Il dubbio era il tuo modo di raccontare le cose senza barare...
Cardinale Zuppi nell'omelia dedicata a Francesco Guccini
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Il dubbio era il tuo modo di raccontare le cose senza barare...
Cardinale Zuppi nell'omelia dedicata a Francesco Guccini

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Altro che nudo!
Quasi tutti gli ospedali hanno un'architettura simile: una parte esposta e una parte sotterranea con l'aria riciclata e le luci fredde. Il reparto di radiologia, con quella sensazione di ansia trattenuta, i pavimenti di vinile grigioverdi e le luci ronzanti. O almeno l'avevano quelli degli anni '80 che mio malgrado mi sono trovato a frequentare.
A quattordici anni il corpo è ancora, per certi versi, un territorio sconosciuto anche al suo stesso possessore; ma qui, nei sotterranei a raggi X, il corpo non è più solo "mio". È un nome su una cartella clinica.
Il passaggio avviene in un corridoio asettico, tra il ronzio dei neon e gli avvisi appesi alle bacheche che sventolano nell'aria condizionata. Da un lato una fila di porte, ognuna con il simbolo giallo e nero delle radiazioni. Dietro, dei piccoli spogliatoi — anche metaforicamente, spazi di transizione tra "persona" e "paziente". Uno specchio, un'attaccapanni, uno sgabello. Quasi una cella.
La porta opposta all'entrata si apre e si affaccia la radiologa, una donna robusta in classica divisa: camice bianco su pantaloni verdi e gli immancabili zoccoli bianchi. Non mi vede come un ragazzino, ma come l'ennesima cartella clinica da compilare. Quasi non sente il mio "buongiorno", mentre guarda i fogli che ha in mano e dice: "Rimani con l'intimo e vieni di qua quando sei pronto".
Dubbio. "L'intimo" è una frase maledettamente imprecisa. Comprende le calze e la maglietta? O sono solo gli slip? La radiologa sembrava di fretta e non era a vista. Prendo una decisione: solo gli slip. Quegli slip che, se siete maschi cresciuti negli anni '80, sapete avere la vita particolarmente bassa soprattutto sul davanti. Tecnicamente, indossi dei vestiti, ma è come essere nudi.
Esco dallo spogliatoio nella sala in penombra delle macchine a raggi X, i piedi nudi sul vinile freddo. La radiologa mi guarda, aggrotta le sopracciglia e sbuffa: "Le calze e la maglietta potevi tenerle!".
Ironico: decido di togliere quasi tutto e non era necessario. Così ero lì, un paziente con la pelle d'oca e i piedi nudi su un pavimento che probabilmente aveva visto più batteri di un laboratorio. Chissà se i detergenti lo sterilizzano. A quel punto speravo solo di non prendere troppo freddo; non avevo notato che l'aria condizionata era accesa, essendo vestito.
La radiologa mi consegna un oggetto grande come il palmo della mano, a forma di 8, pesante, con due lacci attaccati alle estremità. "Mettilo di fronte ai…" — una impercettibile pausa — "ai testicoli, poi sali qua". Quella pausa sembrava quasi una piccola crepa nella sua immagine professionale.
Salgo sulla piattaforma, un trespolo di metallo, legno e gomma che sembrava quasi uno scaffale. La radiologa, con l'indifferenza e la precisione di uno scultore, mi sistema gambe e schiena in modo da farmi appoggiare alla piattaforma (gelida) dietro di me, poi sparisce dietro lo schermo di vetro al piombo.
La macchina dei raggi X prende vita con un lieve sobbalzo e una piccola finestrella si illumina di fronte a me, proiettandomi sul petto un reticolo simile a un mirino. "Guarda avanti, resta immobile", dice la radiologa. "Trattieni il respiro".
Sento la macchina vibrare sotto i piedi nudi. Per un attimo ero sia imbarazzato dall'indossare degli slip azzurri a vita bassa, appoggiato a quella lastra fredda e, allo stesso tempo, ero come catturato dalla macchina in un'immagine di ossa, costole e vertebre. Altro che nudo, quell'aggeggio mi guardava attraverso!
Un attimo dopo: "Finito. Puoi rivestirti, lascia quel coso lì".
Torno nello spogliatoio cercando di fare meno passi possibili su quel pavimento. Non avevo ancora fatto in tempo a chiudere la porta e indossare i pantaloni, cercando di "riassemblarmi", quando la donna si riaffaccia alla porta: "Ma come, sei ancora qua?".
La situazione era assurda: avevo interpretato alla lettera la frase istituzionale dello "spogliarsi" e ora l'istituzione mi metteva fretta per rivestirmi! Ho borbottato una scusa e mi sono rivestito il più in fretta possibile, pensando incuriosito a chissà come fosse venuta la mia versione "oltre il nudo" catturata dalla macchina delle radiografie!
Formaldeide artica
Titolo suggerito da Gemini che ha fatto anche da proofreader
C'è un tipo di imbarazzo che non si scorda mai, perché non è solo un momento di vergogna passeggero, ma un ricordo che resta ben conservato, in una sorta di “formaldeide artica”.
Si tratta di quella sensazione di essere esposti intimamente davanti a estranei, anche se medici. In un caso, l’esposizione è stata imposta dalla logica burocratica di un sistema che non si fermava a chiedere; nell’altro, è stata forzata dal corpo e dalla percezione del freddo, ma il risultato è stato lo stesso: improvvisamente nudo, sono diventato un oggetto da ispezionare in presenza di terzi, senza che io potessi esprimere un consenso.
La prima situazione, allora, non la potevo ancora capire del tutto: avevo dieci anni e la stanza era divisa in due. La civiltà, con scrivania, sedie e il medico anziano che parlava con mamma e papà; e la periferia, io, un lettino, e un medico più giovane che mi visitava alle loro spalle, in un alone di completa indipendenza narrativa.
Prima di iniziare la visita, la mamma mi aveva aiutato a spogliarmi e indossavo solo mutande, maglietta intima e calzini. Il medico giovane mi chiedeva di togliere maglietta e calzini, ma continuava a parlare col collega, a turno, come chi scambia battute da finestra a finestra. Mi sedetti sul lettino, gambe incrociate, i piedi che cercavano calore su un lenzuolo che non ne aveva. Mi sembrava non finissero mai di parlare.
Poi il dottore si girò. Mi visitò braccia, spalle, schiena. Mi fece stendere, alzare le gambe, piegare. Io obbedivo, abituato alla logica medica: se lo chiede, è necessario. Il dottore anziano, intanto, disquisiva con i miei della fisioterapia a giorni alterni. I miei si preoccupavano per la scuola. Lui, senza nemmeno girarsi: «I bambini sono fatti così. E comunque se è da fare, si fa».
Fu in quel momento, con la mia attenzione divisa tra le gambe che avevo appena posato sul lettino e la conversazione burocratica, che il medico giovane, senza preavviso, senza spiegazione, come se stesse alzando il coperchio di una scatola per controllare il contenuto , sollevò l’elastico delle mie mutande, guardò sotto, lo rimise a posto.
Mi irrigidii. Lui notò il mio irrigidimento, mi guardò, sorrise. Un sorriso rassicurante, paternalistico, del tipo non fare quella faccia. Poi si voltò e riprese a parlare col collega.
C’era stato un silenzio istituzionale, rotto dal rumore delle parole dei grandi che decidevano la mia agenda terapeutica a pochi metri di distanza, senza sapere (o senza voler sapere?) che nel frattempo il mio corpo era stato ispezionato e chiuso come un cassetto. Sul momento non capì cosa mi avesse messo così a disagio, e proprio per questo, non dissi nulla. Dopotutto, pensavo, mamma e papà mi avevano visto nudo un sacco di volte, e poi quello era un medico.
Oggi quel medico giovane, suppongo, chiederebbe il consenso. Spiegherebbe. Ci sarebbe forse un foglio da firmare, una dicitura, un gesto rassicurante ma protocollato. E forse questo è meglio. Sicuramente è più giusto.
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Il secondo episodio invece, ripensandoci, era molto più divertente; era un pomeriggio di inizio marzo nel sud Italia, quel periodo traditore in cui il sole ti giura che è primavera ma gli ospedali storici firmano un patto di sangue con la Campagna di Russia.
L’ambulatorio di fisiatria aveva soffitti a volta da cattedrale e infissi che facevano entrare più spifferi del portone di Minas Tirith sotto assedio. Un Polo Nord in miniatura con pretese artistiche. Io, quattordicenne sprovveduto, entrai con maglione, camicia e l’ingenuità di chi crede al meteo. Primavera anche nell’antro di marmo e stucchi, dicevo. Mi sbagliavo. Era l’era glaciale con la targa dell’ASL. Ci saranno stati 17 gradi in quell’ambulatorio.
Mi accolse un’équipe di tre persone. Il dottore, bardato in camice, giacca e quasi sicuramente una coperta termica modello spedizione al K2, si fece consegnare le radiografie e sparò: «Togli maglione, camicia, scarpe e calzini».
I miei piedi nudi atterrarono su un pavimento che il mio cervello registrò come “lastra di ghiaccio”. Temperatura percepita: −40.
«Che freddo», azzardai, sperando in una Convenzione di Ginevra sul riscaldamento mentre facevo i tre passi che mi separavano dal dottore. Passi che durarono altrettante ere geologiche.
«Ma no, che qui da voi in Italia non fa mai freddo!» ribatté lui, studiando le lastre con la flemma di un archeologo che ha appena trovato il manuale di istruzioni delle piramidi.
E arrivò il colpo di grazia: «Tieni solo le mutande». Altri passi nudi sul pack artico. Improvvisamente il pavimento gelido non era più un problema.
Il problema divenne che ero lì, in un paio di slip azzurri che mi erano sempre sembrati della taglia giusta, ma in quel momento mi resi conto che, forse, non avevano seguito i miei sprazzi di crescita.
Dopo quello che mi sembrò un secolo, si avvicinò, girandomi attorno. Mi sfiorò la schiena, facendomi rabbrividire un altro po’, poi spostò di un paio di centimetri l’elastico dei miei slip, che copriva le anche. L’indumento continuava a coprire quello che doveva, ma io, automaticamente, lo rialzai dove stava. Iniziò un ping pong tra me e il fisiatra, lui abbassava, misurava a occhio, io alzavo, finché il medico sbottò «Fermo!» e io balbettai un «Ho freddo!». Il dottore si limitò a sbuffare e dopo quello che per me fu un altro secolo disse «Ora chinati verso il pavimento, toccalo con le mani e torna in piedi, braccia aperte».
Obbedii, con l’elastico degli slip ancora sotto le anche. Quando mi rialzai il mio corpo decise autonomamente di fare qualcosa contro il freddo, scegliendo un entusiastico sull’attenti: il piccolo indumento che a malapena indossavo capitolò, lasciando l’imbarazzo in piena vista.
Il dottore era dietro di me, probabilmente non si accorse del fatto.
L’assistente e l’infermiera, invece sì: prima notarono il mio imbarazzo, poi lo sguardo di entrambe finì proprio laggiù e, sforzandosi per non ridere troppo apertamente, una delle due commentò, a fatica «Non ti preoccupare, è per il freddo». A me non interessava il perché, pensavo solo che le avevo lì di fronte e non ero semplicemente nudo. Volevo sprofondare.
Quando il medicò terminò di esaminarmi e mi disse di rivestirmi, lo feci a una velocità tale che sarei potuto fuggire da un incendio.
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Ti sembra che queste cose siano successe e basta, e le archivi nella memoria. Solo che poi, decenni dopo, vedendo la porta di un ambulatorio, sentendo uno spiffero il ricordo torna vivo come se fosse successo il giorno prima.
E rifletti che a dieci anni l’imbarazzo venne dalla normalità. Venne dal fatto che nessuno avesse ritenuto necessario chiedere, o anche solo avvertire. Il mio corpo era un argomento da trattare in mia presenza, ma non CON me. I genitori erano lì, ma erano dalla parte della scrivania, della logistica, del “se è da fare si fa”. A quattordici anni viene dalle reazioni del corpo al freddo, e di fronte a un “pubblico” sanitario.
Eppure, a volte, quando racconto la scena dell’attenti e delle risate soffocate, tutti ridono. Me incluso.
Quando invece racconto la scena del sorriso, e non lo faccio quasi mai perché non è buffa, mette a disagio: la gente annuisce con quel silenzio imbarazzato di chi sa che lì non c’è nulla da ridere, ma neanche molto da dire. Era solo “così”. Era l’epoca, gli anni’80. Il medico non era cattivo; era un uomo di 40 anni fa che non aveva mai messo in discussione il diritto di alzare un elastico senza l’opinione del paziente, che tanto “è un bambino”.
Non che ogni visita successiva sia stata un dramma greco da scrivere in un diario segreto; dopo il trauma del freddo, si è sviluppata una sorta di “anestesia da esame”. Il corpo, una volta nudo, diventava quasi un oggetto tecnico, e il disagio iniziale si trasformava in un distacco. Come se spogliarsi di fronte ai dottori fosse diventato il prezzo per la guarigione.
Il corpo non era più un segreto, era diventato un pezzo di ricambio da mostrare. Col tempo, il medico chiedeva di “esporre” sempre meno, difficilmente mi faceva restare solo in mutande.
Cercando di dare una spiegazione razionale al perché da bambino mi facessero spogliare quasi nudo e poi non più, ho chiesto a un professionista sanitario perché nei pazienti giovani la nudità sia così frequente. Mi ha risposto con la pragmatica della fisiatria: serve a verificare che la crescita e lo sviluppo avvengano in modo armonico, uniforme, quasi architettonico. E poi ha aggiunto, con quel sorrisetto di chi sa di stare dicendo una mezza verità: «I bambini non si imbarazzano».
Peccato che non sia vero. Peccato che io bambino ero imbarazzato eccome, ma non avevo il diritto di oppormi alla logica medica. Ma ho la consolazione della sua ultima battuta, che ha ridotto il mio dramma esistenziale a una battuta da bar: «Nessun medico guarda volentieri un quarantenne nudo tranne quando si guarda allo specchio».
Forse il corpo negli ospedali degli anni Ottanta era ancora considerato cosa comune, specialmente se di un bambino, magari malato, di sicuro sdraiato in mutande su un lettino con i genitori dall’altra parte della stanza che negoziavano orari.
L’imbarazzo non era un sentimento a cui la medicina di allora riconosceva cittadinanza.
NGL. Sta per Not Gonna Lie, cioè "non mentirò".
È un'applicazione. La scarichi, la colleghi ai social, e la gente ti scrive quello che vuole senza dirti chi è.
L'ho scaricata qualche giorno fa.
Sapendo bene cosa sono. Anzi, proprio per quello.
Volevo capire se in questi dieci anni ho imparato qualcosa. Dieci anni, forse anche qualcosa di più.
Volevo capire se ho imparato davvero a non rimanerci male per il parere di uno che passa.
Se ho capito che piacere a tutti è un modo lento di sparire, e che gli empatici sono il campo giochi preferito di certa gente.
E se ho capito cos'è l'amor proprio, che poi è una cosa semplice: non svendersi al miglior offerente. Darsi un prezzo e tenerlo. Non è superbia, è tariffa.
Quindi l'ho fatto.
Sono arrivati messaggi. Più di quanti pensassi.
A chi ha speso parole d'affetto, grazie davvero. Vorrei ringraziarvi di persona, o almeno da account ad account, ma tant'è.
Il grazie più sincero però va a chi ha scritto per dirmi che non mi sopporta.
Sul serio. Mi avete confermato che no, non piaccio a tutti, ed è la notizia migliore della settimana.
Siete ancora pochi, comunque. Devo impegnarmi di più.
E poi c'è l'ultimo pensiero, che non è l'ultimo per niente.
A chi mi ha confessato una cosa profonda. Una di quelle che dalla chat privata, col proprio nome sopra, non sarebbe mai partita.
Togli il nome a una persona e finalmente ti dice la verità. Funziona così da sempre, l'applicazione non ha inventato niente.
Sì, dico a te. Quella frase lì me la sto ancora rigirando.
Grazie.
Se un giorno vorrai metterci la faccia, non hai niente da temere.
Io il nome ce l'ho già messo.
L'ALBERO DELLE MELE D'ORO (RACCONTO FANTASY)
Sono qui, in piedi al centro del cerchio di megaliti di Stonehenge, osservo la luce della Luna che filtra tra le pietre poi guardo le mie mani, brillano di un azzurro intenso e sono avvolte da un alone luminoso più chiaro, so di essere arrivato fin qui attraverso un sogno eppure il mio corpo di luce è veramente qui, in questo luogo sacro che il mondo intero conosce; penso a migliaia di anni fa, quando altri sciamani, proprio come me, venivano qui per celebrare i loro riti, è una sensazione antica e insieme nuova, un brivido mi attraversa.
All'improvviso lo vedo, è lui, l'Unicorno dai mille colori, la mia guida spirituale, il suo corpo è un caleidoscopio in movimento, un arcobaleno che si mescola e si alterna in continuazione. “Ehi,” gli dico, “hai fatto qualche bel viaggio nelle dimensioni astrali in questi ultimi giorni?” “Niente di particolarmente interessante,” risponde con la sua voce che sembra il suono di mille campanelle.
Ma sento che qualcosa sta per accadere, un’energia diversa vibra nell'aria, mi volto verso uno dei monoliti più alti e vedo apparire sulla sua superficie un messaggio, è scritto con l’antico alfabeto delle fate e le lettere brillano di un colore lilla tenue, quasi volesse attirarci a sé; ci avviciniamo e, in un istante, veniamo risucchiati in un vortice di colori psichedelici, pochi secondi dopo sbuchiamo in un luogo che conosco solo per sentito dire: la mitica Terra Delle Fate.
È ancora più bella di come me l’avevano raccontata, l’aria è dolce, intrisa di un profumo floreale che non avevo mai sentito, intorno a noi si estendono prati fertili colmi di enormi fiori multicolori dove le piccole fate svolazzano raccogliendo il nettare, il loro cibo preferito; in lontananza vedo templi giganteschi costruiti con pietre trasparenti come il vetro: alcune blu, altre viola, altre verdi; il paesaggio è punteggiato da strane forme che emanano energia, sono le genesa cristal e le pentasfere dove gli esseri di luce si sdraiano per ricaricarsi; sulle cime delle collinette spuntano enormi cristalli arcobaleno dalle forme più strane e ovunque si sentono le melodiose voci dei fiumi, degli alberi e degli animali; l’intera dimensione pulsa di un’energia potentissima.
Una fata si avvicina a noi, il suo corpo è fatto di luce ma così densa da sembrare quasi solida, è alta circa novanta centimetri ma la sua aura si espande per altri trenta, la sua energia è intensa come quella delle altre fate che volteggiano in aria, indossa un abbigliamento simile a quello descritto nei vecchi racconti britannici; ci sorride e alza la mano in segno di saluto.
“Benvenuti nel nostro mondo, esseri di luce, io sono Violetta”. “Qui è tutto meraviglioso,” dico guardandomi intorno incantato. “Siete riuscite a compiere il Magnum Opus, la grande opera?” Violetta mi fissa dritto negli occhi, la sua luce si fa più intensa. “Sì, ma dobbiamo chiarire il significato di quel termine,” dice. “Gli alchimisti di oggi hanno rubato il nome e lo hanno riempito di metalli e formule mentre i moderni esoteristi lo hanno ridotto a banali istruzioni per aprire i chakra e sviluppare poteri occulti; sulla Terra, oggi, il Magnum Opus è diventato un manuale di auto miglioramento”. “E questo è sbagliato?” chiedo. La fata si volta verso di me, la sua luce ora è quasi abbagliante. “Non è sbagliato, è insufficiente,” risponde. “Prova a costruire una torre usando solo venti mattoni, quanto in alto arriverai?” Rimango in silenzio. “Ecco cosa avete fatto,” continua. “Avete preso il Magnum Opus, che era costituito da migliaia di mattoni creati dagli sciamani e dagli esseri di luce in anni e anni di lavoro e l'avete ridotto a pochi mattoni, lo chiami sviluppo ma è solo un esercizio di ego; ti svegli la mattina, mediti, apri i tuoi centri energetici, sviluppi i tuoi poteri psichici, ti carichi di energia... e poi?” Rimango in silenzio ancora qualche istante. “E poi esco e incontro il mondo,” dico. “Esatto,” ribatte Violetta. “E il mondo fuori è fatto di ingiustizia, guerre e miseria; i tuoi chakra sono aperti, riesci a leggere nella mente degli altri ma le persone che vivono per strada hanno fame; la tua aura è luminosa, riesci a indovinare tutte le carte da gioco coperte ma il pianeta sta morendo, tutto questo non ha senso; ora capisci perché molti esoteristi sentono un grande vuoto interiore?” Abbasso lo sguardo, mi sento a disagio perché ha ragione, quante volte ho passato ore a meditare, a visualizzare, a dedicarmi alla crescita spirituale per poi uscire di casa e non vedere il senzatetto seduto sotto il portico? Quante volte ho cercato la luce senza mai chiedermi se stavo illuminando qualcosa intorno a me? La guardo nei suoi splendidi occhi blu. “Quindi, secondo te, come dovrebbe essere il vero Magnum Opus?” Violetta si avvicina e la sua aura sfiora la mia. “La grande opera originale era una danza, non un’esercitazione solitaria, teneva conto della connessione tra te e l’altro, e tra l’altro e l’altro ancora; era un insieme di regole sociali e di pratiche spirituali che consentono all’individuo, alla società, a tutte le specie viventi e al pianeta stesso di vivere in simbiosi verso un’esistenza tendente alla perfezione fisica, mentale e spirituale.” Rimango immobile a riflettere. Poi chiedo: “Secondo te cosa dovremmo fare per migliorarci?” La fata osserva il cielo. “Immagina una torre, quell’edificio rimane in piedi grazie alle sue solide fondamenta, senza di esse crollerebbe, l’etica costituisce le fondamenta del Magnum Opus, se togli le fondamenta la società crolla su sé stessa; gli umani, negli ultimi secoli, in molte parti del mondo, si sono evoluti tecnologicamente ma hanno ritenuto l’etica e la spiritualità un ostacolo al progresso invece che un sostegno”.
Ad un tratto il viso di Violetta si fa serio e preoccupato, inizia a parlare con un filo di voce, come se gli mancasse il respiro: “Da alcuni mesi anche il nostro Magnum Opus rischia di fallire,” racconta, “è comparso un albero d’oro che emana un dolce profumo che pervade tutta la dimensione e attira le fate, l’albero dona mele d’oro ma quelle che seguono la tentazione di coglierle vengono punte dalle sue spine velenose.” Il veleno, mi spiega, le fa delirare, non sono più buone come prima, diventano altezzose, presuntuose, ingorde, iniziano a considerarsi superiori alle altre perché possiedono l’oro, evitano di lavorare e non esprimono più gratitudine per la loro terra eppure, nonostante il loro comportamento, le altre fate hanno deciso di non punirle perché ciò andrebbe contro la loro etica.
“Abbiamo consultato diversi oracoli,” dice Violetta, “e tutti convergono, se non si farà nulla, questo mondo morirà su sé stesso, si trasformerà in un disabitato e diroccato cimitero, i prati diventeranno un gelido deserto e i templi crolleranno su sé stessi.” L'Unicorno mi guarda preoccupato. “Gli oracoli usano immagini allegoriche,” spiega. “Il deserto e i cimiteri potrebbero suggerire un decadimento materiale mentre l'immagine dei templi che crollano potrebbe riferirsi alla caduta della spiritualità.” All’improvviso ho una visione, vedo le cose più orrende del mio mondo, vedo povertà, guerra, indifferenza. “Oh no, questo bellissimo mondo diverrà uguale al mio!” esclamo. “Hai centrato in pieno,” conferma l'Unicorno. “È questo che fa l’oro ma io l'ho capito con il ragionamento logico, senza bisogno di profetizzare il futuro”.
Violetta ci accompagna in un tempio dicendoci che lì è più facile entrare in comunione con le energie che la Dea e il Dio donano a tutti in ugual misura; le pareti dell’edificio sono cosparse di simboli runici e grandi talismani, dietro l’altare ci sono due bellissime statue di marmo che rappresentano gli Dei; un gruppo di fate sta eseguendo un rituale con il cerchio magico e le quattro pietre cardinali simile a quelli che fanno gli stregoni Wiccan nella mia dimensione, danzano in circolo tenendosi per mano poi i loro corpi eterei si trasformano in figure ibride tra donna e albero, vedo che assorbono energia dalla Terra, diventano sempre più potenti, formano un cono di potere, infine programmano l’energia e la irradiano in tutta la loro dimensione, al suo passaggio sento un caldo vento che mi sfiora il corpo di luce; terminato il rituale chiediamo quale sia il suo scopo e ci spiegano che è per risolvere il problema di quel maledetto albero d’oro.
Io e l'Unicorno ci facciamo accompagnare nei pressi dell'albero, gli parliamo ma lui non vuole smettere di donare quei frutti malefici; ad un tratto la mia guida, senza toccarlo, con la forza della mente, stacca un frammento di una spina e lo dirige verso di me, il frammento mi punge e all’improvviso inizio a provare sulla mia pelle ciò che sentono i ricchi e i potenti: una sensazione di onnipotenza ma anche di vuoto, l’effetto del veleno dura solo un minuto. “Sono nato povero e lo sono sempre stato,” dico all'Unicorno. “Non avevo mai provato questa sensazione, è così che si sentono i ricchi e i potenti?” La mia guida si avvicina. “Sì, scusa se ti ho punto ma vedrai che questa esperienza ti tornerà utile, a volte entrare nei panni dell’altro, anche solo per un minuto, può servirci per capirlo ma anche per difenderci.” Mi fermo un attimo a riflettere sulle parole che ho appena sentito: “Pensavo che i ricchi vivessero immersi nella gioia e invece sentono la loro vita vuota.” L’Unicorno mi guarda. “Non sempre l’accumulo di denaro genera felicità, non è una cosa automatica come la maggior parte delle persone crede”.
In quel momento arriva una notizia sconvolgente: una fata ha rubato; una fata che ruba, da quando i mondi esistono non era mai successo, all’improvviso il cielo di quella dimensione si fa cupo e si squarcia come se avesse una ferita color rosso sangue. “Oh no,” mormorano alcune fate. “Gli oracoli dicevano che tutto sarebbe iniziato così, con una ferita nel cielo, moriremo tutte.”
Mi avvicino alla mia guida. “Sai,” dico in modo ironico, “su un libro scritto da un noto esoterista ho letto che esiste una sequenza numerica che consente di ricevere risposte immediate, è la fonte della conoscenza eterna, ma non ricordo più i numeri, se li ricordassi potrebbero tornarci utili in questo momento.” L’Unicorno sorride. “Io li so,” afferma. “Ma dai, lo sai che sono tutte sciocchezze,” ribatto. “Proviamoci, tentare non nuoce,” continua lui.
Parliamo della sequenza alle fate, tutti ci mettiamo in cerchio e visualizziamo i numeri che la mia guida fa apparire al centro del circolo, ci concentriamo tutti sul nostro intento: ricevere una soluzione al problema delle mele d’oro poi, come scritto sul libro, lasciamo che i numeri scompaiano e attendiamo per alcuni secondi l’arrivo dell’illuminazione. “L'intuizione mi è arrivata!” esclama una fata. “Non dobbiamo distruggere l'albero, in questo momento è indistruttibile, dobbiamo convincere le fate smarrite che si stanno sbagliando; la visione che ho avuto è un po’ confusa, dovremmo far accadere qualcosa che le faccia rendere conto dei loro errori così che non colgano più le mele d’oro, in questo modo l’albero, ignorato, non le produrrà più, verrà detronizzato; le fate sviate si credono onnipotenti ma in realtà il vero re è l’albero, non sono loro a possedere l’oro ma è l’oro che possiede loro.”
All’improvviso sento di avere un’idea su come far capire alle fate accecate che si stanno sbagliando, è un’idea venuta dal nulla, forse quelle strane sequenze numeriche funzionano davvero, sento che l'Unicorno mi ha letto nel pensiero; parliamo della mia idea con le fate, insieme creeremo un grandissimo specchio di energia nel cielo, deve essere grande come tutto il cielo perché le fate corrotte non vogliono ascoltarci, possiamo parlare loro solo attraverso immagini, poi useremo lo specchio per proiettare la verità.
Tutti ci concentriamo sull’immagine di uno specchio, la fissiamo bene nella nostra mente poi la mia guida fa uscire un fascio di luce dal suo corno mentre io e le fate solleviamo la mano destra, centinaia di fasci di luce bianca colmi del nostro intento escono dal centro delle nostre mani e salgono verso il cielo, un minuto dopo lo specchio si è materializzato, è immenso e incorniciato da rune di fuoco.
Ora che lo specchio è pronto dobbiamo usarlo come un proiettore per mostrare quale sarà il futuro di questo bellissimo mondo se i suoi abitanti continuano a cogliere le mele, questa dimensione diventerà uguale al pianeta Terra dei giorni nostri; solo io posso mostrare la verità perché qui nessuno conosce il mio mondo meglio di me ma per fare apparire le immagini devo usare molta concentrazione e tantissima energia; le prime immagini compaiono lentamente, una fata si avvicina e tocca lo specchio con una mano tremante. “Cosa sono quelle cose?” chiede indicando una lunghissima fila di auto. “Mostri di metallo che soffocano il mondo,” rispondo. La fata ritrae la mano come se fosse stata bruciata; in seguito appaiono altre immagini: una bambina che cerca cibo in un bidone della spazzatura, un uomo dallo sguardo vuoto con una siringa infilata in un braccio viola, un campo di battaglia con soldati che cadono e una madre che urla su un corpo immobile. “Basta!” grida una fata con i capelli color oro. “Non voglio vedere altro!” Lei si volta ma lo specchio la segue, ovunque guardi vede quelle scene; un’altra fata, quella con la corona di fiori di stoffa sulla testa, cade in ginocchio. “Tutto ciò lo provocheremo noi?” sussurra. “Non ancora,” dico. “Ma se continuate così.” Una fata si copre il volto con le mani ed esclama: “Se continuiamo a raccogliere le mele, se continuiamo a credere che l’oro ci renda migliori.” Un’altra con le lacrime sulle guance urla: “Guardate cosa stiamo diventando!” Le fate smarrite si guardano l’un l’altra, i loro corpi luminosi tremano come fiamme nel vento, qualcuna piange, altre si mettono le mani tra i capelli, altre ancora restano immobili con il viso pallido.
Ma mentre le osservo, mentre le loro grida e i loro pianti riempiono l’aria, sento un tremore alla base della schiena, è il cordone d’argento, il filo invisibile che lega il mio corpo di luce a quello fisico che ora è disteso nella mia stanza, di solito è spesso come un cavo d’acciaio ma ora lo sento assottigliarsi, è un segnale che sto consumando troppa energia ma non posso fermarmi, non ora, le fate stanno riconoscendo i loro sbagli, le immagini stanno funzionando, devo continuare; aumento la concentrazione, nuove immagini appaiono sullo specchio: un fiume inquinato, un bambino che piange davanti a un piatto vuoto, un anziano abbandonato per strada; il cordone d’argento si assottiglia ancora di più, ora sembra una cordicina sottile; ho una visione, vedo il mio corpo fisico sdraiato sul letto che respira affannosamente. “Kael, fermati!” urla l’Unicorno. “Il tuo cordone d’argento si sta spezzando!” Ma io non mi fermo, creo una bolla energetica attorno al mio corpo di luce, la mia guida prova a raggiungermi ma la bolla lo respinge. “Non toccarmi!” grido. “Se continui il tuo corpo fisico morirà!” urla l’Unicorno con gli occhi pieni di terrore. “Non m'importa!” grido. “Non voglio che questo mondo diventi come il mio, non voglio che anche qui ci siano re e senzatetto!” Le fate, anche quelle traviate, capiscono ciò che mi sta accadendo e urlano: “Kael, fermati!” Ma io continuo a proiettare immagini, mi rendo conto che non sono perfetto, mi rendo conto che non sto agendo per amore ma per odio, perché odio il mio mondo e mentre l’odio mi attraversa come una scarica elettrica il cordone d’argento si assottiglia quasi del tutto poi all’improvviso accade qualcosa, alcune fate gridano: “Non vogliamo la tua morte, vogliamo la tua vita, abbiamo capito i nostri errori e siamo pronte a ripararli ma fermati!”
Esausto mi fermo, man mano che i secondi passano sento il mio cordone d’argento riprendere vigore; vedo una fata che si volta e corre. “Fiordaliso! Dove vai?” chiede un’altra. Fiordaliso non risponde, corre verso la Fonte Dell’Oblio, quel cerchio d’acqua nera e profonda che trasforma ogni cosa in sabbia e senza pensarci vi getta dentro la sua mela d’oro; l’acqua nera la inghiotte, per un istante un bagliore dorato illumina la superficie poi tutto scompare, la mela è diventata sabbia; Fiordaliso si volta verso le altre fate. “È solo un metallo,” dice. “Ed è diventato più pesante di quanto io possa portare.” Si volta verso lo specchio dove è ancora visibile l’ultima immagine. “Non voglio che il nostro mondo diventi così.” Un’altra fata si stacca dal gruppo, corre verso la fonte con la sua mela ed emula Fiordaliso. “Anche io non voglio,” dice. Una terza fata la segue, poi una quarta, poi tutte le altre. “È solo un metallo, un metallo che ci sta distruggendo,” ripete qualcuna come un mantra. Le mele cadono una dopo l’altra nell’acqua nera, l’acqua trema, si increspa e assorbe tutto.
Quando le ultime fate deviate gettano le loro mele qualcosa cambia nell’aria, l’odore dell’oro scompare e al suo posto torna il profumo dei fiori, della terra bagnata, degli alberi, dei fiumi; le fate si guardano intorno, i loro occhi sono ancora lucidi e pieni di lacrime ma sui loro volti, lentamente, compare qualcos’altro: il sollievo. “Ci siamo quasi perse,” mormora una. “Ma non ci siamo perse,” dice ad alta voce Fiordaliso. “Siamo ancora qui, siamo ancora noi.” Una delle fate si asciuga le lacrime. “Ora cosa facciamo?” Violetta sorride. “Ora, insieme, ricominciamo da capo.” Le fate si mettono in cerchio e si abbracciano, quelle corrotte chiedono scusa. “Volevamo solo sembrare più belle,” dicono. “Invece stavamo trasformando il nostro mondo in un incubo.” Le fate corrotte vengono perdonate, lo specchio si dissolve, la ferita nel cielo scompare e l’albero d’oro si trasforma in un normale ciliegio.
“L’oro è solo un metallo brillante, come fa a trasformare un mondo vivibile in uno brutto come il tuo?” mi chiede una fata. Scuoto la testa. “L’oro non è il problema, il problema è ciò che l’oro fa alle persone; quando hai l’oro inizi a pensare che vali di più di quelli che non ce l’hanno, inizi a credere che gli altri siano meno importanti di te e quando pensi questo non ti importa più se loro hanno fame, se soffrono, se muoiono.” Mi fermo un attimo. “L’oro ti rende cieco e un cieco, anche se non vuole, finisce per calpestare chi gli sta intorno”.
Una fata si avvicina a me, in mano ha un flauto. “Questo strumento emette frequenze positive, lo meriti,” dice. Abbasso la testa, sto per dire che non lo merito ma lei mi sussurra in un orecchio: “So cosa pensavi mentre proiettavi le immagini e il tuo cordone d’argento si assottigliava ma se anche tu sogni una società tendente alla perfezione non sei così male e il flauto te lo meriti.” Stupito del regalo mi rivolgo all’Unicorno con tono scherzoso: “Su alcuni libri c’è scritto che le fate fuggono da chi esprime liberamente la propria sessualità e questa addirittura mi porta un dono”. “Su alcuni libri scrivono tutte sciocchezze,” risponde la mia guida. “Non dirmi che anche le fate fanno sesso?” chiedo. Davanti a me vedo l'Unicorno e le fate ridere a più non posso.
Mi avvicino alla mia guida e gli sussurro: “Ma su quale libro hai letto la sequenza numerica?” Lui fa qualche passo a sinistra e io lo seguo. “Non la conoscevo ma non dirlo a nessuno,” mi risponde a bassa voce.
L'Unicorno fa uscire un fascio di luce dal suo corno, subito davanti a me appare un portale intra dimensionale con un’immagine, lo riconosco, dall’altra parte c’è il mio tempio astrale; attraverso il portale e lo raggiungo, mi guardo attorno e metto il flauto nella mia libreria degli oggetti, forse mi sarà utile durante i prossimi viaggi astrali.
Pochi secondi dopo, incredibilmente, mi ritrovo nel mio letto, è già mattina, con quel sogno lucido la notte è passata in fretta; mi alzo e guardo fuori dalla finestra, la città è uguale a ieri, il rumore, lo smog, la gente che corre; penso che l’albero dalle mele d’oro cresce anche sulla Terra sotto altre forme o con altri nomi: il denaro, il potere, la fama e molte persone continuano a cogliere i suoi frutti credendo di diventare migliori quando invece diventano solo più vuote e rendono peggiore il mondo; penso che se l’umanità, nel suo insieme, guardasse uno specchio che mostrasse, come per magia, quale sarà il futuro che lasceremo ai posteri se continuiamo a vedere l’etica e la connessione con gli altri, con le altre specie e con il pianeta come spazzatura forse qualcosa cambierebbe.
Mentre osservo la città la televisione trasmette una pubblicità, una voce allegra invita a mandare un sms al costo di due euro per salvare le balene, una specie animale in via di estinzione; fino a ieri avrei ignorato distrattamente quelle parole ma oggi, dopo quel sogno, prendo il telefono e invio il messaggio; mentre lo faccio sento come un filo invisibile che si tende, una connessione tra me e quei magnifici animali che forse non vedrò mai.
Torno a riflettere, mi rendo conto che qui sulla Terra gli specchi magici non esistono e una persona sola può fare ben poco per mostrare alla gente il futuro che lasceremo ai posteri ma potrei scrivere un libro, ho un amico biologo, un'amica sociologa, un filosofo e anche un'insegnante di scuola elementare che sa rendere semplici le cose complicate; potrei scrivere un libro assieme a loro, non un testo che profetizza il futuro ma uno serio che, tramite il ragionamento logico e i dati, descrive l’avvenire dell'umanità se continuiamo a percorrere questo sentiero; mi rendo conto che il mio messaggio arriverà a poche persone, poche menti verranno scosse ma è sempre meglio di niente.
Ad un tratto, guardando il cielo blu, ho una visione, vedo dei numeri che fluttuano nell'aria, vedo i numeri uno, uno, due, tre, cinque, otto, tredici, la riconosco, è la sequenza di Fibonacci ma ora la vedo diversamente, quei numeri potrebbero rappresentare il modo in cui un'idea cresce; prendo un foglio di carta, scrivo i primi tredici numeri della sequenza poi disegno una spirale accanto ai numeri, inizia piccola poi si allarga fino a uscire dal foglio.
Un'idea può crescere così, penso, come quei numeri, se un lettore consiglierà il mio futuro libro ai suoi amici due persone potrebbero leggere il mio testo, se queste due persone lo consiglieranno, a loro volta, ai loro amici i lettori potrebbero diventare tre, poi cinque poi otto e così via; accendo il computer e scrivo il titolo del mio nuovo documento: “Il mondo che verrà.” Poi scrivo l'ultima frase del libro: “Un'idea condivisa può crescere come i numeri di Fibonacci, basta che ognuno ne parli con i suoi amici e quegli amici con altri ancora, l'onda si allargherà come quando getti un sasso nell'acqua di uno stagno; se questo testo ti è piaciuto inizia tu.”

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Aggiornamento dal fronte: sono rimasto in città.
Non per scelta eroica. Per incastri, ferie che non combaciano, un lavoro che non chiude mai del tutto. Il risultato è lo stesso: sono l’ultimo essere umano di questo quartiere.
Su WhatsApp arrivano le foto. Piedi davanti al mare. Aperitivi con lo sfondo giusto. “Che meraviglia qui”. Metto il cuoricino e chiudo, come si fa con le condoglianze.
Fuori ci sono quarantuno gradi e un signore che innaffia le piante alle sette del mattino, convinto di fregare il sole. Il sole se la ride. Quell’acqua la farà evaporare velocemente e, complice lo spostamento d’aria, gliela rimanderà in casa sotto forma di umidità. Ne sono quasi certo.
Il bar in centro paese ha appeso il cartello “chiuso per ferie” con lo scotch, che è il modo elegante di dire arrangiati.
C’è anche la firma del titolare, “Mario”. Lui è cinese, ma il bar si chiama “Da Mario”, e lui per praticità degli anziani è diventato Mario.
Un giorno qualcuno gli chiese perché “Da Mario”. Lui rispose cantando: “Ci vediamo da MaLio, pLima o poi”.
Così ho capito che tra Ligabue e Vasco Rossi hanno cresciuto generazioni di bar. Che si chiamassero “Da Mario” o “Roxy Bar”.
Però c’è una cosa. Il silenzio. Nessuno che ti chiede niente, nessuna coda, nessun clacson. Per un pomeriggio la città è tutta mia.
Poi arriva un’altra foto dal mare, e mi tocca rimettere il cuoricino.
Vabbè.
Mi consolerò con le fusa di Leo e il contatto fisico che ricerca sempre Tea. Nonostante il caldo, nonostante tutto.
Sarò pure l’ultimo essere umano del quartiere. Ma non l’ultimo essere vivente.
Sono in giro con Tea, la piccola chihuahua che ha bisogno urgente di sbrigare i suoi bisognini, quando sento delle voci da un cantiere.
Aperto da poco. Stanno ristrutturando una grossa villa, di quelle che nascevano con metrature oggi proibite, anni '60.
Sono uscito conciato per il caldo: pantaloncino blu ampio, stile Fantozzi, e la T-shirt nera con il volto stilizzato di Mirko dei Beehive, l'attore di Licia dolce Licia, e sotto la scritta "fettine panate". Una maglietta fighissima. Un regalo. Uno di quelli che tieni.
Ad attirarmi sono le voci degli operai, ed è in quel momento che mi riscopro umarell.
"Vuoi che te lo carico sul cassone?"
"Sì grazie."
"Aspetta, uso la gru."
"Già che ci sei, per favore caricagli quel bancale di mattoni che avanzano" dice una terza voce.
"Subito."
Rimango attonito, mentre guardo. Quasi con la bocca aperta.
Passa un operaio edile, mi guarda e mi dice: "Signore, tutto bene?"
Lo guardo e quasi balbettando rispondo: "Sa che ho fatto questa vita da cantiere per vent'anni?"
"Ah, capisco allora. È la nostalgia che le fa guardare il cantiere."
"No", rispondo io, "è l'assenza di bestemmie. La parlata in italiano corretto e non in bergamasco. La calma, e nessuno che manda a ‘via al cul' l'altro" rispondo basito, "ma che mondo è questo? Il multiverso?"
Il ragazzo mi guarda, si alza l'elmetto e si gratta la testa pensieroso. Mi saluta e si allontana.
Avvicinandosi agli altri operai sento chiaramente: "Cosa voleva quel signore?"
"Dice che non bestemmiamo e non siamo rognosi come un vero muratore bergamasco."
"Ma se vuole un paio di porconi potremmo anche tirarli giù."
Ridono. Si danno il cinque, scuotono la testa.
La scuoto anche io.
Mentre mi allontano sorrido. E penso ai miei compagni di cantiere di molti anni fa. Rido perché me li immagino mentre dicono grazie, prego, mentre impugnano il martello o un badile col mignolo alzato. Sorrido mentre me li immagino passarsi secchi di malta con frasi tipo "è di tuo gradimento? Pesa troppo?". E poi giù con gli acciderbolina, i mannaggia la pupazza e altre cose.
Quello che mi diverte davvero è pensare a quegli uomini che ho conosciuto, di cui molti per ragioni anagrafiche non esistono più, con quei lineamenti scavati dalla fatica e le parole taglienti imparate in un mondo duro come i muri di cemento armato, muoversi con grazia e gentilezza in un cantiere.
Magari in cielo. Perché lì non possono bestemmiare, troppo vicini al titolare dell'impresa Paradiso S.r.l. Si rischierebbe il licenziamento, e si finirebbe all'inferno dei disoccupati.
L'UOMO CHE PERSE L'AMORE
L’UOMO CHE PERSE L’AMORE
Sulla spiaggia di una città vicino a Nyali la sabbia è così chiara che acceca e il mare Indiano è limpido come una sorgente; ogni giorno, dopo il lavoro, passa Kamau, tutti lo conoscono ma nessuno lo conosce davvero; ha cinquant’anni, sul volto ha tre cicatrici che sembrano fatte con un coltello affilato e lo sono; Kamau non sorride mai, cammina a testa bassa, se una donna gli si avvicina la evita, se un uomo gli offre una birra rifiuta, i colleghi all’inizio ci hanno provato a invitarlo ma poi hanno smesso, parlare con quest’uomo è come parlare con un muro che respira, se un cane gli corre incontro scodinzolando lui guarda avanti come se fosse aria, quando vede due innamorati che si baciano volta la faccia, quando incrocia un gruppo di amici che ridono in compagnia guarda altrove.
Kamau si siede sempre nello stesso punto, all’estremità sud, dove la spiaggia è quasi deserta e se ne sta li immobile a fissare il mare per ore, al tramonto a volte gli scende qualche lacrima sulle guance, lui le asciuga con il dorso della mano pensando che è dovuto al riflesso del Sole sull’acqua ma non è il Sole; quest’uomo ha smesso di amare, non sente più l’energia della Dea Afrodite, quella che qui in Kenya chiamano Pepo, il soffio caldo che ti sale dal petto quando abbracci un amico, la scossa che senti mentre baci una donna, quella piacevole sensazione che provi quando i tuoi familiari ti accarezzano; Kamau ha perso tutto questo e lo sa.
I pescatori che riparano le reti sotto le palme, gli studenti e gli operai che si concedono qualche ora di svago lo guardano di sfuggita, si scambiano occhiate cariche di domande ma nessuno ha mai avuto il coraggio di andargli a chiedere cosa gli è successo.
Un pomeriggio sulla spiaggia arriva una ragazza alta e robusta con i lunghi capelli raccolti in un fazzoletto rosso, si chiama Ayanna e si è appena trasferita in città con la famiglia; mentre cammina assieme ad un gruppo di giovani anarchici del posto un ragazzo magro con gli occhiali da sole indica Kamau con il movimento del mento e dice: “Quel signore lo vediamo ogni giorno, è sempre solo e non parla con nessuno, chissà cosa gli sarà successo”. Ayanna lo guarda meglio poi lo riconosce. “Quello è l’uomo che ho visto il giorno del trasloco quando ero in macchina con con mio padre”, dice a bassa voce. “ Kito, mio padre, sa tutto, era con lui il giorno in cui un tragico evento gli ha stravolto la vita”.
I ragazzi si avvicinano, Ayanna si siede sulla sabbia e inizia a raccontare. “Quell’uomo si chiama Kamau e trent’anni fa non era così.” Ayanna ha la voce calma, il vento si alza portando con sé il sapore del sale.“Era pieno di vita, rideva come un fuoco d’artificio, aveva due amici incollati alla sua ombra, si chiamavano Ruto e Zahara, si conoscevano da quando avevano tre anni, da bambini giocavano tra le bancarelle del mercato rincorrendosi tra i sacchi di riso e di spezie ma quello che li teneva insieme, più delle case vicine, era l’avversione per i prepotenti; alle elementari difendevano i più piccoli dai bulli, alle medie furono sospesi perché avevano rovesciato la cattedra di un professore che insultava i ragazzi, alle superiori organizzarono una raccolta di firme per far licenziare un insegnante corrotto”.
Ayanna, a voce bassa, continua a raccontare: “Col passare degli anni Kamau si innamorò di Zahara, lei era bellissima, con gli occhi color ambra, era sempre serena, portava i capelli raccolti in lunghe trecce che le arrivavano alle ginocchia ma quello che la rendeva speciale agli occhi di Kamau era il suo altruismo, il suo cuore, alle scuole medie dava metà del panino ai ragazzi che i bulli lasciavano senza merenda, una volta aiutò un’amica scappata da un matrimonio imposto a trovare un lavoro, un’altra volta, durante una manifestazione, difese un anziano che un uomo di una milizia violenta stava picchiando; quando Kamau la guardava sentiva l’amore, sentiva l’energia di Pepo che vibrava in tutto il suo corpo.
Il nonno di Kamau era un povero pescatore anarchico, gli aveva insegnato che nessun uomo deve avere il potere di comandare un altro uomo; quando morì Kamau aveva vent’anni, l’anziano lasciò a lui i due vecchi locali dove viveva mentre agli altri nipoti lasciò i suoi risparmi; Kamau, Ruto e Zahara decisero di trasformare quella casa in un centro culturale anarchico; i locali erano messi male ma i tre amici lavorarono tanto, sistemarono il tetto, intonacarono, ripararono le finestre e costruirono librerie e tavoli con assi di recupero, Zahara, che aveva una calligrafia bellissima, dipinse un murales su una parete con scritto viva la libertà”.
“Doveva essere un bel posto, come il nostro centro culturale” affermò un giovane del gruppo. “E lo era” disse Ayanna. “Quel centro era un punto di riferimento per quelli che stanno in basso, due volte alla settimana si svolgevano delle assemblee a cui tutti potevano partecipare, li nessuno era capo, c’era una sedia vuota al centro della stanza, chi voleva parlare si sedeva lì e diceva la sua, si parlava del neocolonialismo, dello sfruttamento della terra, della vergogna dei matrimoni combinati, della povertà e dello stile di vita disumano imposto dalla società.
Dopo le riunioni, quando la città si addormentava e il cielo si riempiva di stelle, i tre amici salivano sul tetto, portavano qualcosa da mangiare, delle bibite fresche e una chitarra poi si sedevano a gambe incrociate, cenavano e suonavano a turno; Zahara chiamava Kamau K. Junior ma solo lei poteva farlo, se lo faceva qualcun altro si arrabbiava ma faceva solo finta, erano felici”.
“E poi cosa è successo?” chiese un ragazzo bevendo la sua bibita. il viso di Ayanna si fece serio. “Il centro dava fastidio ai prepotenti, una notte qualcuno scrisse con lo spray nero sul muro la parola pazzi poi iniziarono a trovare bigliettini con frasi intinte d’odio nella cassetta della posta; nessuno ci diede troppo peso ma si sbagliavano; quel giorno mio padre era lì, era un venerdì”.
Ayanna si ferma un attimo e beve un sorso di aranciata. “Nel centro c’erano una ventina di persone, Zahara stava parlando, aveva appena finito di spiegare il rapporto tra la corruzione dei politici e le concessioni delle terre alle multinazionali, ad un tratto una quindicina di uomini entrarono dalla porta, avevano la barba lunga, il viso parzialmente coperto da teli ed indossavano delle tuniche bianche, in mano avevano dei manganelli e delle spranghe di ferro, erano integralisti islamici, li aveva mandati l’imam della moschea del quartiere vicino, forse avevano fatto irruzione senza neanche sapere quello che si diceva in quel posto; quei delinquenti iniziarono ad urlare, dissero che tutti lì dentro erano degli infedeli, uno di loro, il capo, ordinò di distruggere tutto, alcuni iniziarono a strappare le pagine dei libri della piccola biblioteca ma Ruto si oppose, urlò parolacce contro di loro e sputò in faccia al capo, pochi secondi dopo prese una manganellata sulla schiena, il secondo colpo lo colpì alla nuca uccidendolo”.
Una ragazza del gruppo mormorò: “Quell’imam era veramente un uomo violento e vigliacco, si nascondeva dietro una religione per dar sfogo alla sua crudeltà.” Ayanna continuò: “Kamau vide il suo amico cadere, voleva correre da lui ma tre uomini lo bloccarono, iniziarono a prenderlo a calci sulla schiena, sulle costole e sulle gambe, lui riusciva a vedere solo i loro stivali neri che si alzavano e abbassavano come martelli meccanici poi gli integralisti si accanirono su Zahara, forse era la gonna che ai loro occhi era troppo corta, forse era il fatto che una donna parlava in un’assemblea, sta di fatto che iniziarono ad insultarla dicendo che era una prostituta, la donna chiese aiuto a Kamau ma lui era a terra con tre uomini che gli pestavano le costole, non poteva muoversi, non poteva fare niente.” Il silenzio tra i ragazzi è totale, Ayanna con un espressione triste sussurra: “L’hanno gettata a terra e le hanno tagliato la testa con un’accetta mentre Kamau la guardava impotente”.
Il viso di alcuni ragazzi diventa pallido, una ragazza si copre la bocca con la mano, qualcuno tossisce. “Kamau urlò così forte” dice Ayanna “che la gente uscì in strada pensando fosse scoppiata una bomba invece era Kamau che urlava il nome di Zahara mentre la testa della donna che avrebbe sposato pochi giorni dopo rotolava sul pavimento; passarono pochi secondi e gli squadristi si avvicinarono a lui, gli dissero che era amico delle prostitute e mentre due lo tenevano fermo il terzo gli incise il volto con tre tagli ma Kamau non urlò, non sentiva il dolore, era troppo lontano, perso in un punto remoto della sua coscienza, il sangue gli colava sul collo, sulla maglietta, sulle mani ma lui non si accorse di niente”.
Un ragazzo mormora: “Oh povero uomo, ecco perché ha quei segni sul volto, ora capisco perché è così freddo, un’esperienza così traumatica deve averlo segnato anche nel cuore.” Ayanna annuisce con la testa e prosegue: ”In quel momento due uomini che dieci minuti prima erano riusciti a scappare da una finestra tornarono con i fucili, spararono sul soffitto e gli integralisti, impauriti, scapparono mollando i manganelli per terra; Kamau venne portato all’ospedale da due amici, mentre lo portavano fuori dal centro culturale, vicino alla porta, vide il corpo senza vita di Ruto con la bocca aperta, gli occhi fissi sul soffitto e una pozza di sangue intorno alla testa, Kamau urlò di nuovo, un altro urlo disperato e profondo si diffuse per tutta la città.
All’ospedale i medici lo curarono con un farmaco per bloccare l’emoraggia e con venti punti ma sul suo volto gli rimasero tre cicatrici e sul cuore cicatrici più profonde di quelle visibili; le autorità fecero chiudere il centro culturale il giorno dopo, dissero che era pericoloso per l’ordine pubblico, nessuno fu arrestato per la morte di Ruto e Zahara, solo inutili interrogatori inconcludenti, l’imam negò il suo coinvolgimento e le autorità gli credettero.” “È molto probabile che fecero finta di credergli,” la interrompe una ragazza. Alcuni annuiscono. “Parole giuste,” mormorano.
Ayanna fa un cenno di assenso e continua: “Kamau uscì dall’ospedale, i suoi genitori lo abbracciarono ma lui rimase inerte, con le braccia lungo i fianchi e gli occhi fissi al muro; quella sera i fratelli cercarono di stargli vicino, uno gli portò un tè, un altro gli mise una coperta sulle spalle, la sorella più piccola gli chiese di raccontarle una favola ma Kamau li guardò come se non li vedesse; da quel giorno smise di parlare con i familiari e con gli amici, smise di sentire le loro carezze e i loro abbracci, smise di sentire l’amore, l’energia di Pepo”.
Ayanna, con la voce strozzata, termina dicendo: “Mio padre e gli altri ci provarono in tutti i modi, andavano a trovarlo ogni giorno, gli portavano i giornali, gli raccontavano le notizie ma niente, Kamau ascoltava, annuiva, ogni tanto rispondeva con monosillabi, era sempre educato, mai scontroso, ma dentro era spento; un anno dopo si trasferì in un’altra città senza dire dove andava, non salutò nessuno, nessuno seppe più nulla di lui, ha perso l’amore”, commenta Ayanna. “Non sente più l’amore né per gli amici, né per i familiari, né per le donne, è come se dentro di lui qualcosa si fosse rotto il giorno in cui Zahara e Ruto sono morti”.
Tutti sono in silenzio, qualcuno ha gli occhi rossi, un ragazzo con gli occhiali pulisce le lenti con un fazzoletto poi un altro si alza dicendo: “Dobbiamo aiutarlo.” Ayanna lo guarda. “Come?” I giovani decidono di avvicinarsi e di parlagli, è l’unica cosa che possono fare; Kamau è seduto sulla sabbia con le ginocchia al petto e lo sguardo fisso verso l’orizzonte, Ayanna gli si siede accanto, lui non si sposta, non dice niente, non la guarda, un ragazzo prova a parlagli: “Vedo che anche lei ha una collana con la A cerchiata, noi frequentiamo un centro anarchico non lontano da qui, vorremmo che venisse a trovarci”. Kamau lo guarda per qualche secondo. “L’anarchia è roba passata, non mi interessa più”, risponde in modo educato. Ayanna fa un secondo tentativo: “Mio padre dice che l’amore non si uccide, si addormenta ma poi si risveglia” Kamau scoppia a ridere ma è una risata finta, è una risata triste. “Signorina, suo padre non sa niente”, risponde. Subito dopo si alza e se ne va lungo la spiaggia.
Quella notte Kamau non riesce a dormire, si addormenta e si risveglia in continuazione, fuori sente i grilli e i cani che abbaiano in lontananza, le parole di Ayanna gli girano in testa, lui le respinge, pensa che sono parole stupide ma quelle parole tornano, bussano alla porta della sua coscienza come qualcuno che chiede di entrare; Kamau non vuole aprire eppure per la prima volta in trent’anni sente qualcosa nel petto, non è un’emozione intera, è un embrione di emozione, un calore piccolo e lontano poi tutto passa, l’uomo torna a guardare il soffitto con gli occhi vuoti.
Qualche giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Ayanna esce dal centro culturale con una pila di volantini nella sua borsa; dopo pochi minuti sente dei passi alle spalle, si volta e vede che tre malintenzionati con la barba lunga e le tuniche la stanno seguendo. “Ehi” urla il più basso “Cos’è quella robaccia che hai nella borsa?” I tre gli si avvicinano. “Ci mancava un altro elemento come te, dove ci siete voi anarchici c’è casino.” afferma un altro. Quello che era stato in silenzio le si affianca e la spintona. “Togliti dai piedi, moscerino” dice Ayanna mentre afferra l’uomo per un braccio e lo scaraventa contro un muro. Subito gli altri due iniziano a prenderla a pugni in faccia e a calci sulle gambe, quello caduto si rialza, la ragazza prova a difendersi ma viene sopraffatta e cade sull’asfalto.
Kamau per caso passa di li, vede la scena, poi riconosce i capelli raccolti nel fazzoletto rosso, vede che la ragazza in pericolo è quella che gli aveva parlato pochi giorni prima, quella che gli aveva detto le parole che gli erano rimaste impresse nella testa; qualcosa in lui si spezza, non è solo perché ciò che accade gli ricorda la morte di Zahara, anche, ma non solo, è l’ingiustizia; vedere quella ragazza che voleva aiutarlo picchiata senza motivo è ingiusto e Kamau, per la prima volta dopo trent’anni, non resta paralizzato, sente un’energia immensa salirgli dallo stomaco, non è rabbia, è l’energia di Afrodite nel suo aspetto di amore protettivo; Kamau si frappone tra i tre malintenzionati e Ayanna, non dice niente, non pensa, un forte calcio nel sedere colpisce il primo uomo, un pugno sul naso per il secondo e uno nello stomaco per il terzo, uno di loro lo colpisce al volto ma Kamau lo alza di peso prendendolo per il colletto della tunica e lo getta a terra; i tre, presi alla sprovvista, indietreggiano, si guardano e poi scappano.
Ayanna è a terra con qualche graffio, Kamau si china e la aiuta a rialzarsi, la prende per mano, è la prima volta dopo trent’anni che tocca un altro essere umano provando qualcosa; la mano di Ayanna è calda, Kamau sente quella mano come se fosse la prima che tocca in vita sua, il calore sale dal palmo, attraversa il braccio e arriva al petto, l’energia di Afrodite si espande dentro di lui come un fiume in piena; Kamau inizia a piangere lacrime copiose e mentre piange ha una visione, vede Zahara, non è un fantasma, è lei con i suoi occhi color ambra e le sue lunghe trecce, lo guarda sorridendo, apre la bocca e dice: “Amore, finalmente torni a vivere.” La visione svanisce, Kamau si ritrova in strada con Ayanna ma dopo quel pianto i suoi occhi sono cambiati, non sono più spenti, brillano come brillavano trent’anni prima, il suo cuore era addormentato, non era morto.
“Andiamo” dice Kamau “la accompagno a casa.” I due si dirigono verso l’abitazione di Ayanna, è una piccola casetta di pochi locali alla periferia della città, vicino ce ne sono altre simili di colori diversi; la madre di Ayanna apre la porta e vede la figlia e Kamau con dei graffi in faccia, poi vede il simbolo anarchico sulla collana dell’uomo. “Avete trovato degli attaccabrighe, eh?” Poi si rivolge a Kamau. “Entri, un bicchiere di bibita fresca non si rifiuta mai.” Kamau prova a rifiutare: “Non voglio disturbare”. “Non disturba, ci siamo appena trasferiti, tra poco arriverà mio marito, sono sicura che diventeremo amici” ribatte la donna. Kamau entra, si accomoda su una sedia davanti al tavolo della sala da pranzo mentre la signora prepara la bibita con qualche cubetto di ghiaccio; Ayanna sa che tra qualche minuto arriverà suo padre ma non dice niente, aspetta con il cuore che le batte forte.
Si sente il rumore della chiave che gira nella serratura, la porta si apre, entra Kito, ha ancora i capelli lunghi e gli occhiali da sole, ora ha qualche ruga sulla fronte ma è sempre lui, vede Kamau seduto sulla sedia, si blocca sulla porta, le chiavi gli cadono di mano, il respiro rallenta, i due uomini si guardano per la prima volta dopo trent’anni; Kito ha gli occhi lucidi, Kamau sente il petto contrarsi, nello stesso istante dicono: “Kamau, sei tu”. “Kito, sei tu”. Kito fa qualche passo avanti. “Aspetta”, dice con voce tremante, “ho qualcosa per te”. Corre in camera, davanti al letto c’è una scrivania con una lunga pila di diari dove lui, fin da ragazzo, ogni giorno, scrive ciò che gli è capitato durante la giornata, i suoi pensieri oppure ciò che è successo nel mondo; Kito conta fino a trenta, prende quel diario e lo sfoglia fino a trovare la pagina che aveva in mente; quando torna in sala da pranzo le mani gli tremano. “Dopo che ti sei chiuso in te stesso” dice “io e gli altri abbiamo provato di tutto, poi ho scritto queste cose.” Kamau prende il diario tra le mani e legge: «Ruto, Zahara e Kamau: tre eroi che non si sono piegati ai prepotenti.» Sotto c’è un’altra frase scritta con un pennarello, come se Kito l’avesse voluta scolpire nella pagina: «Kamau, uccidere l’amore non si può, l’amore è come un fiume sotterraneo, a volte sparisce ma è sempre lì.»
Kamau chiude il diario, le lacrime gli sgorgano come una fontana, ora con il suo dialogo interiore non dice più che è colpa del Sole, si alza, fa un passo verso Kito e lo abbraccia. “Non sentivo più niente” dice Kamau tra le lacrime. “Non sentivo più l’amore, ci ho provato a ritrovarlo ma non lo sentivo più; chiedo scusa a tutti, a te, agli altri amici, ai miei familiari e a tutti quelli che ho respinto, chiedo scusa per come mi sono comportato.” Kito lo stringe più forte. “No, non devi chiedere scusa, non è colpa tua, non possiamo accendere e spegnere l’amore come si fa con il telecomando della televisione.” I due amici rimangono abbracciati a lungo poi cenano tutti assieme; a tarda sera Kamau torna nel suo appartamento, questa volta con occhi nuovi.
Quando Kamau se n’è andato Kito sfoglia il suo vecchio diario, tra le pagine trova una foto con lui, Ruto, Zahara e Kamau seduti al grande tavolo del centro culturale, tutti e quattro appaiono sorridenti, l’uomo mostra la foto a sua moglie e ad Ayanna, la ragazza la osserva incuriosita. “Sai, papà” dice dopo un po’ “È da poco che mi sono avvicinata all’anarchia ma dentro di me mi sono sempre sentita anarchica, fin da bambina provavo rabbia quando vedevo qualcuno che comandava qualcun altro o persone costrette a chiedere l’elemosina, non so spiegarlo.” Poi continua: “Fino ad oggi mi sentivo invincibile, pensavo di poter battere tutti i prepotenti con la forza ma oggi ho trovato tre tipi che insieme erano più forti di me.” Kito posa la foto sul tavolo, guarda la figlia negli occhi e la accarezza su una guancia. “Il mondo migliore che abbiamo in mente noi” dice lentamente l’uomo “non lo realizzeremo con la forza, i prepotenti sono più forti di noi, hanno i manganelli, hanno le leggi dalla loro parte e in certe parti del mondo per quelli che stanno in basso le leggi valgono meno della carta dove sono scritte.” Ayanna ascolta con il mento appoggiato sulle mani. “Il mondo migliore” continua Kito “lo realizzeremo con le parole, questo mondo è ormai vecchio, è un mondo di padroni e servi, di chi comanda e chi obbedisce, di chi ha tutto e chi non ha niente ma con il passare delle generazioni sempre meno giovani lo sopportano, sempre meno giovani si accontentano dello stile di vita imposto dalla società, di consumare la vita lavorando dalla mattina alla sera, di un piatto di riso e tre locali dove vivere, loro vogliono una vita vera.” Ayanna annuisce.
Quella sera, prima di addormentarsi, la ragazza ripensa alle parole di suo padre, capisce che i pugni non cambiano la struttura sociale, saranno le parole a costruire il mondo futuro, non la violenza; da quel giorno Ayanna nel tempo libero si siede con un computer, un quaderno, una penna e stampa volantini e appunti, poi mostra i suoi scritti ad un’amica laureata in filosofia, l’amica li legge, alza lo sguardo con gli occhi lucidi ed esclama: “Niente male, queste parole potrebbero trasformarsi in un libro, un libro che tocca il cuore della gente”.
Kamau nel frattempo ha ripreso a vivere una vita vera, non è facile, trent’anni di abitudine non si cancellano in una notte, qualche volta si sveglia ancora con la sensazione di vuoto nel cuore ma poi il suo cuore viene riempito dalle parole di Kito, sua moglie, Ayanna e i nuovi amici che riesce a farsi in città; ora sulla spiaggia l’uomo cammina con passo diverso, non tiene la testa bassa, cammina diritto con gli occhi pieni di luce e quando un cane gli corre incontro scodinzolando lui lo accarezza; gli operai, i pescatori e gli studenti si scambiano occhiate stupite.
Una domenica Kamau prende un treno e torna nella città dove è nato per andare a trovare i suoi genitori; sua madre apre la porta e lo vede con gli occhi che brillano, proprio come prima di quel tragico giorno, lui la abbraccia, è un abbraccio vero, caloroso, pieno, la donna piange. “Kamau, sei tornato ad essere il mio Kamau!” urla piena di gioia. Suo padre è seduto su una sedia ad ascoltare la radio, appena vede il figlio si alza di scatto incredulo, Kamau gli corre incontro e lo abbraccia, l’anziano lo accarezza e gli dice: “Kamau, il tuo abbraccio è il più bel regalo che potevi farmi prima che io muoia”.
Kamau resta qualche ora in soggiorno con i genitori poi va nella camera che condivideva con i fratelli, è tutto uguale, tutto in ordine, con le coperte dei letti ben piegate da sua madre; Kamau si inginocchia davanti ad un mobile, infila una mano sotto, cerca qualcosa a tastoni ma non trova nulla; suo padre appare sulla porta con lo sguardo sorridente: “Kamau, stai cercando questa?” L’uomo tiene in mano una statuetta, una piccola scultura, una figura stilizzata con le braccia aperte, il petto rigonfio e lo sguardo rivolto verso l’alto, è Pepo, è quella statuetta che Kamau, poco prima di trasferirsi, aveva strappato dalla mensola, l’aveva gettata a terra, l’aveva presa a calci decine di volte, voleva che si rompesse, voleva che l’energia di Pepo morisse in lui ma incredibilmente non si ruppe, allora con un piede l’aveva tirata sotto il mobile dove ora la stava cercando; Kamau prende la statuetta tra le mani, la stringe al petto e la bacia.
Sono pagano politeista e nella mia visione del mondo l’energia che Afrodite dona a tutti per il semplice fatto che la Dea è presente in ogni cosa è quella sensazione di piacere che proviamo quando baciamo una donna ma anche quando passiamo del tempo con gli amici, quando i nostri familiari ci abbracciano, quando accarezziamo un cane; Afrodite non potrà mai abbandonarci perché è presente dappertutto, noi compresi, nessun dolore, nessuna perdita, nessun tradimento può cancellare Afrodite da noi; quello che può succedere è che nel corso della nostra vita sentiamo questa energia affievolirsi o addirittura scomparire, non sentiamo più l’amore, in questi casi è come se dentro di noi si è chiuso un rubinetto ma l'acqua c'è ancora, pronta a scorrere.
Molte persone, nel loro cammino su questa Terra, si accorgono che il mondo attorno a loro sembra uguale ma dentro di sé è cambiato qualcosa; i gesti affettuosi non scaldano più come prima, le persone che amano gli stanno accanto come sempre ma loro si sentono distanti, è come se un vetro spesso si fosse messo in mezzo tra loro e gli altri; questa sensazione non è una colpa, non significa che sono delle persone cattive o senza cuore, significa che qualcosa ha alterato la loro capacità di sentire.
L’amore, l’energia di Afrodite, può indebolirsi per diversi motivi, tra questi c’è Il blocco da trauma; di fronte ad un dolore troppo grande alcune persone possono decidere inconsapevolmente che amare è pericoloso e che per non soffrire di nuovo bisogna smettere di amare ma non è una decisione volontaria, è un meccanismo di protezione che attivano automaticamente come quando tocchiamo una padella bollente e ritraiamo la mano prima ancora di pensarci.
Questo blocco in un certo senso salva la vita, se il protagonista del racconto che ho scritto mentre era all’ospedale avesse sentito tutto il dolore per intero sarebbe impazzito o sarebbe morto; quel dolore era troppo grande, allora senza che lui decidesse niente, una parte profonda di sé stesso, che possiamo chiamare sé autentico o sorgente, per proteggerlo ha sigillato l’amore in una cassaforte e ha tenuto lui le chiavi; è importante considerare che la sorgente, che è fortissima, ricorda il trauma anche quando la mente vorrebbe dimenticarlo.
Le persone con un blocco da trauma non sentono nulla, neanche la tristezza per non provare nulla, c’è un vuoto totale e la loro mente inizia a giustificare le decisioni del sé autentico, iniziano a raccontarsi delle storie per proteggere il blocco stesso tipo pensare che l’amore è qualcosa per rammolliti, che è roba per persone giovani, che hanno cose più urgenti di cui occuparsi o che tutto sommato la loro vita è bella anche senza l’amore; queste parole sono scudi che la mente gli mette davanti per tenerli lontano dal pericolo.
Il blocco non si può togliere con i pensieri, nel racconto Kamau ha provato a dire “Adesso torno ad amare.” ma non c’è riuscito perché la sorgente non ascolta le parole ed è molto più forte della mente; non si può costringere l’amore ad uscire, si possono invece creare le condizioni che consentono all’amore di uscire da solo, per far questo bisogna tenere in considerazione che il blocco si mantiene perché il sé autentico crede ancora di essere in una situazione di pericolo; per uscire dal blocco queste persone dovrebbero prima sentirsi al sicuro e avvicinarsi all’amore un po' per volta ma dovrebbero eseguire delle azioni, non pensare a come risolvere la situazione con il ragionamento logico, possono ad esempio frequentare posti tranquilli, frequentare amici che non giudicano, per un po' di tempo fare le stesse cose tutti i giorni; per quanto riguarda le azioni che le avvicinano all’amore non bisogna pretendere che si innamorino domani, devono solo iniziare ad accarezzare un cane, scrivere una parola gentile su un biglietto, inviare un sms solidale, i piccoli passi non attivano l'allarme della sorgente e intanto, dentro di loro, il ghiaccio inizia a creparsi.
Per chi sta vivendo un blocco da trauma è importante che le persone che gli stanno attorno non pretendono e non forzano, che continuano a frequentarle e ad amarle perché questo blocco non è una decisione loro, non è una colpa e non è una punizione Divina, è il modo in cui una parte profonda di loro stessi che non possono controllare li ha protetti da un dolore che altrimenti li avrebbe distrutti o uccisi.
L'amore può dissolversi o indebolirsi anche a causa delle ferite, questo avviene se abbiamo amato qualcuno ma poi quelle persone ci hanno ferito con un tradimento, con un abbandono fisico o emotivo, oppure con delle freddezze come indifferenza, rifiuti o silenzi; non serve un singolo evento drammatico, tante piccole delusioni ripetute nel tempo possono attenuare l'amore fino a farlo sembrare scomparso; anche in questa circostanza si può avere la sensazione di non provare più niente per nessuno ma il problema è un po' meno complesso rispetto al blocco da trauma.
In questo caso l'amore non è stato messo in una cassaforte dal sé autentico che detiene la chiave, la nostra mente ha un certo controllo su di esso, l'amore dentro di noi c'è ancora ma è stanco e ferito.
Riguardo ai sintomi, non c'è un vuoto emotivo totale, si sente qualcosa ad esempio tristezza, nostalgia, delusione, diffidenza, paura di amare, è come se stessimo davanti a un fuoco che ci ha bruciati, sappiamo che il fuoco può scaldare ma abbiamo paura di avvicinarci.
Anche in questa situazione creiamo degli scudi che ci proteggono dalla paura di soffrire ancora, questi pensieri sono simili a quelli che ho accennato sopra quando ho parlato del blocco da trauma ma in questo caso non sono costruiti dal sé autentico, è la mente che li crea per cui sono un po' più facili da rimuovere perché lo scudo lo teniamo in mano noi e possiamo decidere di abbassarlo, la cosa positiva è che il dialogo interiore può contribuire in parte a farci ritrovare l'amore.
Per tornare a sentire l’energia di Afrodite è importante evitare di generalizzare, occorre distinguere quelli che ci hanno danneggiati dagli altri quindi evitare di ripetere a noi stessi, col nostro dialogo interiore, che tutti ci fregano, che tutti abbandonano, che nessuno ci ascolta, a riguardo può essere utile visualizzare chi non ci ha mai ferito, anche se non è più tra noi; occorre poi dare una possibilità alle nuove persone che vogliono avvicinarsi a noi; in alcuni casi può essere utile coltivare un tipo di amore diverso da quello che ci ha turbati ad esempio se siamo stati trafitti nell’anima da un familiare possiamo cercare un amore romantico con una donna, se siamo rimasti lesi da una relazione con il partner possiamo cercare nuovi amici, anche a quattro zampe, poi, col tempo, quando il nostro cuore sarà più forte, possiamo gradualmente tornare alla tipologia di amore che ci ha turbati.
L'amore può affievolirsi anche quando ne diamo tanto senza riceverne, quando ascoltiamo senza essere ascoltati, quando siamo sempre disponibili ad offrire il nostro aiuto ma nel momento in cui abbiamo bisogno noi tutti sono impegnati, quando ci preoccupiamo per gli altri senza che nessuno si preoccupi per noi, quando abbracciamo spontaneamente tutti ma nessuno ci abbraccia senza che noi lo chiediamo.
L’amore non è solo dare, è anche ricevere e quando diamo sempre e non riceviamo mai il cuore si addormenta perché è stufo di amare da solo, si prova stanchezza, delusione, solitudine, tutte emozioni che coprono l’amore come una coperta, emozioni che ci fanno pensare che non proviamo più niente per nessuno anche se non è vero, il nostro sentire si è solo affievolito.
Nel caso in cui pensiamo che diamo tanto amore ma non ne riceviamo dovremmo iniziare a chiederci se è una verità assoluta, magari lo riceviamo ma non come vorremmo noi, ad esempio molte persone vorrebbero sentirsi dire ti amo ogni giorno ma questo non succede, ciò non vuol dire che il partner non le ami, magari preferisce dimostrare il suo affetto con un gesto, con un regalo, con un bacio invece che con le parole, ciò che conta è il sentimento.
In alcuni casi però accade veramente che il nostro amore non è ricambiato e qui iniziano i problemi; molte persone crescono con l'idea che amare è un dovere e che amare è dare senza mai chiedere niente in cambio ma l'amore vero, secondo me, è uno scambio, non un dare e avere calcolato ma un movimento reciproco e se per anni una persona ha dato senza ricevere sta vivendo una situazione di squilibrio nei suoi rapporti affettivi; per compensare questo squilibrio dovrebbe iniziare a chiedere, non dovrebbe chiedere grandi cifre di danaro ma piccoli favori come un passaggio in macchina, un aiuto per spostare un oggetto pesante; chi è abituato solo a dare spesso non sa chiedere perché dire grazie gli sembra una debolezza, chiedere un favore gli sembra un peso per gli altri ma non lo è.
In alcuni casi è opportuno allontanarsi dalle persone che pretendono senza voler mai ricambiare soprattutto quando sono emotivamente assenti.
Un altro fattore che affievolisce l'amore è lo stile di vita disumano imposto dalla società, viviamo in un mondo che ci vuole produttivi ed efficienti, siamo costretti a dedicare dodici o quattordici ore al giorno al lavoro e quando torniamo a casa guardiamo uno schermo e ci addormentiamo, poi, il giorno dopo, ci svegliamo e ricominciamo da capo; non è colpa nostra, è il sistema che disegna le nostre giornate in modo che non resti spazio per l'abbraccio che dura, per lo sguardo che si posa.
In alcuni momenti della nostra vita abbiamo la sensazione che il mondo in cui viviamo ci sta prosciugando lentamente giorno dopo giorno, il fuoco che alimenta l'amore, piano piano, lo sentiamo indebolirsi ma questo non succede perché non vogliamo tenerlo acceso, accade perché mancano le condizioni per farlo.
Per tornare a sentire brillare l'amore nella società in cui viviamo non possiamo cambiare il mondo da un giorno all'altro da soli ma possiamo rubare piccoli pezzi di tempo al sistema; al mattino, durante la pausa pranzo e di sera possiamo spegnere computer, telefoni, televisione e radio per dedicare una mezz'ora, se è possibile anche di più, ad essere presenti, a fare qualcosa di umano, possiamo ad esempio condividere del tempo con gli amici, scrivere una poesia per una donna, fare una passeggiata romantica mentre si osserva la Luna, lasciare dei semi sul balcone per gli uccelli, cenare assieme alla famiglia invece che in compagnia dello smartphone.
I dispositivi elettronici non sono il nemico ma quando diventano gli unici compagni delle nostre giornate l'amore non ha spazio; è il corpo che ci connette, non sono gli schermi, mi rendo conto che in quest’era digitale le parole che ho scritto possono sembrare assurde ma è così, il contatto fisico è nutrimento per l'amore, occorre tornare a baciare con la bocca e ad abbracciare con le mani invece che con le faccine sui social; più tempo passiamo nel mondo fisico più l'amore riacquista forza perché l'amore vero si fa con la pelle, con il respiro, con la presenza.
Ho voluto raccontare questa storia perché in essa riconosco un frammento della mia stessa esistenza; anche a me è capitato, in certi periodi della vita, di sentire l'energia di Afrodite affievolirsi, non si è mai spenta del tutto come invece accadde al protagonista del racconto ma si è fatta lieve, quasi impercettibile.
Eppure, mentre il calore dell'amore diminuiva, qualcosa di inaspettato accadeva: le energie di Polimnia e Apollo crescevano dentro di me, i versi che componevo, le liriche che scrivevo nelle serate passate sotto la Luna, i testi delle canzoni che intonavo durante le festività pagane, tutto sembrava migliore, più intenso, più vero.
Alcuni mi direbbero che forse era l'amore che, non potendo esprimersi attraverso il contatto con gli altri, trovava una via diversa per manifestarsi; l'energia di Afrodite, quella che ci fa vibrare quando abbracciamo un amico o quando i nostri occhi incontrano quelli di chi amiamo si era trasformata, aveva cambiato canale, si era nascosta nelle parole e nella musica che nasce dal respiro, aveva indossato un abito diverso, quello che la mia anima, in quei momenti, era in grado di accogliere.