forse è meglio così, poiché non voglio ricordare -, ma il tuo viso pallido, le tue lacrime, lo sguardo terrorizzato, sono marchiati a fuoco nella mia memoria. I tanti abbandoni subiti, le mancanze di affetto e gli scherni ricevuti a scuola, di cui non ti ho mai parlato, mi hanno spinta a credere per tanti anni che nessuno mi amasse, che fossi tanto indegna di stare al mondo, che nemmeno mia madre mi volesse bene. Per diciotto anni mi sono sbagliata di grosso, e quella sera lo capii. Lo capii, ma nel modo peggiore possibile, lo capii portandoti sull'orlo del baratro, lo capii vedendo su di te il volto della sofferenza.
Lo capii facendoti del male. Quel giorno mi giurai che non ti avrei più fatta soffrire.
Sono passati tre anni, sono riuscita nel mio intento e so che continuerò a rispettare quel giuramento. Ad oggi non posso dire di averti resa fiera di me, mamma. Sono debole, rincorro ancora delle ideologie fiabesche nella speranza di poter essere felice, pur sapendo che un giorno quel castello di cartonato crollerà. Mi sto consumando. La vedo nei tuoi occhi, la preoccupazione, di quando mi chiedi se va tutto bene, che tu sei lì per lasciarmi sfogare, eppure io preferisco mostrarti un sorriso fasullo, o nei casi più estremi, rifugiarmi in un indiscutibile "non voglio parlarne, non me la sento".
So che vorresti vedermi spiegare il volo, proprio tu che mi hai sempre dimostrato quanto sia pura e meravigliosa l'indipendenza, il gusto di bastare a noi stessi. Chi meglio di te dovrebbe saperlo? Tu, che alla mia età già lavoravi a tempo pieno. Tu, che a ventitré anni avevi già in braccio una bambina, la tua, io. Tu, che alle riunioni scolastiche venivi sempre scambiata per una sorella maggiore, o ripudiata - probabilmente per invidia - dagli altri genitori per il tuo essere una giovane mamma single. Tu, che anche quando volevo spedire il mio biglietto per la festa del papà non ti mostravi né imbarazzata né mortificata, ma anzi, mi aiutavi a portare a termine la mia missione.
So che vorresti che fossi forte, forse anche più di te. Ma non lo sono, mamma. Forse in questo ho preso da papà. Un giorno lo sarò, almeno lo spero. Forse, quando avrò finalmente compreso come uscire dalla gabbia, lo sarò, e volerò via con delle ali talmente tanto robuste da poterti portare in Canada - una delle mete dei tuoi sogni.
Per ora, mi basta guardarti da lontano, e prendere appunti. Sei una donna meravigliosa, sei il mio supereroe.
La tua "piccola" per sempre.
Non riuscirò mai a rileggerla.

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La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L'amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere.
Lettera a mia madre
Cara mamma,
Quattro anni fa ascoltai per la prima volta una canzone, che mi fece subito pensare a te. Ricordo ancora quel momento: stavamo tornando da una giornata al lago, io guardavo il tuo viso addormentato grazie allo specchietto retrovisore, dal sedile posteriore. Avevo le cuffie nelle orecchie, volevo scoprire qualcosa di nuovo, e per puro caso mi imbattei in quel brano: il titolo era piuttosto esplicito, il testo ancor di più, e forse fu per quello che vidi così chiaramente il tuo volto, fra quelle note e fra quelle parole.
Quel giorno mi chiesi se avrei dovuto fartela ascoltare, ma decisi di rimandare, perché volevo che quell'ascolto venisse riservato ad un momento esclusivamente nostro. Inoltre, come ben sai, ho sempre avuto difficoltà a gestire la tua sensibilità e la tua lacrima estremamente facile, perciò non trovai mai il momento giusto.
Quell'anno, lo sai, in quel dannato 2019 toccai il fondo. Di quella sera ho immagini sfocate - e forse è meglio così, poiché non voglio ricordare -, ma il tuo viso pallido, le tue lacrime, lo sguardo terrorizzato, sono marchiati a fuoco nella mia memoria. I tanti abbandoni subiti, le mancanze di affetto e gli scherni ricevuti a scuola, di cui non ti ho mai parlato, mi hanno spinta a credere per tanti anni che nessuno mi amasse, che fossi tanto indegna di stare al mondo, che nemmeno mia madre mi volesse bene. Per diciotto anni mi sono sbagliata di grosso, e quella sera lo capii. Lo capii, ma nel modo peggiore possibile, lo capii portandoti sull'orlo del baratro, lo capii vedendo su di te il volto della sofferenza.
Lo capii facendoti del male. Quel giorno mi giurai che non ti avrei più fatta soffrire.
Sono passati tre anni, sono riuscita nel mio intento e so che continuerò a rispettare quel giuramento. Ad oggi non posso dire di averti resa fiera di me, mamma. Sono debole, rincorro ancora delle ideologie fiabesche nella speranza di poter essere felice, pur sapendo che un giorno quel castello di cartonato crollerà. Mi sto consumando. La vedo nei tuoi occhi, la preoccupazione, di quando mi chiedi se va tutto bene, che tu sei lì per lasciarmi sfogare, eppure io preferisco mostrarti un sorriso fasullo, o nei casi più estremi, rifugiarmi in un indiscutibile "non voglio parlarne, non me la sento".
So che vorresti vedermi spiegare il volo, proprio tu che mi hai sempre dimostrato quanto sia pura e meravigliosa l'indipendenza, il gusto di bastare a noi stessi. Chi meglio di te dovrebbe saperlo? Tu, che alla mia età già lavoravi a tempo pieno. Tu, che a ventitré anni avevi già in braccio una bambina, la tua, io. Tu, che alle riunioni scolastiche venivi sempre scambiata per una sorella maggiore, o ripudiata - probabilmente per invidia - dagli altri genitori per il tuo essere una giovane mamma single. Tu, che anche quando volevo spedire il mio biglietto per la festa del papà non ti mostravi né imbarazzata né mortificata, ma anzi, mi aiutavi a portare a termine la mia missione.
So che vorresti che fossi forte, forse anche più di te. Ma non lo sono, mamma. Forse in questo ho preso da papà. Un giorno lo sarò, almeno lo spero. Forse, quando avrò finalmente compreso come uscire dalla gabbia, lo sarò, e volerò via con delle ali talmente tanto robuste da poterti portare in Canada - una delle mete dei tuoi sogni.
Per ora, mi basta guardarti da lontano, e prendere appunti. Sei una donna meravigliosa, sei il mio supereroe.
La tua "piccola" per sempre.
ho paura del buio perché
ho paura di ciò che non posso vedere
~🌺~

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When you can't look on the bright side, I'll sit with you in the dark.
Nel parco del mio paese. Chiunque sia il piccolo artista, ha tutta la mia ammirazione.
Portami in un prato, la notte di San Lorenzo: voglio che la brezza notturna d'agosto ci sfiori la pelle, mentre con gli occhi cerchiamo quei lumi volanti che esaudiranno i nostri desideri reconditi.
Il mio rapporto con la prima vera è un odi et amo: i suoi colori sgargianti mi affascinano, mi danno speranza.
Ma la speranza, poi, si tramuta in illusione.
Ogni volta che l'ascolto, è sempre una carezza al cuore per me. Mi ricorda la mia infanzia, mio nonno che la suonava alla chitarra acustica poco prima che mi addormentassi. Cullata da quella musica soave, e le parole tanto calorose da sostituire di gran lunga qualsiasi coperta, sentivo che nulla al mondo avrebbe potuto ledermi.

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Narciso, Caravaggio, 1599, colore ad olio
«Ricorda con quanta rapidità dal momento che quella Peste si impadronì del tuo spirito, tu hai cominciato a scioglierti in pianto, e come sei arrivato a un punto di infelicità tale da nutrirti con lugubre piacere di lacrime e sospiri, quando le tue notti erano insonni e il nome dell'amata restava tutto il tempo sulle tue labbra; quando ogni cosa ti disgustava e odiavi la vita e desideravi la morte. E il triste amore per la solitudine, e la fuga dagli uomini... Sì che di te si poteva dire altrettanto propriamente ciò che Omero diceva di Bellerofonte, «il quale errava triste e piangente in terre straniere, rodendosi il cuore ed evitando le vestigia umane». Di qui il pallore e la magrezza, e il fiore dell’età languido anzi tempo. Allora, gli occhi tristi e sempre e bagnati; allora, la mente confusa e la quiete del sonno compromessa, e i flebili lamenti nel dormiveglia e la voce spezzata e rauca di pianto e la pronunzia balbettante, e quanto si può immaginate di angoscioso e miserando. Ti sembrano forse segni di salute? E che dire del fatto che era lei che stabiliva per te dove cominciassero e finissero le ore liete e le tristi? Quando arrivava splendeva il sole, e tornava la notte quando se ne andava. Se cambiava espressione ti cambiava l’umore: eri ridotto e rallegrarti o a rattristarti e rallegrarti dei suoi mutamenti e insomma, dipendevi tutto dal suo capriccio. Sai che ti ricordo cose vere che tutti sanno. E poi non bastandoti il veder dal vivo l’immagine di chi ti aveva procurato tutto ciò, te ne sei fatto fare una dipinta dal genio di un famoso artista, sì da poterla portare sempre con te ed avere sempre occasione di infinite lacrime. C'è pazzia temendo che potessero asciugarsi, ti sei minuziosamente preoccupato di tutto ciò che potesse provocarle, e per il resto sei stato negligente e distratto. O ancora (per toccare il culmine di ogni delirio e portare fino in fondo quanto poco fa ti ho minacciato), chi potrebbe esecrare abbastanza o meravigliarsi della follia della tua mente alienata, quanto con incredibile vanità hai adorato ogni cosa che la riguardasse, prigioniero tanto della bellezza del suo nome quanto della bellezza del suo corpo? Tu hai tanto amato la laurea sia militare che poetica, solo perché lei si chiamava così. E allora non ti è uscito quasi nessun verso in cui non si nominasse l’alloro, quasi tu fossi un abitante delle rive del Peneo, o un sacerdote delle vette di Cirra.»
Francesco Petrarca, Secretum, Libro III