Hidden among the mountains of northern Italy, this abandoned sanatorium once gave hope to children fighting tuberculosis and other lung diseases.

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Hidden among the mountains of northern Italy, this abandoned sanatorium once gave hope to children fighting tuberculosis and other lung diseases.

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Guasto al CUP di Lodi: Prenotazioni in Tilt
I numeri delle prenotazioni passano senza ragione dall’87 al 145 portando all’esasperazione i molti utenti in attesa al Cup dell’ospedale di Lodi. È esplosa la bagarre questa mattina, intorno alle 10. Per l’ennesima volta il sistema informatico è andato in tilt, è salita la tensione con qualche accenno di litigio tra le persone presenti. Si è reso necessario l’intervento della vigilanza per…
Mentre aspetto il turno per la visita in ospedale cosa si può fare di meglio che non sorseggiare una
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Ospedale degli Innocenti di Firenze: Quarta ed ultima parte
Ospedale degli Innocenti di Firenze
Prima parte Seconda parte Parte terza Quarta ed ultima parte “La moneta spezzata”
Durante il percorso museale, si incontra una postazione che attraverso un video racconta la storia del luogo. Il corto metraggio dura poco meno di cinque minuti, e attraverso un linguaggio semplice, ripercorre attraverso uno squisito intercalare fiorentino il racconto tra una nonna e un bimbo curioso, che rinviene casualmente mentre gioca una moneta spezzata in due, conservata in un baule appartenuto al bisnonno che era stato ospitato all’ Ospedale degli Innocenti.
Un dolce stratagemma che dà occasione di spiegare ai più piccini il funzionamento dell’ente.
La nonna spiega che il bisnonno a causa della povertà dei suoi genitori, fu lasciato in questo ospedale, ma che il bimbo non era malato come chiede il nipotino, perché l’ospedale era preposto ad ospitare tutti quei bambini che non potevano rimanere in famiglia e che avevano bisogno di un posto in cui vivere, magari solo per un breve periodo. Il bimbo, spiega la nonna, veniva stato lasciato attraverso una grata in delle fasce, quelle ancora oggi conservate in quel baule e che risalgono a centocinquanta anni fa insieme a quella moneta spezzata, il simbolo per riconoscere il bimbo.
Una parte spezzata, continua la nonna, veniva lasciata al bambino, questa aveva un piccolo foro in cui veniva inserito un cordoncino così da poterla appendere al collo del bimbo in maniera che non si perdesse. La nonna spiega ancora che il bimbo era stato poi affidato a una balia, affinché lo allattasse, lo curasse e lo amasse. Poi il bimbo era tornato all'Ospedale degli Innocenti, dove i genitori andarono a recuperarlo un po’ di tempo dopo. Grazie proprio a quella moneta spezzata che coincideva con quella che era stata catalogata e conservata dai responsabili dell'ospedale furono sicuri che quello era loro figlio.
Il bisnonno era stato fortunato, perché i genitori erano andati a riprenderlo, altri rimanevano molto più tempo nell'ospedale e se erano fortunati anche loro se i genitori non potevano più riprenderli, magari venivano adottati. Comunque all'interno dell'ospedale ricevevano tutte le attenzioni, le cure e soprattutto l'affetto da parte di chi era preposto alla loro cura.
Così i nipotini possono definirsi dei bis, bis nipoti dell’ospedale, che oggi è diventato un istituto che si occupa di molte altre cose, ma sempre comunque dedicando grande attenzione ai bambini.
Nel centro storico di Firenze c’è ancora una ruota per lasciare anonimamente i neonati, si chiama “culla per la vita” è situata a Piazza San Remigio, a pochi passi da Palazzo Vecchio e dalla Basilica di Santa Croce.
Questa culla è collegata alla Misericordia di Firenze ed è installata in un piccolo vano accessibile dall’esterno della Chiesa di San Remigio.
È uno sportello che si apre con un pulsante, dove dentro c’è una culla riscaldata. Dopo aver lasciato il neonato, lo sportello si richiude e un sistema di allarme avvisa subito i volontari e il personale sanitario. Il neonato viene poi portato rapidamente in ospedale per le cure e i controlli.
In città esiste anche un’altra culla collegata all’area ospedaliera di Ospedale Santa Maria Nuova, sempre nel centro storico.
Oggi l’ Ospedale degli Innocenti è diventato uno stupendo museo che oltre a raccogliere le testimonianze del suo passato, conserva opere di alto valore artistico assolutamente imperdibili per un turista che passa per Firenze.
Riccardo Massaro
Ospedale degli Innocenti di Firenze: Parte terza
Ospedale degli Innocenti di Firenze
Prima parte Seconda parte Parte terza
Ma come era strutturato l'ospedale?
Il cortile delle donne fu realizzato nel 1439, progettato da Francesco della Luna, dopo che il Brunelleschi aveva lasciato a questi la commissione per iniziare altri lavori. Il cortile fu rimaneggiato nell'Ottocento, poi nel 1969 fu riportato all'aspetto originale.
Il balcone che domina il cortile, è quello originario del 1493. Si tratta di una loggia usata per stendere i panni, mentre ora è diventata una delle terrazze panoramiche più suggestive di Firenze per ammirare la città.
Il cortile degli uomini è in parte stato progettato dal Brunelleschi, ma fu realizzato in fasi successive. Il colonnato del 1443 richiama il loggiato esterno, che venne sopraelevato con una galleria nel 1470. La decorazione a graffio del 1590 riporta l'unione tra l’ Ospedale degli innocenti, Sangallo e Santa Maria della Scala. Qui infatti vengono riportati i rispettivi stemmi. Nello stesso anno venne posizionato l'orologio che si vede sulla torre, ma che fu sostituito con uno nuovo nell'Ottocento ed ancora funzionante.
Attraverso una vetrata si possono notare cataste di documenti conservate in quello che è l'archivio storico della struttura e in cui viene custodita tutta la lunga storia di questo istituto. Alla fine del Settecento si decise di raccogliere in un unico ufficio tutto il materiale archivistico.
All'origine questo ambiente era il refettorio maschile, si trattava di una grande sala affrescata, in cui successivamente venne posta una grande libreria in legno di cipresso che correva lungo tutte le pareti, sopra le quali vennero realizzate dodici lunette con palchetti e cartigli su cui descrivere il materiale in esso contenuto.
Nel Novecento vennero aggiunti degli armadi e dei terrazzi trasversali che divisero la sala in più sezioni. L'ingresso nell'archivio era consentito soltanto agli amministratori e agli impiegati, che potevano consultare i documenti su dei banconi o dei leggieri posti sulla balaustra. L'archivio storico conserva ancora tutto questo materiale con il quale si può ricostruire tutta la storia dei bambini e delle bambine accolte, il tipo di istruzione a cui sottostavano e la vita economica sociale e culturale della città.
Il loggiato progettato tra il 1419 e il 1427 dal Brunelleschi, è una delle prime architetture civili rinascimentali realizzate, in questa struttura si accoppia la pietra grigia con profili su intonaco bianco. I putti in fasce presenti sono di terracotta invetriata, realizzati da Andrea della Robbia. Oggi sono diventati il simbolo degli Innocenti e ornano questo colonnato dal 1487. Fino al 1875, il loggiato era adibito a luogo di accoglienza dei “gettatelli”, deposti all'interno della finestra ferrata. Anche la piazza antistante è ispirata specularmente alla Loggia dei Serviti e al portico della chiesa della Santissima Annunziata.
Il 30 giugno del 1875 veniva posto fine all’abbandono anonimo dei bambini. Da questo momento in poi i nascituri saranno ricevuti dall'ufficio di consegna dell'Istituto posto all’entrata, che ne registrava le generalità. Nel 1891 l'ufficio si trovava nella sala Grazzini, accanto ad un ambiente in cui veniva monitorata la salute dei piccoli arrivati. Veniva attrezzata una sala di osservazione dei nuovi arrivati per evitare contagi. Era infatti molto facile che i bambini giunti portassero qualche malattia contagiosa con loro.
Dunque i medici dovevano diagnosticarla e curarla, possibilmente isolando i piccoli pazienti per evitare pandemie. Ad ogni lettino vi era una piccola cartellina con una matita per riportare giornalmente annotazioni ed aggiornamenti che riguardavano il piccolo degente. Spesso questi bambini avevano la sifilide e dunque anche la loro balia veniva inclusa nella terapia. Molto utile fu il metodo Wassermann che dal 1906 diagnosticava con certezza la presenza di questa malattia. Delle infermiere accudivano sia i piccoli che le loro balie nei molto candidi camicia bianchi. Il letto della balia era posizionato sempre vicino a due culle.
Nella parte superiore della struttura è conservato l'imponente ciclo pittorico realizzato da Alessandro Allori tra il 1535 e il 1607. Questo è stato distaccato da dove venne realizzato nel 1825. Conservato dapprima agli Uffizi, in seguito arrivò all' Istituto degli Innocenti.
Si tratta di nove affreschi qui esposti dal 1971, che rappresentano la Creazione di Eva, il Peccato Originale, la Cacciata dal Paradiso terrestre e sei figure di Profeti che, facendo riferimento all'Antico testamento, annunciano la venuta di una donna pura venuta per salvare l'umanità.
Ognuna di queste figure ha un attributo identificativo che aiuta a riconoscerli: Giona è in compagnia di un pesce, Mosè detiene le tavole dei Dieci Comandamenti, Re David tiene in braccio una lira, mentre Geremia viene riconosciuto solo dal suo nome scritto accanto a lui.
Le pitture rievocano quelle di Michelangelo della Cappella Sistina in Vaticano, da cui Allori aveva tratto ispirazione per decorare la volta della Cappella Montauti della dirimpettaia chiesa della Santissima Annunziata.
Sempre in questa area dov'è situata la cappella, sono posizionati due frammenti di un affresco attribuito a Lorenzo Monaco, risalenti ai primi anni del Quattrocento. Questi provenivano da Santa Maria Nuova nel cenacolo di Ognissanti, l'affresco raffigura una Crocefissione con la Madonna e San Giovanni Evangelista. Realizzato probabilmente nel 1400 -1410 per il Convento degli Oblate di Santa Maria Nuova. Si tratta di un'iconografia particolarmente diffusa nei luoghi di cura e di sepoltura. Compaiono San Giovanni e la Madonna seduti a terra posti ai piedi della croce, il loro aspetto è visibilmente dolente, appesantito dai toni grigi che rimandano alla sofferenza e al conforto.
Nel 1445, una volta aperto l’ospedale vennero ampliati gli spazi per il priore ospedalingo che così poteva avere la sua abitazione all’interno dell’edificio. Vennero realizzati così tre ambienti che portarono alla prima modifica architettonica dell’impianto del Brunelleschi. Opere che rialzarono il corpo di fabbrica della facciata.
Il vestibolo tra la camera e lo studio del priore situato in corrispondenza dell’ingresso dell’ospedale venne poi impreziosito nel 1612 con un affresco di Santa Caterina d’Alessandria realizzato da Bernardo Barbatelli detto Bernardino Poccetti tra il 1553-1612. L’attribuzione è certa, perché il quadro è firmato inoltre è stato ritrovato un documento qui archiviato, che conserva la registrazione del pagamento versato al pittore.
La scena raffigura Santa Caterina che sta convertendo al cristianesimo cinquanta Dotti, convocati dall’imperatore romano per confutare le tesi religiose della donna. Tra i visi riprodotti c’è il ritratto di un amico, Gengia Ferravecchio, Dante e probabilmente anche l’autoritratto dell’artista.
Il Poccetti venne ospitato per alcuni anni presso l’ospedale (tra 1610 e 1612), quando dipinse alcune opere per la famiglia de’ Medici nel loggiato della facciata, tra cui la storia degli innocenti posto nell’antico refettorio delle donne.
Le stanze del priore hanno assolto a diverse funzioni nel tempo e dal 1971 sono diventate percorso museale. Furono chiuse per un periodo di tempo per diventare Uffici dell’ Amministrazione. Oggi per fortuna sono state restituite ai visitatori.
Tra gli ambienti costruiti nel 1599 compare il coretto, qui venivano ospitate inizialmente le nocentine (o innocentine) e poi le balie di casa che si occupavano dei neonati, nel 1619 il coretto venne usato per permettere alle fanciulle e alle baie di assistere alle funzioni religiose senza essere viste. L’educazione religiosa impartita alle nocentine prevedeva la cura quotidiana di figure sacre o di piccoli altari come quelli conservati in questo ambiente, così si svolgeva la vita quotidiana degli ospitati tra lavoro e preghiera.
La Cappellina delle suore come comunemente viene chiamata, era parte dell'oratorio costruito nel 1955, quando la cappella interna posta vicino al cortile delle donne venne destinata a scuola di puericultura. La Curia Fiorentina ottenne dall'Amministrazione degli Innocenti, l'autorizzazione a costruire un oratorio per le suore di Santa Marta che risiedevano presso l'Istituto già dal 1938 e che svolgevano diverse funzioni assistenziali.
L'oratorio venne consacrato il primo dicembre nel 1956 da Don Attilio Piccini, parroco e archivista dell'Istituto. La cappella fu dedicata al Santissimo Crocifisso, questo per la presenza sopra all'altare di un crocifisso ligneo risalente al XVI secolo.
Un'area è dedicata alla galleria degli affreschi ed ospita una stupenda collezione di opere distaccate da diversi ambienti fiorentini in varie epoche e qui alloggiati dalla Sovraintendenza alle Gallerie Fiorentine nel 1971 a seguito della disastrosa alluvione del 4 novembre 1966 che arrivò a sommergere il seminterrato dell'Istituto degli Innocenti.
Sono tutti affreschi provenienti da edifici del centro storico. La pinacoteca venne inaugurata nel 1971 alla presenza di alcuni rappresentanti del Canada che aveva contribuito al restauro.
Riccardo Massaro

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Tribunale di Agrigento condanna l'ASP a risarcire 2 milioni per la morte di una donna
Il Tribunale di Agrigento ha disposto un risarcimento di quasi 2 milioni di euro ai familiari di una donna di 46 anni. La paziente è deceduta nell'ottobre 2020 presso l'ospedale San Giovanni di Dio a causa di una occlusione intestinale che non è stata diagnosticata né trattata in modo adeguato. Inoltre, l'avvocato Giuseppe Zucchetto ha ottenuto l'accoglimento dell'istanza presentata a tutela della famiglia della vittima. L'Azienda Sanitaria Provinciale dovrà versare oltre 1.960.000 euro, oltre al pagamento delle spese processuali. La dinamica della vicenda e l'occlusione intestinale fatale La vicenda risale all'ottobre del 2020. La donna si era recata al Pronto Soccorso dell'ospedale agrigentino lamentando un forte dolore al fianco. Gli accertamenti diagnostici avevano evidenziato la presenza di un verosimile volvolo, ossia una torsione anomala di un tratto dell'intestino. Tuttavia, secondo quanto ricostruito dal difensore dei familiari, i medici non avrebbero compreso tempestivamente la gravità della situazione clinica. Di conseguenza, gli interventi necessari sono stati eseguiti troppo tardi e in modo inadeguato. Il personale sanitario del Presidio Ospedaliero non ha formulato la corretta diagnosi del caso. Invece di procedere con urgenza alla rimozione chirurgica dell'ostruzione intestinale, i medici hanno praticato un trattamento conservativo. Questa scelta terapeutica ha determinato un'irrimediabile compromissione delle condizioni di salute della paziente. Infatti, quando è stato effettuato l'intervento chirurgico d'urgenza, ormai era troppo tardi per salvare la vita della donna. Lo shock settico e le responsabilità mediche accertate A provocare il decesso della paziente è stato uno shock settico. Secondo il Tribunale di Agrigento, tale esito fatale poteva essere evitato. Il legale dei familiari ha dimostrato che la tragica morte della donna è certamente attribuibile a colpa e responsabilità esclusiva dell'ASP. Inoltre, la sentenza ha riconosciuto che il decesso è conseguenza immediata e diretta dell'imperizia, imprudenza e negligenza con cui il personale medico-sanitario dipendente dal nosocomio agrigentino ha gestito il caso clinico. Il Tribunale ha recepito pienamente le valutazioni operate dal collegio peritale. I due consulenti esperti nominati dal Giudice hanno concluso in modo inequivocabile che se la paziente fosse stata curata in tempo sarebbe sopravvissuta. Pertanto, l'autorità giudiziaria ha condannato l'ASP di Agrigento a risarcire i danni morali e materiali alla famiglia della vittima. Le evidenze cliniche confermavano la presenza della occlusione intestinale, ma i sanitari non hanno agito di conseguenza. Il risarcimento di quasi 2 milioni di euro alla famiglia L'importo complessivo del risarcimento supera 1.960.000 euro. A tale cifra si aggiungono le spese processuali che l'Azienda Sanitaria Provinciale dovrà sostenere. Questo caso rappresenta uno dei risarcimenti più elevati disposti dal Tribunale di Agrigento per responsabilità medica. Inoltre, la sentenza costituisce un importante precedente per tutte le situazioni in cui i familiari lamentano carenze nell'assistenza sanitaria ospedaliera. La famiglia della donna potrà finalmente ottenere un riconoscimento economico per la perdita subita. Tuttavia, nessuna somma di denaro potrà mai compensare la perdita di una persona cara. La vicenda solleva interrogativi sulla qualità dell'assistenza sanitaria e sulla necessità di garantire diagnosi tempestive e trattamenti adeguati. In particolare, i casi di occlusione intestinale richiedono interventi chirurgici urgenti quando le condizioni cliniche lo impongono. Read the full article
Ospedale degli Innocenti di Firenze: Seconda parte
Ospedale degli Innocenti di Firenze
Prima parte Seconda parte
Ma come facevano a distanza di anni i genitori a riconoscere e ritrovare i propri figli lasciati agli Innocenti per riprenderli con sé?
Ebbene attraverso dei “segni” di riconoscimento che venivano lasciati sul nascituro e che all’ospedale venivano accuratamente registrati. Segni di riconoscimento, che sono ancora qui conservati ed esposti al pubblico. Si tratta perlopiù di monete, medagliette, monili spezzati, di cui una metà rimaneva al bimbo e l’altra ai genitori come testimonianza. Quando le due parti si ricomponevano, si riformava felicemente anche il nucleo familiare.
Tra questi segni di riconoscimento che venivano lasciati tra le fasce c’erano anche messaggi scritti; nel museo ve ne sono conservati a migliaia. Oltre alle monete e le medaglie spezzate, si trovano anche anelli, fermagli, santini, piccole croci, chicchi di rosario, vetro colorato, bottoni, pezzetti di stoffa… qualsiasi cosa che potesse essere conservata e poi recuperata come prova.
Come segni propiziatori venivano scelti il corallo, dei nastri rossi o pietre benefiche come la corniola e l'agata. Erano oggetti che portavano con sé la speranza per i genitori che un giorno non lontano potessero ritrovare e riabbracciare il figlio.
Questa usanza di lasciare la metà di un oggetto comincia in concomitanza con l'apertura nel Quattrocento dell’ospedale. Tutti questi contrassegni venivano rigorosamente registrati e conservati nella stanza del camerlengo, responsabile della tenuta dei conti, dell’amministrazione e della gestione finanziaria dell’istituzione fiorentina.
Le “polizze” furono inserite all'inizio tra le coperte dei registri e poi catalogati nel tempo in maniera sempre più efficiente. Quando i genitori tornavano a prendere il figlio, l'ospedale poteva chiedere un rimborso alla coppia per le spese sostenute per il suo mantenimento.
Tra questi raccolte di documenti c'erano anche i registri di battesimo dell'ospedale e i libri dei morti, dove si annotavano i decessi. Ancora si potevano trovare i libri del baliatico e quelli dei popoli che riportavano informazioni sulle balie.
L’attuale archiviazione delle notizie e dei beni, risale probabilmente al 1827, allo Scrittoio delle creature. I beni furono avvolti in carte contrassegnate con il numero di ingresso dell’infante e archiviati in piccole scatole di legno contrassegnate con mese ed anno. Nel museo sono conservati oltre 40.000 di questi reperti, molti di questi esposti nella mostra.
Nell’Ottocento aumenta la varietà di questi oggetti, spesso chiusi in sacchettini di tessuto che contengono croci, bottoni, santini, medagliette, rosari, nastri, ma anche orologi e fotografie, addirittura gusci di noce e lenti di occhiali.
Per aumentare le possibilità di riconoscimento da parte dei genitori, questi segnali divenivano più complessi ed andavano a formare un vero e proprio corredo composto da più oggetti, così da escludere ogni dubbio. A volte si attribuiva a questi pezzi un potere magico, come nel caso di manufatti brillanti, che avrebbero protetto secondo le credenze l’infante dal malocchio.
Il 6 febbraio del 1771 una serva della Compagnia del Bigallo, porta agli Innocenti una bimba di circa un anno. Insieme ad essa c’è un documento che ne riassume la storia. La piccola era stata abbandonata all’uscita del Bigallo, indossava una medaglia con raffigurati i Re magi, mezza moneta che riportava il nome di Maria Tommasa. La bimba era rimasta esposta come di consuetudine tre giorni nella loggia esterna per consentire ai genitori di poterla riprendere in caso di ripensamento. Dopo la vana attesa, la bimba veniva come consuetudine ammessa nella struttura ed ospitata come tutti i bimbi inferiori di tre anni nel brefotrofio. Qui venne battezzata col nome di Riccarda e poi affidata alla balia Teresa del Valdarno superiore, nelle cui braccia però morì pochi mesi dopo.
Nel 1861 sono 1477 i segnali lasciati per il riconoscimento. La maggior parte di questi sono di natura profana, soprattutto monete e medaglie, mentre un terzo di questi rientra negli oggetti di natura votiva, come la medaglietta di Riccarda, spesso dedicate ai Re magi, ma anche alla Madonna o a San Venanzio.
Nell'anno dell'Unità d'Italia si verifica una sterzata che porta all'uso di medaglie raffiguranti Garibaldi, Vittorio Emanuele II o Napoleone III, spesso accompagnate da nastri tricolori. Alcuni documenti di accompagnamento, chiedono che i bambini siano battezzati con i nomi di: Italia, Camillo, Garibaldo o Vittorio Emanuele.
Nell'aprile del 1901 una levatrice di Impruneta consegna una neonata, perché la madre è impossibilitata a tenerla. Per riconoscerla le lascia addosso una mezza croce di carta dorata e l'altra la tiene. Poi le dedica una poesia: “A te o Flora”, così si chiamava la bambina, cresciuta dalla balia Elvira e poi con Assunta e Luigi, due affidatari, finché due anni dopo la madre naturale di nome Palmira venne a riconoscerla e portarla via.
Con la chiusura della finestra ferrata il 30 giugno del 1875, si ha l'apertura dell'Ufficio di Consegna per l'accoglienza dei bambini. Vengono così inaugurate delle nuove procedure amministrative per il riconoscimento attraverso una sentenza da parte del tribunale. Così l’uso dei “segnali” diminuisce drasticamente ma non si esaurisce, perché questa consuetudine è ancora fortemente radicata nel popolo.
Continua dunque l’uso di oggetti “simbolo” spezzati a metà dal valore esclusivamente affettivo o simbolico, spesso legati alla cultura magico religiosa e alla medicina popolare delle campagne. Cosi alle medaglie si affiancano amuleti per salvaguardare il bambino.
La parola “simbolo”, proviene dal greco “symbolon”, fa riferimento ad un oggetto che serviva a sancire un vincolo di amicizia tra individui o famiglie. Prendeva corpo attraverso anelli o altri elementi, anche questi precedentemente divisi a metà, che riuniti finivano per rappresentare un'unione indissolubile.
Trasformazioni della struttura nel tempo
Nel 1888 si instaura nell’ospedale un Consiglio di Amministrazione che porta avanti diverse riforme. Queste coinvolgono il commissario Gustavo Pucci coadiuvato da Luigi Fusi, un ingegnere che si impegna nella sistemazione dei locali del Baltico e alla creazione di nuove infermerie. Si passa dunque all'illuminazione elettrica, alla fornitura di acqua corrente calda per i servizi igienici e per le cucine.
Questa trasformazione viene riconosciuta a livello internazionale, tanto che nel 1900 la struttura parteciperà all'Esposizione Universale di Parigi, dedicata alle industrie, alle arti, alle scienze per la selezione economica sociale e per l’ assistenza della pubblica igiene.
Nel 1899, Giacomo Brogi attiva una campagna fotografica per mostrare la trasformazione e l'organizzazione insieme alla funzionalità dell’ ente.
Tra il 1915 e il 1918 si avviano altre forme di assistenza, soprattutto per i figli di soldati feriti o caduti in guerra e a profughi attraverso dei sussidi economici. Si verifica anche un'apertura verso l'esterno, che favorisce il sostegno alle madri povere o nubili, come la Casa di Maternità al Salviatino per le gestanti nubili.
Nel 1925 viene varata la legge 2277 che istituisce l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia che provvede alla protezione e all’assistenza di madri e bimbi.
Nel 1927 cambia ancora il metodo di archiviazione: una per gli illegittimi, riconosciuti solo dalla madre, l'altra per gli illegittimi nati da genitori non sposati e un'altra ancora per bambini non riconosciuti dai genitori.
Nel 1940 con il nuovo statuto, l'ospedale diventa Regio Ospedale di Santa Maria degli Innocenti. Durante il Ventennio fascista si continua sulla stessa linea, ma l’ente deve affidare il bambino alla madre nubile che riconosce il figlio per essere allattato.
Con la diminuzione degli oggetti che accompagnano i bambini abbandonati, si cambia anche il sistema di archiviazione. Per favorire una corretta conservazione si separano gli oggetti dai documenti cartacei, che vengono ripuliti, divisi, inventariati e digitalizzati per essere poi resi disponibili alla consultazione on-line di tutto l'archivio completo e nella teca digitale dell'ente.
Oggi queste storie, questi brandelli di vita, sono conservati in quello che è diventato uno stupendo museo, molto particolare e suggestivo, che tocca nell'intimo il visitatore.
Durante il percorso si possono conoscere le storie di questi piccoli sfortunati, come quelle già citate e vedere tutti gli oggetti che li accompagnavano. Un archivio enorme così come la vasta esposizione, arricchita da postazioni interattive, permette di avere notizie molto approfondite e dettagliate sulla struttura, sulla sua organizzazione e sulla vita di tutti questi bambini così come di chi li accudiva. Un'esposizione che offre al visitatore la possibilità di vedere una buona parte di questi oggetti e documenti d'epoca originali.
Riccardo Massaro
Ospedale degli innocenti di Firenze: Prima parte
Ospedale degli innocenti di Firenze
Prima parte
Nel 1419, l’Arte della seta acquistava un terreno vicino al convento dei frati dei Servi di Maria, dove su progetto di Filippo Brunelleschi avrebbero costruito un ospedale. Nel 1421 iniziarono i lavori, il Comune riconobbe all’Arte il patronato sollevandolo da qualsiasi obbligo fiscale. Nel 1427, quando Brunelleschi aveva appena terminato il loggiato, scelse di impegnarsi in altri importanti progetti, così passò la sua commissione a Francesco della Luna.
Il 1445 vide il primo neonato accolto nella struttura. Nel 1465 erano già diventati duecento, nel 1484 si arrivava ad un migliaio, la maggior parte di loro erano bambine.
I neonati ospitati nella struttura aumentarono sempre di più negli anni. Nel 1786 si arrivò a ben 2.000 assistiti, nel 1873 erano diventati 2.318 nonostante fosse vicina la chiusura della ruota, ovvero dove in modo anonimo si potevano lasciare gli infanti. Questa era situata sul lato sinistro del loggiato, ancora oggi anche se il meccanismo non è più funzionante è visibile e protetta e conservata come un importante reperto storico.
Alle bocche degli infanti da sfamare si dovevano necessariamente aggiungere quelle del personale, ovvero balie e lattanti, che arrivavano a circa un centinaio di unità, dunque la struttura si sobbarcava un bell’onere, sostenuto grazie a lasciti, testamentari, donazioni, finanziamenti e sfruttando il proprio patrimonio immobiliare.
Nei primi del Quattrocento solo due ospedali: San Gallo fuori le mura e Santa Maria della Scala accoglievano oltre i poveri e i malati i bambini.
Quest’ultimo ospedale fu fondato nel 1313 da Cione di Lapo Pollini e gestito dai frati Serventi di Siena. Passò poi nel 1361 sotto il patronato dell’Arte della seta e nel 1532 venne riunito all’Ospedale degli Innocenti.
Gli infanti venivano lasciati alla struttura attraverso una finestra protetta da una grata (la già citata ruota), da cui potevano passare solo i neonati. Per ben seicento anni questa struttura operò per salvaguardare questi “innocenti”, che venivano accolti da due figure protettive, due statue ancora oggi conservate ed esposte nel percorso museale. Si tratta di Giuseppe e di Maria realizzate da Marco della Robbia frate domenicano seguace di Savonarola. Si nota la mancanza di Gesù bambino, il cui posto veniva occupato virtualmente dall’ abbandonato, che veniva posto proprio tra le due protettive figure.
L’ospedale con il passare degli anni
Tra il 1558 e il 1580, Vincenzo Borghini realizzerà un progetto educativo per i bambini ed uno di disciplinamento per le donne che operavano all’interno. Nel 1579 una grave crisi finanziaria colpirà l’ospedale e Borghini si vedrà costretto a vendere numerosi beni di proprietà della struttura. Nel Settecento il numero di bambini affidati aumenta ancora di circa mille l’anno. Nel 1776 verrà eletto alla carica di commissario Giovanni Neri Badia, quattro anni dopo terminerà il patronato dell’Arte della seta.
Nel 1780 si sviluppa la scienza pediatrica ad opera del chirurgo Lorenzo Nannoni, mentre nell’Ottocento si attua una nuova organizzazione per la comunità femminile al suo interno. Quando nel 1810 si impone la dominazione francese, viene abolita l’area del convento dove la parte femminile viveva sotto una stretta e rigida sorveglianza. In seguito, quando viene restaurato il governo granducale lorense, l’ospedale che gestisce l’ospizio per le donne incinte nubili di Orbatello, si incarica di assistere anche le partorienti povere e nel 1815 fonda l’Ospizio di maternità. Nel 1875 cessa l’abbandono anonimo attraverso la finestra dei neonati legittimi che per altro mettevano ormai fortemente in crisi la finanza dell’ente.
Una curiosità: si usava e ancora si usa dire “in fasce”, quando ci si riferisce ai neonati, questo perché in antichità era consuetudine fasciare i neonati, come appare anche in alcune opere di Della Robbia conservate nel Museo dell’ospedale. Questa usanza ormai dismessa, veniva praticata perché si credeva che la fasciatura servisse ad a drizzare le ossa e a proteggere l’infante.
Il putto in fasce presente nella struttura, è così ritenuto il simbolo dell’ accoglienza e della protezione dei neonati.
I piccoli ospiti della struttura
All’interno del museo sono ancora conservati ed esposti i documenti di tutti i bambini qui ospitati e di cui si possono seguire le vicende e i destini.
Simona Taddea viene lasciata il 19 novembre del 1451, il nome compare su una pergamena legata alla bimba con una corda di seta verde. Vengono indicati nei documenti i vari trasferimenti alle diverse balie che l’accudiscono e la allattano. Era stata lasciata presso l’ospedale ammalata quando aveva circa un anno di età. La bambina come altre, viene così “prestata” a famiglie nobili (Attavanti e Zanoni nel caso di Simona), che hanno già delle balie per i propri figli che così allattando, sono stimolate a produrre a lungo il latte. Ne beneficia anche l’ospedale che così risparmia. La bimba riceve in dono dalle famiglie che la ospitano pezze e fasce in segno di riconoscenza o forse più per una questione affettiva.
Lucia Caterina viene invece abbandonata il 23 marzo 1466. Figlia di Piero Jacopo da Poppi, viene affidata ad una famiglia benestante affinché la loro balia possa mantenere il latte. Il 9 marzo è invece affidata a Piera, balia di San Michele in Fronzano, poi viene svezzata e nel 1499 torna agli Innocenti. Ad otto anni è “concessa” ad un mercante fiorentino di pelli che la adotta e le fornisce una dote. Si sposerà nel 1470 con Martino di Piero.
Maddalena è figlia di un servo della famiglia di Ugolino Martelli. A tre anni il 7 maggio 1478 è abbandonata agli Innocenti. Sua madre era una schiava dalmata di Ragusa deceduta all’Ospedale di Santa Maria Nuova, il padre Battista di Casentino anche lui era a servizio dalla stessa famiglia insieme alla bambina. L’Ospedale riceve il corredo completo appartenuto alla madre composto da lenzuola, asciugamani, fazzoletti, cuffie ed alcuni metri di lana e lino.
Francesco, il 31 luglio 1465 ha circa 20 mesi quando viene deposto nella pila. È figlio legittimo di Michele Fabbro di Carmignano e di monna Margherita sua moglie, si sono entrambi innamorati quando erano ricoverati a Santa Maria Nuova. Chi lo porta agli Innocenti informa la struttura che il padre è proprietario di una casa, una bottega e di un pezzo di terra, di cui il bimbo è l'unico erede. Francesco però sopravvive solo fino al 12 agosto dell'anno dopo.
È il 21 dicembre del 1449 quando un uomo con il suo servo lasciano un bimbo tra le fasce alla ruota con un biglietto avvolto in esse. Questo spiega che il bimbo è figlio di monna Domenica che chiede di battezzare il bimbo con il nome di Tommaso. In omaggio alla madre il bimbo viene battezzato con il nome di Tommaso Domenico. Venne poi mandato a Londa nel contado e affidato alla balia Tita avvolto in fasce e in un mantellino di panno. Poche settimane dopo il bimbo morì, il prete e il balio del paese portarono la notizia del triste evento all’ospedale. Si accertò che la balia aveva mentito sul motivo del decesso, nascondendo la morte causata dalla peste. L’ospedale per punizione ridusse il salario alla donna.
Queste sono alcune delle tante storie di questi trovatelli. Storie struggenti, commoventi ma anche con risvolti felici, perché spesso questi, passato il periodo di crisi, vengono recuperato dalle loro famiglie.
Dalle testimonianze risulta che questi bimbi venivano accuditi con amore ed attenzione; cresciuti, educati e preparati per vivere una loro vita. Quando non tornavano in braccio ai loro legittimi genitori, venivano comunque adottati.
Riccardo Massaro