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Quando Monte Morello c'ha il cappello, fiorentino piglia l'ombrello
Tra i modi di dire a Firenze sull'imminente rischio di pioggia, oltre al conosciuto "quando il leone piscia in Arno, o piove o fa danno" (che vi consiglio di leggere), oppure al meno conosciuto, "Questo tempo fa culaia…", ve ne sono altri.
Uno è "Quando Monte Morello c'ha il cappello, fiorentino piglia l'ombrello". Talvolta al posto di Monte Morello si usa Fiesole, ma il senso non cambia.
Il cappello su Monte Morello significa che c'è una copertura di nuvole e quindi il rischio che poi si abbia pioggia in città è davvero alto. Il proverbio quindi suggerisce la cosa più logica da fare, uscire munendosi di ombrello per non essere sorpresi dalla pioggia.
Jacopo Cioni Gran Cerusico
Il Toni
Alla fine della seconda guerra mondiale, il Comando Alleato iniziò a rimpatriare le proprie truppe da Firenze. I soldati americani, quando potevano, abbandonavano la divisa militare per indossare più volentieri delle comode tute da lavoro o da riposo. Venne prepara una grande quantità di cassoni per rispedire in patria suppellettili, armamenti e indumenti che ormai non era più necessari. Sulle pareti di questi contenitori venne scritto a grandi lettere la sigla “TO N.Y.”, che voleva dire: “diretto a New York”. Non potendo però spedire in America troppe cose, il Comando Militare decise di lasciare quei capi di abbigliamento al popolo fiorentino, che doveva affrontare con grande difficoltà un durissimo periodo di ricostruzione. Fu così che a partire dal 1945 al mercato di San Lorenzo si cominciarono a vedere e a vendere quelle comode tute da ginnastica che tutti i fiorentini avevano ormai ribattezzato “toni” (versione popolare di “to n.y.”), nomignolo identificativo di un articolo sportivo che altrimenti, in quel particolare periodo storico, sarebbe stato quasi introvabile in città.
Franco Ciarleglio Priore e Narrator Cortese
Se tu fossi alto quanto tu sè bischero tu berresti alle grondaie
Il detto "Se tu fossi alto quanto tu sè bischero tu berresti alle grondaie" è di ovvia origine fiorentina. E' ironicamente un insulto bonario per dare dello sciocco a qualcuno. In pratica si mette in parallelo il livello di stupidità con l'altezza, che nel caso fodde direttamente proporzionale alla stupidità, la persona in questione sarebbe così alta da poter bere direttamente dalle grondaie dei tetti.
Viene quindi utilizzato per evidenziare la stoltaggine di qualcuno e quindi per prenderlo in giro per una sciocchezza fatta o per aver proposto una baggianata.
Il detto ha in se insita la storia della famiglia Bischeri, infatti questa famiglia, a causa della sua stolta politica di contrapporsi alla vendita delle proprietà immobiliari per permettere l'espansione del Duomo di Firenze, alla fine perse tutto a causa di un incendio. Bischero diventò in quel momento l'equivalente di poco furbo.
Jacopo Cioni Gran Cerusico
Mangiare il fumo alle schiacciate
A Firenze, seppur ormai raramente, potreste sentire il termine: "Mangiare il fumo alle schiacciate". Badate, non significa che qualcuno si sta' a mangiare una schiacciata ancora calda e fumante, bensì indica una ben determinata qualità.
Dire "tu' mangi il fumo alle schiacciate" è un complimento in quanto vieni indicato come una persona abile, scaltra e soprattutto veloce. Rapida nell'affrontare un problema e nel risolverlo facilmente.
E' evidente che il detto nasce dal fatto che essendo il fumo volatile, privo di consistenza, è impossibile mangiarlo, ma se sei abbastanza veloce nell'addentare la schiacciata prima che si raffreddi significa che ti mangi anche il fumo. Da qui la suddetta definizione.
Quindi se un giovane fiorentino si confronta con un vecchio fiorentino e si sente dire: "Alla tu' età io mangiavo 'r fumo alle schiacciate...!" è bene che il giovane rifletta sul fatto che forse è troppo "lento" nel capire o nel fare.
Jacopo Cioni Gran Cerusico

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Amici per la pelle
L’espressione “amici per la pelle” viene comunemente usata quando si vuole indicare due amici che sono talmente inseparabili e intimi fra loro, legati da un’amicizia a tutta prova, al punto che in ogni occasione darebbero la vita (la pelle) l’uno per l’altro. In senso figurato, l’adagio lascia intendere che gli amici sono talmente uniti tra loro da indossare quasi la stessa pelle.
(da "Adagi allegri andanti" di Franco Ciarleglio, Sarnus Editore)
Franco Ciarleglio Priore e Narrator Cortese
Cardi, decumani e... moccoli!
Ai tempi della Firenze romana, la città era attraversata dal “cardo maximum”. Il Cardo era la via che correva da nord a sud; il cardo maximum, che andava ad unire due delle quattro principali porte della città, si incrociava con il decumano maximum, ovvero la via che correva da est a ovest. Il punto in cui si incrociavano cardo e decumano era considerato il centro della città.
Questo punto era identificato da una colonna, che sorgeva esattamente sull’incrocio delle vie: questa era la Colonna dell’Abbondanza, punto nevralgico della piazza del Mercato Vecchio e, adesso, di piazza della Repubblica (anche se il punto in cui si trova adesso non è proprio quello originario, che era esattamente sulla linea che unisce via degli Speziali e Via Strozzi).
Ma torniamo al cardo: corrisponde esattamente alle attuali via Roma e via Calimala, mentre il decumano corre tra via degli Strozzi, via degli Speziali ed il Corso.
Via Calimala, che da piazza della Repubblica si dirige verso Por Santa Maria, per secoli è stata una via delle strade più importanti di Firenze, la principale via di uscita in direzione di Roma, ed era utilizzata da commercianti, pellegrini e gente del contado per dirigersi verso la Porta Santa Maria, in direzione Ponte Vecchio.
L’etimologia del nome dovrebbe (anche se non è certo) derivare dall’unione tra la parola greca “Callis”, cioè strada, e la parola latina “Mala”, interpretabile come accidentata, malsana. Era infatti probabile che, considerata la vicinanza dell’Arno, la strada fosse spesso impantanata e maleodorante, a causa del fango che i viaggiatori si portavano dietro dal fiume, che al tempo non aveva argini.
Un’altra interpretazione può venire dal fatto che la via, molto trafficata, era continuamente rovinata dal passaggio dei carri, che con le loro ruote appesantite dal carico, sconquassavano la pavimentazione. Ma l’interpretazione “mala” potrebbe derivare anche dal fatto che la strada era frequentata da persone non propriamente raccomandabili, dai ladri che tendevano agguati ai commercianti di passaggio, ai giocatori d’azzardo, alle prostitute in continua ricerca di clienti da adescare.
Le "donne di malaffare" infatti prendevano posto nei punti più isolati della via, quelli vicino alla Porta ed anche quelli subito fuori le mura, nel tratto diretto all'Arno. La notte, a quei tempi, era davvero buia e, per mostrare al meglio le grazie delle ragazze agli uomini di passaggio, le tenutarie dei bordelli provvedevano ad illuminare le giovani con delle torce. Questa usanza, molto diffusa di notte in Calimala, dette origine all’espressione "reggere il moccolo", che con il tempo ha acquisito l’accezione di essere il terzo incomodo, ovvero colui il quale si trovava a dover tenere la torcia, mentre la ragazza ed il cliente concludevano il… “contratto”!
Gabriella Bazzani Madonna delle Cerimonie
Strullo
Termine prettamente toscano che deriva dall’antico “trullo”, variante del termine “citrullo” a cui per vizio dialettale è stata convertita la “ci” in “s”.
Assume il significato di grullo, sciocco, imbecille, deficiente. Lo strullo infatti è considerato un personaggio inaffidabile che fa spesso cose strane: le strullate!
(da Adagi allegri andanti di Franco Ciarleglio, Sarnus Editore)
Franco Ciarleglio Priore e Narrator Cortese