La piazza dai due nomi
La piazza dai due nomi
C'è a Firenze una piazza che per alcuni anni della mia infanzia ho sempre confuso fino a che non ho capito che la Piazza Indipendenza , dove spesso passavo per andare dai nonni, e la Piazza Barbano, dove la nonna, ai primi del Novecento, portava, bambini, la mamma e i suoi fratelli a giocare erano in realtà lo stesso polmone verde situato tra la zona della Fortezza da Basso e quella di San Marco.
Originariamente denominata piazza Maria Antonia in onore della seconda moglie del granduca Leopoldo II di Lorena e poi Piazza Barbano, perché orto di Barbano, non si sa bene se dal nome dei proprietari oppure di un contadino che lo coltivava, dalla fine dell'Ottocento fino alla sua divisione carrabile che ne separa oggi la parte nord dalla parte sud, era uno spazio unitario in terra battuta e ghiaia di cui oggi si fatica a percepirne l'ampiezza, con una doppia fila di tigli descritta come un unico doppio campo e un giardino centrale coi monumenti di Ubaldino Peruzzi a sud e quello a nord di Bettino Ricasoli.
Intorno alla piazza si affacciavano e si affacciano tuttora palazzine signorili in stile borghese costruite tra fine ottocento e l'inizio del nuovo secolo-con edifici più moderni, adesso, inglobati tra l'una e l'altra costruzione. Circondavano la piazza cerchiature o cordoni rialzati e realizzati in pietra serena grigia, tipica della nostra tradizione architettonica e urbanistica e una serie di comode panchine in pietra l'accompagnavano per tutto il perimetro.
Fin dalla fine dell'ottocento e i primi del novecento la piazza è stata il cuore di uno dei più antichi rioni di Firenze e spazio libero per corse e giochi dei bambini accompagnati da mamme pazienti che, sedute sulle panchine di pietra, alternavano sguardi su un lavoro di cucito e sulle corse dei loro figli, liberi, divertiti e sporchi di polvere.
La mia nonna era una di loro, e la mia mamma e i due fratelli più piccoli dividevano con i tanti bambini la loro voglia di giochi... La mamma mi raccontava, ogni volta che passavamo da lì, che era bravissima nel gioco del cerchio. Si utilizzavano un cerchio di legno e un bastoncino e si doveva far correre il cerchio più lontano possibile senza farlo cadere, spingendolo e guidandolo solo col bastoncino. Sorrideva soddisfatta di sé quando mi descriveva la sua lunga corsa intorno alla grande piazza, evitando con attenzione i cordoli di pietra e riuscendo spesso a coprire l'intero perimetro della piazza arrivando al punto di partenza col cerchio in continuo equilibrio. E io la immagino ancora adesso, sicura che ce la faceva davvero, le gambette magre e nervose, la gonna che le danzava sulle ginocchia, la determinazione nello sguardo attento, la frangia scura incollata sulla fronte e i capelli ondulati mossi dal vento nel ritmo calibrato della corsa...
Poi lei crebbe e la piazza non fu più luogo di giochi per lei, sorella maggiore a cui venivano dati compiti più responsabili da dividersi all'interno della famiglia. La sorella minore andava a scuola dalle vicine suore di Santa Caterina e ogni mattina era lei che la accompagnava, e col freddo dell'inverno lasciare il letto caldo non era facile, specialmente per questa sorellina a cui la scuola stava un po' stretta. Allora facevano la strada con lentezza, una manifestando stanchezza e poca voglia, l'altra incitando e tirandola dietro di sé. Fino a che non arrivavano in piazza Barbano e la sorella si “inchiodava” sulla panchina di pietra e rifiutava di andare avanti. Cominciava una vera battaglia tra rifiuti e tentativi di persuasione che non sempre riuscivano nell'intento. Certe volte si riusciva a raggiungere la scuola, fra lacrime e mugugni, a volte invece si rifaceva la strada di casa tra godimenti segreti di vittoria e minacce di punizioni dalla mamma in attesa.
Quando la mamma divenne più grande, molte famiglie si recavano la sera, nel tepore della nuova primavera o nel tardo pomeriggio d'estate, dopo le ore pesanti dell'afa, in un bar che era stato aperto nella piazza e dove delle piccole orchestrine e cantanti dilettanti intrattenevano una clientela costituita essenzialmente da gruppi di famiglie e amicizie in comune suonando e cantando le canzoni più in voga. Si consumava la pasta dolce o un gelato, si spegneva l'arsura con un'acqua Recoaro o un' aranciata S. Pellegrino... e fra il caldo profumo dei tigli e un cielo così pulito che si ammantava di stelle nascevano i primi turbamenti e si incrociavano sguardi timidi o allusivi, protetti dal buio discreto e incoraggiati dai versi appassionati del canto.
L'ultimo, significativo ricordo che la mamma aveva della piazza Barbano fu quando la attraversò col babbo, seduta sulla canna della sua bicicletta, quel fatidico giorno del gennaio 44, quando gruppi di azione patriottica piazzarono e fecero esplodere una serie di ordigni in diversi presidi nazisti nel centro della città colpendo, tra gli altri, un albergo di Piazza Indipendenza requisito ed usato dalla Gestapo. Quando la bomba scoppiò la mamma e il babbo erano passati da pochissimi minuti, ed io con loro, piccola blastula in attesa di crescere e di venire al mondo dopo il disastro e i dolori della guerra.
Ma questo fa parte di un altro racconto!
Ho attraversato, nel corso degli anni, quella piazza che collegava il mio rione a punti strategici e importanti della mia vita di studentessa, di moglie e di mamma, soffermandomi a volte per ammirarne la bellezza calda del foliage degli alberi in autunno e quei lampioni dal lungo fusto in ghisa che accendevano , la sera, i loro globi come petali soffusi di luce contro il cielo. Ci passo ancora, anche se meno spesso... La piazza è cambiata, come è cambiata la gente, i colori, i rumori. Ma la mente è uno schermo che sa accendersi in noi e il cuore un proiettore e una bobina di ricordi. Tutto allora scompare, la piazza diventa una, intorno alle statue spariscono le aiuole e di nuovo l'asfalto è polvere e ghiaia. Mi fermo e aspetto che “lei” finisca la sua corsa, la immagino nascosta dai filari dei tigli, accaldata dall'impegno e dalla fatica, la sento “presente”, i suoi piedi che si muovono leggeri, il cerchio che mantiene il suo equilibrio. E mentre “aspetto” di vederla apparire, accaldata e felice, sento che ha percorso il suo ultimo giro sostenendo il cerchio della vita col piccolo bastone del coraggio e della fede e affrontando e superando ogni avversità, polvere, sassi e ghiaia per arrivare, esausta ma vincente, in fondo al perimetro della sua lunga storia.
Alessandra Mazzoli













