Famiglia Magalotti
Famiglia Magalotti
Perché parlo a voi fiorentini della chiesa di Sant’Onofrio a Roma? E mo’ voo dico subbito!
Sul lato destro del sagrato, poco prima dell’entrata di questa stupenda chiesa, c’è una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Rosario. Questa risale al '600 e fu voluta da Guido Vaini (le fonti riportano il cognome con diverse varianti tra cui: Vayna o Vaina). Questi era un patrizio di Imola trasferitosi poi a Roma.
Visse tra il Seicento e primo Settecento (1648–1720 circa) e si fregiò di titoli come: principe di Cantalupo, duca di Selci e marchese di Vacone. Realizzò questa cappella per sé e per sua moglie Lucrezia Magalotti. Ecco perché ne parlo, la donna era una patrizia appartenente alla famiglia fiorentina dei Magalotti, una casata aristocratica legata alla corte medicea del Seicento. I Magalotti poi, ebbero un ruolo molto importante nella vita politica e culturale del Granducato di Toscana.
La cappella, oltre alla Madonna, veniva così dedicata anche a tutta la famiglia, composta per altro da ben dodici figli. In seguito avrebbe portato alto il nome della famiglia attraverso tutti i futuri discendenti.
Nota a Firenze fin dal XIII secolo, la famiglia ebbe come capostipite Magalotto di Bonaccorso, proprietario di alcune torri e di case concentrate soprattutto tra Borgo dei Greci, via del Parlagio e via dell'Acqua. Una di queste torri venne poi inglobata nel complesso di San Firenze dei Filippini, come ricorda anche un'iscrizione posta in via dei Greci ancora visibile.
I Magalotti combatterono a Montaperti con la fazione guelfa, poi si divisero in due rami: quello di Gherardino, che si estinse nel Quattrocento e quello di Borghese, che sopravvisse fino agli inizi del Settecento.
Filippo Magalotti, come ci tramanda lo storico Giovanni Villani del XIII secolo, fece parte degli insorti che cacciarono dalla città il duca d'Atene. Questi era stato chiamato precedentemente dagli stessi cittadini per sedare alcune rivolte interne tra guelfi e ghibellini che destabilizzavano Firenze. Essendo un personaggio straniero con una buona reputazione, avrebbe dovuto essere imparziale nelle contese e riportare la pace tra i fiorentini.
Il duca nobile francese Gualtieri VI di Brienne però, si fece egoisticamente nominare signore a vita governando tra il 1342 e il 1343 la città come un despota, perdendo così presto l’appoggio del popolo. Filippo, fu uno tra i più convinti sostenitori della sua cacciata. Minacciato di eliminazione fisica, il duca rassegnò le sue dimissioni e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, il giorno dedicato a sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene è descritta nella “Nova Cronica” di Giovanni Villani e raffigurata negli affreschi da Andrea Orcagna. Alcuni di questi episodi riguardano il linciaggio o l’esecuzione di alcuni suoi collaboratori che non fecero in tempo a fuggire. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi.
Lo stemma originario dei Magalotti presenta delle strisce orizzontali doli colore oro alternate ad altre nere, alle quali venne aggiunta sulla parte superiore la scritta "Libertas" in caratteri d'oro su campo rosso. Questa aggiunta risale ai tempi della guerra contro papa Gregorio XI (1329/1378), che cercava di espandersi nei territori fiorentini. Giovanni di Francesco Magalotti fu un importante uomo politico e strenuo difensore della libertà, nonché membro degli Otto di Guerra o (Otto Santi), nonché forte oppositore dell’espansionismo pontificio.
La famiglia ebbe sempre numerosi ed importanti incarichi pubblici, sia durante il periodo della Repubblica, che durante il Principato.
In seguito, un altro importante esponente portò alto il nome della famiglia. Questi fu Ottavio, cavaliere di Santo Stefano nel 1589, Ordine che insieme ai Cavalieri di Malta contrastò efficacemente in mare il fenomeno della pirateria turca.
Nel 1623 vanno ricordati anche i fratelli Carlo, Lorenzo e Costanza Magalotti, che ottennero importanti incarichi da Urbano VIII Barberini.
Carlo fece carriera militare nella guardia del pontefice, Lorenzo divenne cardinale, mentre Costanza sposò Carlo, un fratello del papa con cui ebbe un figlio chiamato Antonio e che divenne a sua volta cardinale.
Il personaggio più noto della casata fu sicuramente Lorenzo Magalotti, un illustre letterato membro dell'Accademia del Cimento, dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dell'Arcadia. In oltre fu uno stimato relatore di saggi scientifici e anche poeta.
Ritornando alla “nostra” Lucrezia, “conosciuta” a Roma in questa chiesa dei Gianicolo, di lei ci rimane ben poco, se non un dipinto che la ritrae e che fa parte della serie detta delle “Bellezze di Artimino”, ma che stranamente non compare pubblicato nel Catalogo Generale degli Uffizi. Catalogo che raccoglie e documenta i ritratti di gentildonne pervenuti in doppia versione, ovvero “al petto” e “al gomito”. Uno dei due ritratti si suppone venisse destinato alle donne ritratte o alle loro famiglie.
La serie, voluta molto probabilmente da Cristina di Lorena per ornare i saloni della Villa di Artimino, fu iniziata alla fine del secolo XVI e terminata nel 1638. Il nucleo principale è costituito da quarantaquattro ritratti databili intorno al 1606. Una prima serie era costituita da ventitré ritratti pagati nel 1601. Una seconda, è formata da altri ventuno pezzi, che risalgono al 1603/1606. Tra gli esecutori dei dipinti compare Achille di Baldassarri Granre, pittore della bottega di Jacopo Ligozzi, attivo come ritrattista dei Medici e Matteo Confortini, pittore molto noto, attivo negli anni 1585/1633, e Francesco Mati detto lo “Zoppo”, allievo di Alessandro Allori. Il ritratto di Lucrezia Magalotti è così descritto nell’Inventario della Villa del Poggio Imperiale del 1860: “Quadro a mezza figura che ritrae Lucrezia Magalotti de’ Vaini, con ornamento scorniciato tinto giallo e oro”.
Purtroppo, almeno al momento, non si trovano altre notizie su questa nobildonna di cui casualmente ho scoperto l’esistenza visitando questa bellissima chiesa romana che ospita tra l’altro i resti di Torquato Tasso, un chiostro affrescato dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio, uno stupendo abside affrescato dal Pinturicchio ed opere di Antoniazzo Romano, di Annibale Carracci, un dipinto attribuito a Leonardo, poi opere del Domenichino, del Peruzzi e del Baglione… una piccola perla.
Riccardo Massaro















