Intervista impossibile: Ho combattuto a Campaldino. Quarta parte
Ho combattuto a Campaldino
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Quarta parte
Racconto della vita di un protagonista di un fiorentino: Pagolo di Francesco di Banco
Mentre vagavo per il campo di battaglia fra cadaveri di uomini, cavalli vivi feriti o morti e gli aretini feriti, fui raggiunto da Dante e Cecco. Ci abbracciammo con affetto contenti di essere sopravvissuti alla battaglia. Io gli raccontai del mio disarcionamento e di essere creduto morto. Dante raccontò della paura provata, era la prima battaglia a cui aveva partecipato. Cecco si vantò di aver sputato per spregio sui cadaveri degli aretini. Intanto i nostri comandanti urlavano di interrompere il saccheggio e la caccia agli aretini. Dovevamo andare ad Arezzo per conquistarla e distruggerla, ma ciò non avvenne. Successe un fatto inaspettato. Ippolita degli Azzi nobildonna aretina era vedova del marito caduto in battaglia. Giurò di vendicare il coniuge, salì su una torre per vedere l'arrivo dei nemici. Nella città assediata erano rimasti vecchi, donne, e bambini, gli uomini validi erano morti, o prigionieri.
Ippolita salì su una torre, da li vide arrivare i nemici vincitori, radunò i suoi pochi cittadini e gli invitò a resistere per vendicare i caduti e salvare Arezzo. Durante l’assalto delle nostre truppe fu fatto prigioniero dai fiorentini il figlio di Ippolita: Azzolino, i nostri comandanti promisero di ucciderlo, se non si fossero arresi. La nobildonna rifiutò di arrendersi e di consegnare la città. I vincitori colpiti da tanto coraggio, decisero di non uccidere il prigioniero e di restituirlo a sua madre. Fu scelto il comandante esiliato Guelfo aretino Rinaldo de Bostoli per consegnare Azzolino. Pochi giorni dopo, non essendo riusciti a conquistare Arezzo riprendemmo la strada per Firenze. Passammo da Romena dove si era rifugiato Guido Novello Guidi, in attesa di essere assalito, ma andammo oltre. Avevamo fatto molti prigionieri, li portavamo in città, imprigionandoli alle Stinche in attesa del pagamento del riscatto. Alcuni di loro gravemente ferito e morì lungo la strada del ritorno. Furono portati in città e seppelliti in una fossa comune da allora chiamata: cantone di Arezzo.
Fu un grande trionfo, sfilammo in un corridoio di genti applaudente, Montaperti era vendicata. Alcuni vennero abbracciati, ad altri furono chieste notizie del marito, del fratello, dei figli. La festa continuò alla loggia dei Priori. I comandanti del nostro esercito e il Podestà Ugolino de Rossi, vennero accolti con tutti gli onori fra gli applausi del popolo delirante. La festa nei Sestieri continuò fino a tardi, fra tavolate di popolani ubriachi di vino e di gioia, balli canti e urla di Marzocco, Marzocco! Si ascoltavano i menestrelli che cantavano la gloria del nostro esercito. Una voce correva fra i popolani, si diceva che i Priori, chiusi nella Torre della Castagna, durante il riposo pomeridiano raccontavano di aver sentito una voce che gli diceva: svegliatevi! Abbiamo vinto contro Arezzo! Tutti i Priori dissero di aver capito distintamente la voce, ma di non aver trovato nessuno, ne i loro servitori non sapevano niente. Qualcuno gridò al miracolo, nelle chiese furono dette messe di ringraziamento e ricordato i nomi dei caduti.
Alberto Chiarugi













