L’altro giorno, al bar, si ragionava su un fatto storicamente incontrovertibile: solo la cultura liberale ha prodotto un reale miglioramento delle condizioni di vita delle masse. Non lo hanno fatto gli imperi antichi, né le tradizioni orientali, né tantomeno i sistemi autocratici, teocratici o collettivisti di ieri e di oggi.
Di fronte a questo dato, il mio amico - che pure non è certo un turbo-liberista - si chiedeva come mai in genere proprio coloro che sembrano più dotati intellettualmente siano anche tra i più riluttanti ad ammetterlo, e vi si scaglino contro con tutto l’armamentario delle bufale sull’elitarismo, l’egoismo, l’indifferenza, il cinismo, eccetera.
È un paradosso curioso. Il liberalismo ha promosso libertà individuale, democrazia rappresentativa e libero mercato - ingredienti decisivi per il miglioramento delle condizioni di vita non solo dal punto di vista economico, ma anche giuridico, sanitario, civile. Eppure molti intellettuali - specie quelli con una vocazione pubblica o impegnata - mostrano un’avversione ostinata verso tutto questo. Preferiscono utopie comunitarie, sogni rivoluzionari, ideologie totalizzanti, più o meno pesanti versioni di “Stati guida”.
Il liberalismo è anti-eroico. Non promette palingenesi, né assegna ruoli salvifici. Non prevede roghi né altari. Solo compromesso, diritti, doveri, limiti. Un ordine noiosamente funzionante. Per chi si immagina come sacerdote del Vero o martire della Giustizia, è una prospettiva deprimente. L’eroe liberale esiste, ma è quello randiano: non guida le masse, non salva il mondo. Vuole solo essere lasciato in pace.
È anche in un certo senso “anti-intellettuale”. Non perché rifiuti la cultura, anzi, ma perché non le riconosce di per sé alcuna supremazia. Come scriveva Feyerabend, non basta essere colti o intelligenti per avere più voce in capitolo. Il liberalismo si fida della media - anche degli ignoranti. E questo, l’intellettuale militante, non lo perdona.
Non promette felicità. Promette libertà. E la libertà è pericolosa, asimmetrica, scomoda. Chi progetta il futuro ideale vorrebbe invece un mondo ordinato secondo ragione (la sua ragione), ma il liberalismo non glielo consente.
È anti-teleologico e anti-tecnocratico. Non piega la storia a un fine, non marcia verso il sol dell’avvenire. E dato che ammette di non conoscere il futuro, il liberalismo non ha intenti pianificatori. Le politiche pubbliche devono essere limitate, controllabili, rivedibili e non fondate su ideologie. Si limita a contenere le derive e non giustifica i mezzi per i fini. A chi vive per l’Idea, sembra un’insopportabile mancanza di ambizione.
Non crede nella meritocrazia come gerarchia morale. L’intellettuale impegnato ama il termine “meritocrazia” perché implica un ente superiore - di solito lo Stato - che attribuisce onori (e stipendi) ai meritevoli, cioè a quelli come lui. Ma come ricordava Von Hayek, il merito così inteso ha un sottofondo autoritario. Il valore di mercato, per quanto imperfetto, è più equo: nasce dal libero scambio, dalla negoziazione, non dall’imposizione.
E soprattutto, il liberalismo non disprezza la massa. L’intellettuale, spesso, sì. Gli basta aprire i social per sentirsi superiore: la media delle persone appare sciatta, volgare, irritante. È allora che si affaccia la tentazione di elevarsi a guida - o peggio, ad oracolo.
Eppure, proprio per questo, il liberalismo dovrebbe apparire come l’unico rifugio possibile. È l’unico sistema che protegge l’individuo contro la tribù. Per un pensatore originale, che vive sul filo del dissenso, questa narrazione dovrebbe essere più che soddisfacente.
Il liberalismo non garantisce che emerga il meglio. Garantisce che nulla di valido venga impedito. La qualità non viene decretata dall’alto, ma selezionata nel tempo, anche contro la moda, anche contro la maggioranza. È questo che permette alle idee buone, anche se scomode, di sopravvivere.
Il paradosso, però, è che proprio chi dovrebbe essere più sensibile al valore dell’anticonformismo, finisce per conformarsi a visioni collettivistiche, disciplinari, spesso illiberali, dove la sua libertà è potenzialmente la prima a essere sacrificata. In fondo, la vanità intellettuale preferisce essere ascoltata dal potere piuttosto che tollerata dalla legge. Dimenticando però che un potere che oggi lo applaude può domani metterlo a tacere. Mentre la noiosa legge liberale, silenziosa e impersonale, lo proteggerà anche nel disaccordo.
Forse è questo l’approdo più sicuro verso cui dovrebbe tendere un intellettuale: il disincanto brillante, lo snobismo bonario. Un modo di restare nel mondo senza farsene irretire. Il liberalismo non è una fede, ma un’architettura del dubbio. Non promette salvezza, ma tolleranza. Se la storia insegna qualcosa, è che i sistemi che promettono troppo finiscono per togliere tutto.
La cosa che invece sfugge agli intellettuali “antagonisti” è che, a un certo punto, finiscono per diventarlo anche della propria intelligenza.
E fin qui, ci sarebbe comunque la buonafede.
C’è infatti il caso in cui l’intellettuale engagé sa benissimo tutto questo, magari anche da un bel po’ di tempo. E infatti si guarda bene dal trasferirsi in uno di quei “paradisi terrestri” - teocrazie, autocrazie, repubbliche popolari varie - che sicuramente riconoscerebbero tutti i suoi meriti, preferendo restare a fare il tamburino di qualche partito statalista del molle Occidente.
Perché alla fine, anche qui da noi, la propaganda rende. E pure bene.