Ospedale degli Innocenti di Firenze: Seconda parte
Ospedale degli Innocenti di Firenze
Prima parte
Seconda parte
Ma come facevano a distanza di anni i genitori a riconoscere e ritrovare i propri figli lasciati agli Innocenti per riprenderli con sé?
Ebbene attraverso dei “segni” di riconoscimento che venivano lasciati sul nascituro e che all’ospedale venivano accuratamente registrati. Segni di riconoscimento, che sono ancora qui conservati ed esposti al pubblico. Si tratta perlopiù di monete, medagliette, monili spezzati, di cui una metà rimaneva al bimbo e l’altra ai genitori come testimonianza. Quando le due parti si ricomponevano, si riformava felicemente anche il nucleo familiare.
Tra questi segni di riconoscimento che venivano lasciati tra le fasce c’erano anche messaggi scritti; nel museo ve ne sono conservati a migliaia. Oltre alle monete e le medaglie spezzate, si trovano anche anelli, fermagli, santini, piccole croci, chicchi di rosario, vetro colorato, bottoni, pezzetti di stoffa… qualsiasi cosa che potesse essere conservata e poi recuperata come prova.
Come segni propiziatori venivano scelti il corallo, dei nastri rossi o pietre benefiche come la corniola e l'agata. Erano oggetti che portavano con sé la speranza per i genitori che un giorno non lontano potessero ritrovare e riabbracciare il figlio.
Questa usanza di lasciare la metà di un oggetto comincia in concomitanza con l'apertura nel Quattrocento dell’ospedale. Tutti questi contrassegni venivano rigorosamente registrati e conservati nella stanza del camerlengo, responsabile della tenuta dei conti, dell’amministrazione e della gestione finanziaria dell’istituzione fiorentina.
Le “polizze” furono inserite all'inizio tra le coperte dei registri e poi catalogati nel tempo in maniera sempre più efficiente. Quando i genitori tornavano a prendere il figlio, l'ospedale poteva chiedere un rimborso alla coppia per le spese sostenute per il suo mantenimento.
Tra questi raccolte di documenti c'erano anche i registri di battesimo dell'ospedale e i libri dei morti, dove si annotavano i decessi. Ancora si potevano trovare i libri del baliatico e quelli dei popoli che riportavano informazioni sulle balie.
L’attuale archiviazione delle notizie e dei beni, risale probabilmente al 1827, allo Scrittoio delle creature. I beni furono avvolti in carte contrassegnate con il numero di ingresso dell’infante e archiviati in piccole scatole di legno contrassegnate con mese ed anno. Nel museo sono conservati oltre 40.000 di questi reperti, molti di questi esposti nella mostra.
Nell’Ottocento aumenta la varietà di questi oggetti, spesso chiusi in sacchettini di tessuto che contengono croci, bottoni, santini, medagliette, rosari, nastri, ma anche orologi e fotografie, addirittura gusci di noce e lenti di occhiali.
Per aumentare le possibilità di riconoscimento da parte dei genitori, questi segnali divenivano più complessi ed andavano a formare un vero e proprio corredo composto da più oggetti, così da escludere ogni dubbio. A volte si attribuiva a questi pezzi un potere magico, come nel caso di manufatti brillanti, che avrebbero protetto secondo le credenze l’infante dal malocchio.
Il 6 febbraio del 1771 una serva della Compagnia del Bigallo, porta agli Innocenti una bimba di circa un anno. Insieme ad essa c’è un documento che ne riassume la storia. La piccola era stata abbandonata all’uscita del Bigallo, indossava una medaglia con raffigurati i Re magi, mezza moneta che riportava il nome di Maria Tommasa. La bimba era rimasta esposta come di consuetudine tre giorni nella loggia esterna per consentire ai genitori di poterla riprendere in caso di ripensamento. Dopo la vana attesa, la bimba veniva come consuetudine ammessa nella struttura ed ospitata come tutti i bimbi inferiori di tre anni nel brefotrofio. Qui venne battezzata col nome di Riccarda e poi affidata alla balia Teresa del Valdarno superiore, nelle cui braccia però morì pochi mesi dopo.
Nel 1861 sono 1477 i segnali lasciati per il riconoscimento. La maggior parte di questi sono di natura profana, soprattutto monete e medaglie, mentre un terzo di questi rientra negli oggetti di natura votiva, come la medaglietta di Riccarda, spesso dedicate ai Re magi, ma anche alla Madonna o a San Venanzio.
Nell'anno dell'Unità d'Italia si verifica una sterzata che porta all'uso di medaglie raffiguranti Garibaldi, Vittorio Emanuele II o Napoleone III, spesso accompagnate da nastri tricolori. Alcuni documenti di accompagnamento, chiedono che i bambini siano battezzati con i nomi di: Italia, Camillo, Garibaldo o Vittorio Emanuele.
Nell'aprile del 1901 una levatrice di Impruneta consegna una neonata, perché la madre è impossibilitata a tenerla. Per riconoscerla le lascia addosso una mezza croce di carta dorata e l'altra la tiene. Poi le dedica una poesia: “A te o Flora”, così si chiamava la bambina, cresciuta dalla balia Elvira e poi con Assunta e Luigi, due affidatari, finché due anni dopo la madre naturale di nome Palmira venne a riconoscerla e portarla via.
Con la chiusura della finestra ferrata il 30 giugno del 1875, si ha l'apertura dell'Ufficio di Consegna per l'accoglienza dei bambini. Vengono così inaugurate delle nuove procedure amministrative per il riconoscimento attraverso una sentenza da parte del tribunale. Così l’uso dei “segnali” diminuisce drasticamente ma non si esaurisce, perché questa consuetudine è ancora fortemente radicata nel popolo.
Continua dunque l’uso di oggetti “simbolo” spezzati a metà dal valore esclusivamente affettivo o simbolico, spesso legati alla cultura magico religiosa e alla medicina popolare delle campagne. Cosi alle medaglie si affiancano amuleti per salvaguardare il bambino.
La parola “simbolo”, proviene dal greco “symbolon”, fa riferimento ad un oggetto che serviva a sancire un vincolo di amicizia tra individui o famiglie. Prendeva corpo attraverso anelli o altri elementi, anche questi precedentemente divisi a metà, che riuniti finivano per rappresentare un'unione indissolubile.
Trasformazioni della struttura nel tempo
Nel 1888 si instaura nell’ospedale un Consiglio di Amministrazione che porta avanti diverse riforme. Queste coinvolgono il commissario Gustavo Pucci coadiuvato da Luigi Fusi, un ingegnere che si impegna nella sistemazione dei locali del Baltico e alla creazione di nuove infermerie. Si passa dunque all'illuminazione elettrica, alla fornitura di acqua corrente calda per i servizi igienici e per le cucine.
Questa trasformazione viene riconosciuta a livello internazionale, tanto che nel 1900 la struttura parteciperà all'Esposizione Universale di Parigi, dedicata alle industrie, alle arti, alle scienze per la selezione economica sociale e per l’ assistenza della pubblica igiene.
Nel 1899, Giacomo Brogi attiva una campagna fotografica per mostrare la trasformazione e l'organizzazione insieme alla funzionalità dell’ ente.
Tra il 1915 e il 1918 si avviano altre forme di assistenza, soprattutto per i figli di soldati feriti o caduti in guerra e a profughi attraverso dei sussidi economici. Si verifica anche un'apertura verso l'esterno, che favorisce il sostegno alle madri povere o nubili, come la Casa di Maternità al Salviatino per le gestanti nubili.
Nel 1925 viene varata la legge 2277 che istituisce l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia che provvede alla protezione e all’assistenza di madri e bimbi.
Nel 1927 cambia ancora il metodo di archiviazione: una per gli illegittimi, riconosciuti solo dalla madre, l'altra per gli illegittimi nati da genitori non sposati e un'altra ancora per bambini non riconosciuti dai genitori.
Nel 1940 con il nuovo statuto, l'ospedale diventa Regio Ospedale di Santa Maria degli Innocenti. Durante il Ventennio fascista si continua sulla stessa linea, ma l’ente deve affidare il bambino alla madre nubile che riconosce il figlio per essere allattato.
Con la diminuzione degli oggetti che accompagnano i bambini abbandonati, si cambia anche il sistema di archiviazione. Per favorire una corretta conservazione si separano gli oggetti dai documenti cartacei, che vengono ripuliti, divisi, inventariati e digitalizzati per essere poi resi disponibili alla consultazione on-line di tutto l'archivio completo e nella teca digitale dell'ente.
Oggi queste storie, questi brandelli di vita, sono conservati in quello che è diventato uno stupendo museo, molto particolare e suggestivo, che tocca nell'intimo il visitatore.
Durante il percorso si possono conoscere le storie di questi piccoli sfortunati, come quelle già citate e vedere tutti gli oggetti che li accompagnavano. Un archivio enorme così come la vasta esposizione, arricchita da postazioni interattive, permette di avere notizie molto approfondite e dettagliate sulla struttura, sulla sua organizzazione e sulla vita di tutti questi bambini così come di chi li accudiva. Un'esposizione che offre al visitatore la possibilità di vedere una buona parte di questi oggetti e documenti d'epoca originali.