Propaganda? No, Arte Pubblica
L’arte di Stato, anche quando si traveste da “sostegno alla cultura”, è sempre una forma di propaganda. Non perché lo Stato imponga censura esplicita o ordini direttive politiche — oggi la propaganda è più sottile, più “democratica”. Premia certi temi, ne scoraggia altri, finanzia ciò che appare “necessario”, “educativo”, “virtuoso”. Ma secondo chi? Secondo quale visione del mondo?
Quando l’arte dipende da chi ci governa e amministra, inevitabilmente ne riflette - anche solo per osmosi - l’agenda politica. Si parla di sovvenzioni alla cultura, ma in sostanza è l'ennesimo prelievo forzato a favore di una ristretta élite.
Abbiamo interiorizzato l’idea che senza sovvenzioni lo scenario culturale sprofonderebbe nella barbarie. Eppure basterebbe guardare agli Stati Uniti: lì lo Stato non pretende di educare il “popolo-bue”, eppure esiste l'"arte alta": film d’autore, musica classica, letteratura di nicchia. Chi vuole assistere, paga il biglietto. Le sovvenzioni? Ci sono, ma private: fondazioni, mecenati, imprese. Nessun obbligo, nessuna pedagogia forzata.
Il paradosso è che il biglietto, in Italia, lo si paga due volte. La prima, al botteghino, facoltativa. La seconda, con le tasse, è obbligatoria: anche se dell’ennesimo film di denuncia sociale non te ne importa nulla e per questo ti senti pure dire che sei un ignorante.
Chi difende il finanziamento pubblico per la "promozione delle arti" si rifugia spesso in formule astratte: le “esternalità positive”, i “benefici sociali diffusi”. Ma si tratta di ipotesi, non di certezze. E si potrebbe tranquillamente sostenere l’opposto: che i sussidi distorcono le preferenze del pubblico, premiano la mediocrità e soffocano l’innovazione. E soprattutto: chi decide cosa è “alto” e cosa è “basso”? Gli illuminati? I competenti? E se il popolo è ritenuto troppo ignorante per scegliere, come può esercitare un controllo su chi decide per lui?
La pretesa dello Stato di “elevare” culturalmente i cittadini implica inevitabilmente anche il potere di censurare. Se l’arte deve servire un fine pubblico, chi dissente può essere accusato di remare contro l’interesse collettivo. Il salto dall’arte sovvenzionata all’arte sorvegliata è brevissimo.
L’unica vera alternativa non è la barbarie, ma la libertà. Anche quella di finanziare l’arte che ci emoziona pagando un biglietto, facendo una donazione o sponsorizzando un progetto. L’arte che vive del giudizio libero delle persone è più fragile, certo, ma anche più autentica. E, soprattutto, è veramente libera.















