lo non so più nulla di me. Vorrei andarmene a piangere lontano, sotto un ulivo, come Gesù nell'orto, piangere in fin che le mie lacrime giungessero a bagnarmi i piedi, e vorrei poi sorridere agli angioli che non si vedono, che ci sono e ci vedono, vorrei parlare agli alberetti e alle stelle che, però non potrebbero udirmi mai, e vorrei, raccontando fiabe piene d'oro e d'ombra, andare di paese in paese, coronato di fanciulli attoniti e buoni.
Oh! i fanciulli, Giuseppe, noi dobbiamo amare sempre! Solamente i fanciulli sono degni della nostra anima.
L'anima del poeta abita nell'anima di un fanciullo.
Immagina che essi siano dei piccoli angeli mortali sulle cui bocche fiorisca il piĂą divino inno, quello dell'ignoranza.
Essi non sanno e amano. Cieli che ridono ai buoni e ai malvagi il medesimo riso di gioia e d'incoscienza.
E i fanciulli che piangono, Giuseppe?
[...]
Il mare infinito, il cielo eterno, soli, fra cielo e mare, lontani dagli idioti e dai vili, dialogando con l'anima come con un'amante, raccogliendo le piccole conchiglie sulla povera spiaggia e cantando canzoni di gioia al sole, dormendo fra i fiori selvaggi, vivere così fino alla seconda vita.
- Lettera di Sergio Corazzini del 27 luglio 1906 a Giuseppe Caruso