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"Se mi cerchi, cercami nei silenzi. Dove non scrivo, dove non parlo. Dove non rispondo, ma resto."
"May the Mother Goddess thrice close her eyes for you…
keeping your blood eternally pulsing…
May your journey be forever peaceful and your schemes forever concealed.
Our paths will cross again beneath Kakava’s shimmering auroras.
Farewell, Kakavasha.”
C'è stato un pomeriggio in cui tua madre ti ha pettinato i capelli, e nessuno dei due sapeva che era l'ultima.
C'è stata una sera in cui ti sei addormentato con la testa sulla spalla di tuo padre, mentre ascoltavi quel respiro lento, che sapeva di stanchezza. Lo stavi sentendo per l'ultima volta senza saperlo.
C'è stato un compleanno in cui hai spento le candeline circondato da facce che oggi non si parlano più, e ridevate tutti insieme per l'ultima volta, senza nessuno che alzasse il bicchiere a fermare quel minuto.
C'è stato un viaggio in automobile con il finestrino abbassato, una canzone alla radio, e accanto a te c'era una persona che adesso non risponde più al telefono. Quella canzone, ogni tanto, l'ascolti ancora dentro l'auto, anche se i finestrini sono chiusi perché c'è la climatizzazione.
C'è stato un letto in cui ti sei svegliato abbracciato a qualcuno per l'ultima volta, e quella mattina hai pensato solo che era tardi, che dovevi correre.
C'è stato un nonno che ti ha raccontato una storia che avevi già sentito mille volte, e tu hai fatto finta di ascoltare guardandolo e sbuffando dentro di te. Era l'ultima volta che te la raccontava. Adesso pagheresti per risentirla, parola per parola, anche quella parte noiosa che saltavi sempre.
C'è stato un pranzo della domenica con tutti seduti intorno al tavolo, le voci sovrapposte, qualcuno che si complimentava per come era cucinato il cibo. Era l'ultima domenica che eravate tutti vivi, tutti insieme, tutti ancora capaci di volersi bene male.
E poi c'è una cosa che non ti dicono mai.
Che mentre leggi queste righe, in questo preciso momento, stai vivendo l'ultima volta di qualcosa. Non sai cosa. Forse è l'ultima volta che saluti qualcuno che non rivedrai più. Forse è l'ultima volta che una certa persona ti scrive buongiorno. Forse è l'ultima volta che il tuo cane ti aspetta dietro la porta.
La vita non ci avvisa quando qualcosa non accadrà più. Quel qualcosa non accadrà più e basta, in silenzio, mentre noi siamo distratti a lamentarci della vita stessa.
L'unica cosa che possiamo fare è alzare gli occhi adesso. Guardare chi ci sta intorno. E trattare ogni gesto ordinario come se qualcuno, tra qualche anno, fosse disposto a dare tutto quello che ha per riviverlo una volta sola.
“Quando ci lasciavamo, non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove.”
Cesare Pavese, “L'estate” in “Feria d'agosto”.

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C è sempre una parte di lei in ogni luogo che vado.
Un treno,una piazza,un piccolo borgo,un sorriso spontaneo causato da un pensiero fugace.
Un fermo immagine mentale,un attimo che annulla il tempo e ti catapulta in una realtà parallela.
Ah Il potere dei ricordi…
Focaccia messinese: tradizionale, con salame piccante, con zucchine, mortadella e pistacchi, con le patate
LA FOCACCIA DI PINA (racconto affamato)
“ se dobbiamo prendere la focaccia, dobbiamo andare al Borgo Vecchio, a Giampileri!” “e perché? - chiese stupito Saverio – non è meglio da “La Norma”’” “Nooh: “La Norma” ha chiuso quest’inverno. – fece sicuro Andrea - Il padrone ha venduto tutto e ha chiuso. Se vogliamo mangiare una focaccia decente l’unico posto è al Borgo! Fidati” “E’ vero! – confermò Vittorio detto Tromba - A pasquetta eravamo passati da La Norma a prendere la focaccia ma lo abbiamo trovato chiuso!” Saverio fece la faccia seria ”Ecco un pezzo della nostra gioventù che scompare!” “Esagerato! e che siamo già pronti alla fossa?” Gli fece Andrea mentre tutti e tre si grattarono gli attributi. Salirono sulla vecchia Panda che la zia di Vittorio detto Tromba, gli imprestava ogni volta che doveva andare a suonare con la banda del paese. Anche quella sera aveva suonato a Savoca e come sempre, i suoi amici d’infanzia Saverio e Andrea, gli erano andati dietro nella speranza di trovare qualche fimmina tanto disperata da mettersi con loro per una ricottiata. Ora la serata era finita e mentre il sindaco del paese ringraziava chi aveva partecipato alla festa e chi gli aveva dato i soldi per farla, i tre, vista la malaparata dal punto di vista femminile, aveva deciso di lasciare il cocuzzolo di Savoca e di scendersene verso la costa in direzione di casa. Per strada commentarono la festa che, per campanilismo, giudicarono fiacca, vista anche la rappresentanza femminile che, per immeritata sopravalutazione personale, giudicarono deludente. Arrivarono di fronte alla focacceria e toccò a Saverio scendere per ordinare la focaccia per il semplice motivo che essendo l’unico che aveva una specie di stipendio fisso, era l’unico che poteva pagare.
Entrò in un negozio che faceva angolo sulla strada che dalla piccola piazza saliva verso l’interno. La stanza era piena di persone disposte tutte dritte in piedi davanti ad un bancone in vetro dove erano esposti arancini e pitoni. Dietro l’alto bancone vi erano una porta ed una finestra che dava sui forni e la friggitoria, ma non vi era nessuno che servisse. Sull’estremità opposta all’ingresso, alla fine del bancone, vi era una cassa dietro cui stava dritto in piedi un omone grande e grosso che stava osservando il cellulare. Si diresse verso di lui “Dovrei ordinare della focaccia” “Che tipo?” “settecento di tradizionale settecento alla norma e settecento con le patatine” “a che nome?” “Saverio” L’uomo finì di scrivere e poi gridò verso la finestra “Comanda Saverio, Pina vieni a prenderla” E appoggiò sul bordo della finestra la comanda che subito, una mano con le vene che ben risaltavano e le dita robuste prese e fece scomparire. Saverio aspettò che qualcuno uscisse, ma non vedendo nessuno, si mise in fondo alla folla di persone che stavano aspettando. Malgrado il numero di persone, regnava il silenzio come se fossero tutti nella sala d’attesa del medico. Se qualcuno doveva parlare per chiedere o per salutare, lo faceva sotto voce come per non disturbare.
D’improvviso la porta dietro il bancone si aprì e due enormi vassoi pieni focaccia apparvero portate con sicurezza da una figura alta e muscolosa. Quando la figura chiamò con una voce ferma e squillante il proprietario della focaccia, Saverio capì che quel colosso dalle forti braccia e dalle larghe spalle, era una donna, anzi una ragazza. I suoi capelli neri e lunghi scendevano in una enorme coda di cavallo dietro di lei e le sue braccia allargate a tenere i vassoi mostravano in bella evidenza, gonfi e potenti, tutti i muscoli che avevano. Il torace era largo sulle spalle e scendeva fino ai fianchi piccoli e stretti sotto di cui un pantalone elastico, su cui i glutei risaltavano perfettamente disegnati così come i muscoli delle cosce e delle gambe. Sui glutei erano concentrati tutti gli sguardi dei maschi presenti in un silenzio riverente simile a quello di quando il prete alzava il cielo l’ostia Santa durante la messa.
“Briguglio, paga quattro chili! Lo vuole il pepe?” Un vecchietto disse di si e si diresse con una banconota verso la casa. La ragazza prese un enorme coltello rettangolare con la lama alta una decina di centimetri e con colpi ritmici, precisi e una potenza forse esagerata , ridusse in piccoli rettangoli le grandi focacce. Poi con abilità avvolse le grandi guantiere che contenevano in modo ordinato la focaccia, con enormi fogli di carta e presa la mannaia che muoveva come se fosse un coltellino, rapidamente con due colpi precisi, fece due tagli sulla sommità della carta che avvolgeva le guantiere per far uscire il vapore. Passò quindi tutto al vecchietto che stava finendo seppellito sotto il carico troppo grande per essere gestito facilmente. Per fortuna qualcuno l’aiutò e riuscì a liberare il fronte del bancone. Fu allora che Saverio vide Pina in tutta la sua muscolare abbondanza. Aveva gli stessi muscoli, nella stessa forma e dimensione di Conan il Barbaro e John Cena, ma apparivano addolciti dalla grazia femminile con cui si muoveva. Il volto poi era quello di una bambina tondo, con due sopracciglia spesse e curate che si assottigliavano verso le tempie, un naso piccolo e due occhi scurissi, vivaci e inquieti che osservavano tutto e tutti. Le labbra erano sottili, senza rossetto ma risaltavano lo stesso sulla carnagione bianca e pulita del volto. A vederla così, con la maglietta bianca attillata dove seno e muscoli risaltavano ognuno per le sue forme abbondanti, e i pantaloni attillatissimi che in altri posti e situazioni avrebbero già fatto partire risolini, commenti, allusioni, battute di cui i siciliani sono generosi creatori. L'abile uso della mannaia e la non celata forte personalità della ragazza, zittivano comunque i presenti che seguivano i movimenti della donna nel più rispettoso e irreale silenzio. Con un gesto armonico e risoluto, Pina pulì con la lama del coltello il bancone dalle briciole rimaste e gridò “Il prossimo … il signor Calò per favore” E sul davanzale della finestra apparve una tavola con diversi tipi di focaccia mentre un altro vecchietto alto e magro avanzò verso il bancone con un dito magrissimo e tremante alzato.
Visto l’alto numero di persone Saverio usci “Ragazzi, ma dentro c’è Swartznegher che distribuisce la pizza” “Ah si, Pina. Hai visto che fimmina? Quella se prende a uno tra le mani non gli fa dire neanche “Cristo aiutami: l’ho vista io alzare senza troppo sforzo ottanta chili da sdraiata!” fece Andrea “Lo sai che si è lasciata con il suo allenatore? Lo ha scoperto che aveva una tresca con una che frequentava la palestra e non ti dico che casino ne è venuto fuori. Per lei era come Dio in terra: è lui che l’ha fatta diventare com’è e ora lei non ha neanche una palestra dove andare” commentò Vittorio “E ora che fa? Si può mettere solo con un Body Builder come lei: chi la vuole a quel mostro che se sbagli a parlare con una moffa ti fa girari peggiu i nu paloggio” fece Andrea “Ma perché si deve prendere uno come lei, si può mettere anche uno normale” osservò Saverio “Si, nu menzu ricchiuni chi inveci i liccari i minni ci piaci licccari i musculi” aggiunse Vittorio detto Tromba e scoppiò a ridere. Saverio non volle commentare e rientrò per vedere se era già il suo turno. Per fortuna la fila si era assottigliata e sentì chiamare il suo nome “Saverio!!!” gridò la ragazza Ma lui era già davanti a lei e la guardava “Ecco qua – disse lei passandogli la focaccia – buon appetito” Lui la guardò e notò per la prima volta il suo sorriso largo, luminoso e dolcissimo.
“Ecco, nella mia vita, sono stato felice solo tre volte: Il quattro luglio del duemila e sei al centodiciannovesimo minuto della partita Italia Germania, quando Grosso segnò il primo goal! Io già pensavo che avremmo perso ed ecco il goal e la vittoria della Coppa del Mondo. La seconda volta che mi sono sentito veramente felice è stato alle diciotto e trenta del sedici agosto del duemila e dieci, quando avevo dieci anni. Eravamo ad una festa di compleanno e avevamo organizzato una partita di moscacieca con i miei compagni di classe. Io ero bendato e nel cercare i miei compagni tocco le tette di Ivana e gliele stringo. Quelle tette me le sognavo di notte e pensavo alle cose più strane: stringerle è stato come fare l’amore la prima volta. L’ultima volta che sono stato felice è stato l’otto settembre del duemila e diciotto, alle quattordici e trenta, quando in occasione del mio diciottesimo, il nonno mi regalò la sua mitica vespa cinquanta originale degli anni sessanta che aveva fatto restaurare proprio per me. Pensavo di essere stato già abbastanza fortunato con ben tre occasioni di vera, pura felicità. Ma quando lei mi ha sorriso, tutta la felicità che avevo provato prima, anche se messa insieme ed elevata alla terza, non era neanche la minima parte di quello che dentro di me stavo provando. Il suo volto era quello di una bambina e di una donna matura, era nello stesso tempo, una dea della guerra con le ali di una colomba. Non era un sorriso, ma un Big Bang che distruggeva tutto quello che fino a quel momento erano stati i miei sentimenti e creava un universo nuovo e inatteso. Non avevo avuto grandi storie amoroso. Non riuscivo a capire cosa voleva la mia fiamma del momento. Troppe complicazioni, troppe personalità labirintiche, labbra insipide, sentimenti asfissianti. Per questo avevo lasciato perdere, rinunciato a dover amare ad ogni costo. Questo mi dava serenità e indipendenza. Ma quella sera, quando quel sorriso mi apparve davanti, tutti i muri che avevo costruito intorno a me per starmene in santa pace, crollarono. Da quel momento lei fu ogni mio respiro”
“Grazie … Ciao” Le rispose, ma Saverio invece di uscire, restò li a guardarla. Lei si faceva vedere impegnata ma anche lei era rimasta dov’era e senza farsene accorgere, lo guardava
“Non riuscivo a non guardarlo. Mi sembrava strano. Aveva lo sguardo di Harry Styles e il sorriso di Justin Biber. Aveva qualcosa di noto e nello stesso tempo di sconosciuto. Non volevo che se ne andasse e nello stesso tempo mi vergognavo di questo pensiero e non vedevo l’ora che uscisse. Per un momento, tutto il male che mi aveva fatto quello stronzo del mio ex, scomparve. C’era lui e quello che provavo in quel momento, era una specie di disorientamento, un dolore sottile, ma dolcissimo. Mi dicevo, lascia stare, hai appena finito di soffrire, che vuoi fare? Un'altra cazzata? Ma pregavo che non uscisse, che mi guardasse ancora, che sorridesse. Un sentimento è più forte della paura che ci fa provare, per questo d’improvviso, dopo giorni di lacrime nere, di rabbia e vergogna, lo cacciavo con gli occhi, ma nello stesso tempo speravo, desideravo, volevo che lui restasse li di fronte a me, senza sapere perché, senza capire il motivo della tempesta che aveva fatto nascere nella mia anima ancora ferita.”
Una signora con una enorme collana di plastica azzurra si avvicinò lamentandosi per l’attesa e finalmente Saverio ripeté un altro “Ciao” frettoloso e andò a pagare uscendo velocemente. Mangiarono la focaccia in riva al mare sotto ad una luna enorme che a Saverio ricordava il sorriso di Pina. Il giorno dopo Saverio si svegliò dopo che aveva fatto sogni che lo avevano agitato ma che non ricordava. Pensò che doveva rivedere Pina ma non capiva il legame con i sogni fatti e dimenticati. Non sapeva perché dovesse rivederla ad ogni costo, ma si era fatto la convinzione che non poteva fare differentemente, quasi che volesse sincerarsi di quello che aveva visto il giorno prima. Andò a lavorare con la mente altrove e questo lo aiutò ad affrontare la lunga fila di clienti che entravano e uscivano dal negozio di assistenza ai computer e telefonini in cui lavorava. Più i clienti cercavano di spiegargli quale era il problema dell’apparecchio che non funzionava, più lui pensava a Pina e cosa poteva fare per parlarle. Alle otto di sera, finito l’orario di lavoro, prese la macchina ed andò alla focacceria di Pina senza avere ben chiaro come approcciarla.
Quando arrivò vi erano solo pochi avventori che Pina stava servendo velocemente facendo andare la sua mannaia avanti e indietro lungo enormi rettangoli di focaccia alla Norma, Tradizionale o con la mortadella e pistacchio. Anche il posto alla cassa dove stanziava il suo enorme genitore era vuoto, segno che non sarebbero venuti molti altri clienti. Aspetto che il negozio si svuotasse ed infine entrò. Lei era di spalle e stava scrivendo un’ordinazione. Osservò la lunga coda di cavallo e le larghe spalle che si stringevano scendendo fino agli stretti fianchi e al sedere che gli sembrava scolpito nel marmo. Lei si voltò di colpo mentre lui aveva gli occhi fissi sul suo di dietro. Resto un istante ferma a guardarlo, sorpresa e contenta, riprese subito la maschera con cui nascondeva i suoi pensieri e gli chiese “Ah, ciao, vuoi qualcosa?” Saverio sorrise; gli sembrò che la sua giornata iniziasse in quel momento, che era rimasto lì da ieri a guardarla “Un pitone tradizionale fritto con acciughe” Rispose lentamente, stordito dal suo profumo sottile e dolce “Va bene … Saverio … vero?” Fece cenno di si. Pina, compilata la comanda, la passò a qualcuno dietro la finestra e si girò subito, osservando ogni suo dettaglio, il taglio dei capelli, la maglietta dei Nirvana, i jeans appena consunti. “Vuoi altro?” Saverio la guardò “Volevo chiederti se volevi uscire una sera con me. Andiamo da qualche parte a bere qualcosa o a ballare se vuoi. Volevo parlare un po’ con te per conoscerci meglio” Lei sorrise con malizia “ e perché dovrei uscire con te?” “Per conoscerci, per scambiare quattro chiacchere, perché ti vedo sempre pensierosa e seria e mi sono detto che dovevo fare qualcosa per farti sorridere. Perché è tutto il giorno che ti penso e vorrei capire perché, e per mille altri motivi che ora non so spiegarti ma che se mi dai un minuto posso chiarirti.” Lo guardò stupita. L’unica cosa che le era rimasta in testa era che per tutto il giorno l’aveva pensata. Questo le fece mancare il fiato come le avesse letto nell’anima i suoi pensieri più profondi “Comanda Saverio” Gridò qualcuno da dietro la finestra e Pina si girò a prendere il pitone avvolto in un tovagliolo di carta e adagiato su una piccola guantiera. Lo prese e lo mise sul bancone guardando Saverio senza sapere cosa dire. “Lo so che è una richiesta strana e fatta in modo anormale, ma per favore pensaci, io sono qui fuori fino alla chiusura, se la cosa ti va bene fammelo sapere.” Prese il pitone e sorridendo se ne usci andandosene a sedere in una panchina posta dall’altra parte della strada di fronte al negozio. Si sedette e si mise a mangiare con gusto il pitone osservandola da lontano. Lei lo guardò seduto sulla panchina, poi prese il suo lungo coltello e con la faccia seria pulì nervosamente il bancone.
“Sapevo che l’avrei rivisto, ne ero certa! Mi aveva guardato in un modo troppo strano il giorno prima, ma pensavo che sarebbe venuto sabato sera, quando c’era più gente, nascondendosi nella confusione. Invece è venuto direttamente a cercarmi, non ha saputo aspettare. Ha detto che mi ha pensato: perché?
Nessuno mi ha mai invitato ad uscire con lui, a conoscerci. Quell’altro non mi ha chiesto mai niente, mi ha preso una sera negli spogliatoi della palestra, dicendomi che era venuto il momento di diventare donna, ficcandomi una mano tra le gambe e la lingua in gola con il suo alito acido. Io non avevo esperienza e non sapevo cosa fare, ma era il mio Coach, l’avevo conosciuto che ero una ragazza rachitica, insicura e chiusa in me stessa e tra integratori ed esercizi mi aveva fatta diventare una donna perfetta e ben proporzionata. Pensavo che gli dovevo tutto. Quando mi portava con gli altri allievi a fare una esibizione, la gente ammirava in silenzio l’armonia del mio corpo mentre mi muovevo lentamente gonfiando e mostrando i miei muscoli. Sentivo i loro sguardi su di me, sulla mia pelle: in quel momento ero il centro del mondo. Quell’essere ammirata, dopo esser stata compatita, mi rendeva felice. E tutto succedeva perché lui mi allenava, mi guidava. Tutti dicevano che dovevo essergli riconoscente, lui per primo me lo ricordava sempre prima di prendersi le libertà che voleva. Allora, all’inizio, ne ero anche innamorata, ma dopo, dopo è stata tutta una sequenza di abusi che io pensavo amore ma che erano il suo contrario. L’amore muore se bisogna solo subirlo ed io ero arrivata a vergognarmi di tutta quella situazione in cui ero una cosa tra le sue mani, un giocattolo per le sue voglie. Non bisogna dire sempre di si perché si perde il rispetto di tutti. A me sembrava un dovere dire sempre di si e fare quello che voleva anche se non vi trovavo piacere. Ha detto che mi ha pensato tutto il giorno, ha detto proprio così, ma anch’io l’ho pensato, mi chiedevo dov’era, cosa faceva …
Lo so, ora che ho cacciato via quello stronzo, è facile dire che tutta la storia era insana e che avrei dovuto avere il coraggio di finirla prima o di non iniziarla denunciandolo dopo che mi aveva rubato la mia adolescenza, ma allora avevo paura, paura di tutto, di cosa avrebbe fatto lui, di quello che i miei avrebbero detto perché alla fine ero sola e nessuno riusciva a capire quello che soffrivo e che subivo. No, nessuno, prima di quella sera in palestra, mi aveva chiesto di uscire ed adesso nessuno me lo chiede perché sono troppo diversa da quel tipo di ragazza con cui si vuole stare. Sono tanto diversa che faccio paura ai maschi perché sono come loro anzi più forte e questo non lo possono accettare fissati con quella loro mentalità da branco dove il forte deve comandare. Lui però mi ha chiesto di uscire, così, semplicemente e già sapevo che lo avrebbe fatto, ma è una situazione tanto strana che non mi sono preparata e forse non era neanche giusto farlo. È già quasi orario di chiusura. Devo fare qualcosa. Non mi sento pronta. Devo fare come con i pesi. Prima provare piano piano, con un piccolo strappo e poi, una volta sicura di poterli sollevare, prendere coraggio e portarli in alto. Devo fare così, tornare a vivere, diventare finalmente padrona della mia vita”.
Prese un pezzo di focaccia con la mortadella e la tagliò in quattro pezzi, si levò il grembiule e gridò a chi era dall’altra parte della finestra che usciva un minuto. Prese il vassoio con la focaccia, due birre e usci, andando verso Saverio. “Avrai fame, sono ore che stai seduto qui” gli disse una volta raggiunta la panchina. Si sedette accanto a lui mettendo tra di loro la focaccia. Mise una bottiglia con il tappo sul bordo di ferro della panchina e con un semplice colpo del palmo della mano l’aprì passandola a Saverio che stava divorando la focaccia. “Mi hai mai visto esibirmi?” “No, ma mi piacerebbe” rispose con la bocca piena. Lei prese il telefonino, cercò un video e glielo fece vedere. “Qui siamo a Letojanni, era una esibizione della palestra. Qui mostro i muscoli delle braccia, ora ho migliorato molto con il flessore e deltoide ma devo lavorare sul bicipite. Qui mostro la schiena, era il mio pezzo forte ora ho perso un po' di tono” “A me sembra bellissima” “Perché non ne capisci niente” “Sono muscoli, anch’io ho gli stessi muscoli anche se più piccoli. I tuoi sono più belli perché sembri scolpita nel marmo, ma per me i tuoi occhi, il tuo sorriso, sono belli tanto quanto o di più dei tuoi muscoli” Lei sorrise, la risposta le era piaciuta.
“Così questi miei muscoli che possono sollevare anche ottanta chili, per te non valgono niente?” “Sono bellissimi, hai una figura stupenda che mi piace perché è la prova che ti sei sacrificata per raggiungere una forma elegante. Armoniosa. La bellezza è l’impronta di Dio e bisogna sempre rispettarla. Ma quando l’altro giorno ti ho visto dietro il bancone, sono stato improvvisamente e stranamente felice, non per i tuoi muscoli o per il resto. Ma perché eri li di fronte a me e mi sentivo felice senza sapere perché o come mai. E’ per questo che voglio uscire con te, per capire” Lei lo fisso in silenzio e alla fine chiese “sono la prima ragazza a cui chiedi di uscire vero?” “Si – risposte dopo qualche esitazione – e non ho voglia di chiederlo ad altre” Pina sorrise “Io sono strana, ma anche tu lo sei” “due strani fanno una persona giusta, per questo dobbiamo conoscerci meglio, dobbiamo trovare il nostro equilibrio, insieme” Prese la guantiera ormai vuota e la buttò nel cestino accanto alla panchina e si avvicinò occupando il posto che prima era della focaccia alla mortadella. La guardò dritta negli occhi “Poi non sei strana, sei Pina e come Pina sei unica - Fu la volta di lei sorridere. Saverio si sentì imbarazzato da quel sorriso bellissimo e cercò di cambiare argomento - Comunque, la focaccia era buonissima: quella con la mortadella e pistacchi è la mia preferita” Fu lei a sorridere questa volta “lo sapevo già” Gli rispose, come sapeva già quale era la sua musica preferita, la squadra di calcio per cui tifava e tutto quello che lo riguardava perché lei sarebbe stata la sua prima ed unica donna, l’unica che avrebbe amato e difeso, protetto e subito. Il passato era passato, non esisteva più e il futuro, tutto il futuro dell’universo doveva ancora arrivare, ma stava già iniziando in quell’istante, in quel momento con lui. Più tardi quando l’insegna della focacceria si spense e per strada ormai non c’era nessuno, la sagoma enorme del padre di Pina apparve sulla porta del negozio a cercare, tra le ombre della piazza, sua figlia. La vide sulla banchina di fronte che parlava con un ragazzo e, cosa strana ultimamente, stava ridendo.
Il Laboratorio
È fuori dal cancello della scuola: è chiusa perché le lezioni sono finite da qualche giorno. È indecisa: “Gli scrivo un messaggio? Lo chiamo? O suono il campanello?”. Le aveva detto che si potevano vedere lì, tanto non c’era nessuno. “Sì, ma perché dovrei venire davanti a una scuola se non ci lavoro e non ho figli?” gli aveva chiesto. “Per me” le aveva risposto. Semplice e diretto.
Avvicina l’indice al campanello proprio mentre lui si affaccia da una delle finestre al primo piano: “Hey! Sei puntuale.” “Butti la treccia Rapunzel o mi apri?” chiede lei sorridendogli. Lui si scioglie i capelli: “Non sono ancora abbastanza lunghi. Scendo!”. Le apre il cancello e la aspetta sul portone. La abbraccia, la solleva e le dice all’orecchio: “Benvenuta”.
Sono nell’atrio della scuola dove lui lavora: è silenzioso, colorato e c’è l’eco dei loro passi. La prende per mano e le fa fare una visita guidata: “Alle pareti puoi vedere i primi lavori di futuri artisti famosi: prendi questo disegno di Carolina” le dice indicando un foglio di carta ruvida dove è raffigurato un semplice paesaggio rurale con un mulino ad acqua, un cavallo, un granaio rosso e: “Ma quella in alto che oscura il sole, è un’astronave?” gli chiede lei con un filo di stupore nella voce. “Certo, cosa altro dovrebbe essere? Gli alieni non possono atterrare in città: non c’è parcheggio. Devono per forza arrivare qui in campagna e farsi dare un passaggio.” Le dice lui. “Ma perché dovrebbero voler andare in città? Io mi fermerei lì: è tranquillo e c’è un cavallo.”
Lui la guarda, le sorride e le dà un bacio sulle labbra: “Ero così emozionato che ho scordato di baciarti.” Lei arrossisce. “Quindi ti piacerebbe andare in un posto così? Isolato e silenzioso, nel mezzo del nulla?” “Per qualche giorno sì, ma mi annoierei velocemente.” “Non se ci fossi anche io”.
Mentre camminano per il corridoio commentano altri disegni: “La preside ha iscritto l’intera scuola a un concorso a tema “Alieni” è per questo che vedi tante astronavi” le dice “ci sono anche dei racconti: alcuni divertenti, altri catastrofici, tutti molto coinvolgenti”.
Lei lo ascolta parlare con quella voce profonda e melodiosa che l’ha stregata. “Vieni, ti porto a vedere la mia parte preferita della scuola”.
Camminano ancora per corridoi con attaccapanni a misura di bambini e arrivano davanti a un portone con delle note musicali appiccicate sopra.
“Il laboratorio di musica!” esclama lei “Non esisteva quando andavo io a scuola”. Si guardano sorridendo ed entrano: archi, chitarre e bassi sono appesi alla parete laterale, su ogni banco c’è una pianola e le percussioni sono in fondo all’aula, la parete frontale è una lavagna su cui è disegnato il pentagramma più grande che lei abbia mai visto.
“Io avevo solo il flauto dolce da suonare” dice lei ammirando l’aula. “Se apri il cassetto in alto di quel mobile lì, vicino alla lavagna, ne trovi qualcuno se proprio ti manca” le risponde lui. Lei gli fa una linguaccia e si dirige verso le percussioni.
“Posso sedermi alla batteria?” Gli chiede. “Solo se ti fai fare una foto”.
Si siede, si sistema i capelli, sbottona un po’ la camicetta bianca, tira su il colletto e impugna le bacchette: “Così sono più rock’n’roll” gli dice e gli fa l’occhiolino. Lui le scatta qualche foto con il cellulare e poi si avvicina per mostrargliele. Rimane in piedi dietro di lei e si china abbracciandola: “Questa sarà la copertina del prossimo disco” le dice facendole vedere lo scatto in cui è di profilo e i capelli disegnano un arco rosso che sembra continuare con le bacchette.
Lei sente il suo profumo di pulito e gli dà un bacio sul collo. Lui appoggia il cellulare sulla gran cassa, gira lo sgabello dove è seduta, si inginocchia e la guarda dritta negli occhi: “Sei bellissima” la accarezza con l’indice, parte dallo zigomo e scende, arriva alla clavicola e vede tutti i brividini sulla sua pelle morbida. Lei gli avvicina la bocca all’orecchio e gli sussurra che adora essere sfiorata così e lo bacia. È un bacio morbido e dolce, ma veloce perché poco dopo lui si stacca e la solleva, le prende la mano e la guida verso una porta.
“Vieni: è la vecchia aula, la uso ogni tanto come rifugio.” Ci sono dei poster alle pareti sopra i pannelli insonorizzanti, un divano rosso e un basso. Si chiudono la porta alle spalle, si guardano e si baciano ancora. Le mani di lui percorrono tutto il corpo di lei: sono leggere ma decise. Lei lo spinge adagio sul divano, lo fa sedere e gli dice che ha una sorpresa per lui. Gli chiede di mettersi comodo e lui si toglie la maglietta. Rimane coi jeans. “Sei irresistibile così” gli dice lei. "Ora guardami” gli ordina e comincia a spogliarsi piano: si toglie la camicetta, ha un reggiseno a balconcino bianco da cui spunta il capezzolo sinistro. Lui sorride a quella vista. Lei si toglie la cintura dei pantaloncini e li sbottona, li abbassa piano e poi li sfila: non indossa le mutandine. Rimane davanti a lui in reggiseno e sandali con il tacco. Lui è estasiato e le mette le mani sui fianchi: “Sono così dolci queste curve” le dice baciandole il ventre. “Non hai ancora visto la sorpresa” gli dice lei accomodandosi a calvacioni sopra di lui con i seni tondi proprio lì vicino alla sua bocca. Lui le toglie il balconcino e la ammira nuda e morbida, le tocca i capezzoli coi pollici. Lei lo guarda con aria impertinente e si rialza, si gira di schiena e gli mostra quel sedere tondo che lui adora, si china in avanti e con le mani apre un po’ le natiche: “hai un plug!” esclama lui vedendo un brillante rosso.