A volte dimentico che alcune persone sanno chi era mia madre. E le hanno voluto bene per conto loro, secondo un accordo affettivo tra le parti che non mi riguarda.
Non esiste solo un “dopo di te”, cara mamma. C’è un prima, fatto di tante storie oltre la parete, forme private e concrete che hai preso in vita e mantenuto nel ricordo degli altri da me.
Quando me ne accorgo, e integro l’idea che mamma era anche e soprattutto “Nedda”, “zia”, “la signora bella”, “il vicedirettore”, queste storie mi colpiscono come un flusso dorato. E mi sembri riacquisire la terza dimensione.
Le persone care sono un patrimonio condiviso, come lo è la loro assenza. Quando ami tanto, rischi di dimenticarlo, e cominci a pensare che la vita che ti circonda non abbia più a che fare con loro, che siano roba tua, custodita in solitudine.
Ma noi abbiamo tante vite quante sono le persone che ci ricordano. E se perdiamo la terza dimensione, spesso continuiamo a viaggiare in modi sorprendenti, su sentieri emotivi inaspettati, attraverso la quarta: il tempo.
Oggi sono 22, e non solo per me.