“Chiunque può essere Re nella nostra legge, signor Perelà, chiunque voglia donare il suo oro allo Stato.
Quella mattina ecco giungere alla soglia della reggia, Iba, l'uomo che voi vedete laggiù nell'angolo oscuro. Iba, l'alcoolizzato, notissimo in città, il più famoso ubriacone, l'uomo a cui l'alcool aveva a poco a poco ingrossata la lingua fino a impedirgli di parlare, lazzo dei monelli nella strada e di tutti gli ubriaconi nelle più immonde bettole, l'uomo che la mattina i vigili raccoglievano per le vie come uno sconcio ammasso di lordura...
Sul momento si vuole impedirgli il passaggio alla porta, ma l'uomo à [sic] nelle braccia, uno per parte, due grossi sacchi, eppoi quel giorno ogni cittadino ha diritto di introdursi, tutti sono un po' il Re, come tutti i giuocatori sono un po' il vincitore della lotteria prima che i numeri vengano estratti.
Egli si avanza barcollante, ma il peso dei due sacchi serve quasi a tenerlo in equilibrio sulle gambe, e si regge meglio del solito, ma, come al solito la sua capigliatura è sconciamente arruffata, lanosa, intrisa di polvere, di fango, di paglia di tutto ciò ch'egli raccatta nei suoi notturni giacigli, che sono per lo più la via o i fossati, la barba bestiale gli ricuopre [sic] la faccia, il grosso naso fungoso violaceo sembra debba spruzzare il sangue al solo palparlo, il suo sorriso sganasciato mostra due soli denti ai lati, le sue vesti cadono a brandelli di fango e di lordura... sale, sale su per lo scalone della reggia fra le file dei gallonati, il luccichio delle decorazioni delle sciabole, i colori fiammanti delle uniformi delle livree, sale sale fermandosi bene sopra ogni scalino con tutti e due i piedi per stabilirvisi prima di tentare l'ascensione allo scalino superiore.
Quando giunge alla sala del trono, i gentiluomini si fanno tutti indietro d'un sol colpo in un oh!... oh!... oh!... prolungato, interrotto in tutti i toni, un oh! ... di maraviglia, ma non perché quell'uomo sia lì, ma perché lo abbiano lasciato passare.
Al salone si forma una cornice nera di inappuntabili redingotes, tutti si sono scansati, si sono fatti indietro incorniciando di stupore il quadro, sembra un presentat'arm a Iba che nel mezzo barcolla, ride... guarda senza distinguere...
Quando egli è al centro della sala lascia cadere giù i due sacchi. Nessuno rifiata più, torno torno è una fila di occhi che s'ingrossano... l'uomo si lascia andare quasi disteso in terra e con mosse infantili slega uno dei due sacchi e rovescia giù, sul pavimento.
Tutti quei gentiluomini vengono su di lui come attratti dall'esorbitare dei loro occhi, e senza più pensare al ribrezzo di quella lercia persona si stringono attorno all'alcoolizzato. I sacchi sono pieni di oro, di carta monetata, denaro, denaro, denaro... pacchi di biglietti di banca, già tutti ben disposti e contati, sacchetti pieni di monete d'oro, un tesoro!
Quello che Iba veniva a gettare ai piedi del trono per potervi salire, superava di molto quello di tutti i gentiluomini e di tutti i banchieri del regno.
Iba, disteso in terra, cacciava le mani nel suo tesoro come un fanciullo giuoca colla sabbia sulla spiaggia del mare; e via via gli veniva tolto per essere contato e inventariato.
Nessuno seppe in quel momento trovare una parola.”