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Per qualcuno, siamo destinati a restare solo un “chissà come sarebbe stato”.
Partire è un po’ morire… ma anche rinascere altrove.
Amilcare, il vecchio amico di tutti che coltivava rose antiche e lasciava acqua fresca fuori dal cancello per le volpi di passaggio, ha fatto i bagagli. Non per una vacanza, ma per cambiare vita. Ha venduto casa, la sua casa, quella che odorava di lavanda e terra bagnata, di ricordi e di finestre socchiuse sull’Appennino. "Meglio chiudere per bene", mi ha detto, "così non resto impigliato nei fili della nostalgia."
Mi ha scritto pochi giorni fa. Il messaggio era breve, ma pesava come una valigia piena di estati passate: "Vado via, Alessia. Vado al nord. Qui non ce la faccio più. L’orto mi piega la schiena, i 200 ulivi sono troppi per uno solo. La solitudine... quella sì, mi consuma. Raggiungo Elsa, la mia figliola più piccola. Là, forse, il mio canto troverà eco."
Perché Amilcare cantava. Un basso profondo, di quelli che senti nello stomaco prima ancora che nelle orecchie. Cantava nei cori alpini, da giovane, quando insegnava in quei paesi dove la neve scolpisce il silenzio e le parole si dicono sottovoce, solo quando servono.
A Natale mi ha mandato le foto delle sue ultime rose. "Sono sbocciate per salutarmi", ha scritto. E io ci ho creduto. Perché chi ha vissuto in ascolto della terra, sa riconoscere quando la natura si fa linguaggio.
Partire a vent’anni è un salto. A sessanta è un bilancio.
Non è più la curiosità a muoverti, ma la stanchezza. Non l’ignoto che affascina, ma il conosciuto che pesa. Eppure anche partire tardi è un atto di coraggio. Un modo per dirsi: non tutto è stato ancora scritto.
Che il tuo nuovo inizio ti sia lieve, Amilcare.
Che il vento che una volta soffiava tra i tuoi ulivi ti raggiunga ancora, sotto forma di canzone, magari nelle voci degli amici di montagna con cui tornerai a cantare. La gatta del garage, quella che sapeva aspettarti ogni sera, cercherà invano la tua mano. E la volpe, se tornerà, troverà silenzio.
Hai firmato il messaggio: "Un abbraccio da me".
Un saluto lieve, che suona come un passo di valzer, come una porta che si apre in punta di piedi.
Buon viaggio, Amilcare...
A te e alla voce che hai prestato alla montagna.
Hai lasciato un campo di ulivi e ti sei incamminato verso gli abeti.
Hai scelto il silenzio alto dei monti, dove l’eco restituisce solo ciò che vale la pena dire.E se il Signore delle Cime ascolta davvero, saprà trovarti.
Ovunque tu abbia piantato, ancora una volta, le tue radici.
𝒮𝓌𝑒𝑒𝓉𝒜𝓇𝒶𝓁𝑒 ➰🖋️
0116 Handong
È buio tutto attorno a me,
Mi hai lasciata sola chiudendo le pesanti porte di questa cattedrale alle mie spalle,
Cammino,
Gli unici suoni sono il rimbombo dei miei passi sul marmo scheggiato e il mio respiro affannato, non percepisco niente altro attorno a me.
L’unica luce che filtra timida è quella della luna, catturata dai buchi sul tetto, un raggio candido si spacca su quello che sembra essere un altare abbandonato.
Continuo a camminare lungo la navata centrale, i miei sensi sono in allerta, potresti essere ovunque, sento il tuo sguardo predatorio su di me ma non riesco a vederti.
Sento la tensione crescere, vibra lungo le mie ossa e accende la mia mente.
Non ho paura mi ripeto,
Un suono sordo alla mia sinistra fende il silenzio, mi giro aspettandomi di trovarti, ma non c’è nulla.
Un altro rumore alla mia destra, ancora una volta mi volto, ancora una volta sono sola.
Il mio cuore batte forte e il mio respiro diventa sempre più rapido.
Accelero il passo per raggiungere l’altare, da lì posso avere una visuale migliore della chiesa e abbandonare il buio alle mie spalle.
Non ho paura mi dico ancora una volta, sentendo il vuoto aprire una voragine nel petto.
Tic
Tic
Tic
Mi blocco,
Il silenzio che mi avvolge mi paralizza ancora una volta.
Lo sento, quel tuo maledetto orologio da taschino riesce a spezzare questo dannato silenzio.
Una mano mi copre la bocca, il calore del tuo corpo alle mie spalle e il tuo profumo mi destabilizzano.
Mi ha presa penso,
“Corri” mi sussurri all’orecchio e mi lasci andare,
Una scarica elettrica mi accende e libera dalle tue mani inizio a correre,
Non mi concentro a sentire i tuoi passi dietro di me, continuo solo a correre con il battito del cuore che mi martella nelle orecchie.
L’altare,
Si innalza davanti a me,
Corro,
Lo raggiro, mi infilo dietro le tende e mi nascondo in quello che un tempo doveva essere l’abside ma ora è solo un’altra via d’uscita, guardo il muro crollato davanti a me e mi fermo a respirare, mi concentro per individuare i tuoi passi, sento che sei vicino.
Lentamente vado verso l’altra porta coperta da una tenda per tornare dentro la chiesa, ti sento dall’altra parte del muro, procedo cauta, il cuore in fermento e un’eccitazione mai provata, raggiungo la tenda nell’esatto momento in cui vedo scostarsi quella da cui sono entrata e sgattaiolo fuori.
Raggiungo di nuovo l’altare, mi chino per nascondermi.
Forse ce l’ho fatta penso tra me e me cercando di calmare il respiro.
Non so da quanto tempo sono china e in silenzio, i minuti sembrano essersi dilatati e di te ancora una volta nessuna traccia.
Un dolore sordo mi fa tremare le ossa, è la tua presa salda sulla mia treccia, mi tiri verso di te.
“Oh, mia piccola dolce ragazza, non sei stata abbastanza veloce” mi sussurri,
Provo a guardarti il viso ma dei tuoi lineamenti e della tua familiarità non c’è traccia, c’è solo quella maschera tetra che ti copre, un urlo di dolore in bianco e nero.
Mi tieni il mento sollevato, anche senza vederlo sento il tuo sguardo su di me, ti sfido, non lo abbasso.
“Guardati, dovresti tremare di paura e invece fremi per essere toccata, non è così?” Mi dici prendendoti gioco di me.
Mi mordo il labbro e stringo le cosce per mettere a tacere quella richiesta del mio corpo di avere di più.
“Dovrei punirti, lasciarti qui sola a fremere tutta la notte, insoddisfatta” la tua mano è scesa e ora mi sta accarezzando il collo con decisione e fermezza.
“Ti prego” sussurro
“Oh, ora preghi? Per cosa stai pregando?” Mi chiedi e la tua presa sul mio collo si fa più presente.
Non riesco a risponderti, non voglio risponderti
Voglio che mi punisci
Voglio che mi tocchi
Voglio che mi scopi
Questo è tutto quello che penso ma non dico niente.
“Rispondi, per cosa stai pregando e chi stai pregando?” Il tuo tono è duro, privo di pietà.
“Sei diventata timida ora?”
Nego scuotendo la testa,
“Allora parla” la tua voce rimbomba per tutta la chiesa.
“Voglio te” sussurro quasi priva di voce
“Allora in ginocchio, da brava, non ti hanno insegnato come si prega?” Le tue mani mi spingono verso il basso e le mie ginocchia cedono sotto la loro spinta.
“Cosa dicevi?” Mi guardi dal basso inclinando la testa e attendendo una mia risposta.
“Ti prego”
“Esaudiró le tue preghiere, sbottonami i jeans e fammi sentire la tua devozione succhiandomi il cazzo”.
…

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Lavagna 1.0
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-Gio Evan