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p i e r c i n g
questa è un po’ vecchio stile (ahimè), ma…
… come si dice: prima si conosce la regola e poi si può infrangere!
Dunque, la regola che vi enucleo oggi vorrebbe che gli imperativi alla seconda persona singolare dei verbi stare, andare, fare e dire fossero, rispettivamente:
sta’ (non stai);
va’ (non vai);
fa’ (non fai);
di’ (non dici).
Dunque, perché tutto questo? Ovviamente e prevedibilmente, la colpa è del nostro caro latino. Queste forme continuano infatti, e piuttosto banalmente, quelle imperative presenti del latino:
stā (con vocale lunga, infatti spesso le lingue antiche attribuivano una distinzione anche di significato tra parole con vocali brevi e parole con vocali lunghe);
vade (vedi vade retro);
fac (che non è una brutta parola);
dic.
Mentre, per quanto riguarda gli apostrofi? Perché non stà, và, fà e dì?
Relativamente semplice: parliamo di parole apocopate, cioè troncate nel finale di parola. Il segno diacritico che segnala il fenomeno dell’apocope è dunque l’apostrofo, giammai l’accento. Né grave, né acuto: è indifferentemente errato.
Dunque, quando mandate a quel paese qualcuno, preoccupatevi di mandarcelo bene. Ditegli: va’ a fan… (perché poi se ci fate caso la stessa parola per intero non si costruisce con la forma vai). Non vai!
Piccola postilla: la parola dì esiste col significato di parte del giorno caratterizzata dalla luce del sole, ed ha l’accento per poter essere distinta dalla preposizione semplice di.
Rebloggate se gradireste un post sul fenomeno dell’apocope e del suo complementare sincope (che non è uno svenimento) o, ancora, sulla distinzione di significato che nelle lingue antiche era determinata dalla sola lunghezza vocalica.
Alla prossima!
Il Grande Lettore
Quando leggiamo, vi è un altro che pensa per noi: noi ripetiamo soltanto il suo processo mentale. Le cose stanno qui come quando lo scolaro che sta imparando a scrivere rifà con la penna le righe tracciate per lui col lapis dal maestro. Di modo che, nel leggere, il lavoro del pensare ci viene tolto per la maggior parte. Questo spiega lo stato di sensibile sollievo che proviamo quando non ci occupiamo più dei nostri pensieri e passiamo alla lettura.
A. Schopenhauer, [Parerga und Paralipomena: kleine philosophische Schriften, 1851] Parerga e paralipomena, Milano, Adelphi, 2007 [a cura di M. Carpitella, trad. di M. Montinari ed E. Amendola Kühn]
Notare che la traduttrice di questo capitolo, il 24° del secondo volume, Eva Oscarovna Kühn Amendola, usa la parola "lapis" e non "matita".
Personale: Quando in classe, al liceo, si sparse la voce che io e la mia compagna di banco avevamo letto Schopenhauer, la prof. di Filosofia, al suo primo incarico di supplenza annuale, ci guardò con profondissimo rispetto. Non abbiamo mai saputo chi fosse stato a inventarsi la notizia: sicuramente fu uno scherzo che lei, forse perché insicura di sé, non aveva capito; a Storia e Filosofia vivemmo tutto l'anno di rendita…
Panino con lingua e salsa verde 🥖👅 1 lingua salmistrata #food #pasta #re...

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Lo sapevate?
L’etimo di una parola è la sua origine.
L’etimologia è invece quella branca della linguistica storica (che un giorno vi dirò cosa significa) che studia l’origine delle parole.
Non sono quindi sinonimi e non è quindi corretto parlare di “etimologia” di una parola.
Spero che questo format possa piacervi! È il solo che possa permettermi col poco tempo che mi ritrovo a disposizione.