Metti in risalto il tuo fisico quando non hai una personalità di cui essere fieri

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Metti in risalto il tuo fisico quando non hai una personalità di cui essere fieri

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“Hai lasciato un’impronta nel nostro letto che corrisponde esattamente alla misura del tuo corpo, ma è il tuo corpo a non essere presente per comprovarne il peso. Ed è per questo che sono qui distesa alle quattro di mattina, insonne.”
Livia Franchini, Gusci
Qliphoth
Ho già parlato della tendenza di non darti mai una soddisfazione nemmeno se muori. Perché siamo troppo presi da noi stessi e dalle nostre futili ricerche e ossessioni, separati da gusci, dentro gusci, dentro gusci vuoti. Non lasciamo andare l'orgoglio. Intimamente, non accettiamo che ci possa essere qualcuno migliore di noi. O che qualcuno possa essere visto più nitidamente di noi. "Perché a lui/lei sì e a me no?"
Fuori dai gusci siamo molli e indefiniti come lumache. Ci vuole coraggio ad uscirne, ad abbandonarli.
Perciò dico che quando si verifica un vero contatto tra due (o più, ma la vedo difficile) non è niente meno di un miracolo.
“È difficile mettere insieme quello che è successo dopo. Se provo a ricordare mi sento la fronte bollente e vorrei tanto avere una pezza bagnata, di quelle che porterebbe un genitore premuroso a una bambina malata. I ricordi sconnessi sono una tipica reazione al trauma. Frammenti di conversazione si schiantano violentemente contro le pareti del mio cranio. Un ematoma subdurale di solito è associato a un trauma cranico. La sensazione è quella. La testa mi fa un male cane. Mi si annebbia la vista, chiazze viola, battute di dialogo senza punteggiatura. [...]
Devo aver annuito involontariamente, perché da lì in poi hai continuato per i fatti tuoi. Ed è così che funzionava tra di noi, ti ricordi? Tu al volante e io seduta accanto a te, a seguire col dito il percorso sulla mappa. A seguire la tua strada. A parte che non me lo lasciavi nemmeno fare. Sembrava non te ne fregasse niente se ti seguivo o no.
Alla fine hai elencato le prove. Non la smettevi più. Il mio atteggiamento condiscendente, la tua irrequietezza, i miei silenzi, il modo in cui eravamo attratti e respinti l’una dall'altro, senza mai incontrarci a metà strada. «Ma questi siamo noi» ho detto. «Siamo fatti così.» «Sì, siamo fatti così» hai detto. «Ma non vuol dire che sia giusto.» E poi: «Come due linee parallele» hai detto. «Cristo» ho detto. «Ma sei serio?» «Cazzo se sono serio.» «Che bisogno c’è di agitarsi tanto» ho detto, perché davvero non capivo. «Porco cane, Ruth perché fai finta di non capire» hai detto. «Voglio che ci lasciamo.»
Pensavo che stessi scherzando. Pensavo che fossi irritato per qualcosa che avevo fatto, che volessi scopare, che in generale volessi scopare di più, o chissà che ti passava per la testa. C’era sempre qualcosa. Ricordo che sono diventata paonazza, mi sentivo avvampare. Ho alzato la voce? Sul lavoro eri sempre orgoglioso dei tuoi rendiconti finanziari. Ma chi l’avrebbe detto che facevi i conti pure sulla nostra vita privata? Non eri soddisfatto di come era andato l’investimento, per così dire, quindi mi stavi scaricando. Allora, a dirla tutta, non è che ci fossimo impegnati troppo nel lavoro di squadra, no? Quando era stata l’ultima volta che mi avevi portato fuori a cena?[...] Ti ho detto «Avanti, tira fuori gli altri appunti sulla nostra storia. Vuoi un premio? Un bonus? Ti sei applicato alla grande?»[...]
«Senti Ruth» hai detto. «Non voglio farti del male. Non lo sopporterei.» E anche se ho colto quel tono formale - inquietante, le sillabe scandite e regolari - ti ho lasciato andare avanti.
Ci sono punti che non riesco a ricordare: buchi, dove il tessuto delle nostre parole è talmente lacero che si vede attraverso. [...] Non davi a me la colpa. Eri disposto ad assumerti la responsabilità delle tue azioni. Anzi, nel corso della nostra storia eri sempre stato tu quello responsabile per entrambi. Ed eccoti qua, di nuovo all'opera, a tirare fuori tutta la merda del nostro rapporto. Tanto valeva che ti prendessi pure la colpa - davvero, era proprio colpa tua, anche solo per aver trascinato le cose così a lungo.[...]
Eri devastato dalla compassione. Povera piccola Ruth. Mi hai accarezzato la fronte con il pollice. In quel momento ho capito che te ne andavi davvero. Dopo, le cose hanno perso di senso. Mi ripetevo a mente tutti i sintomi, barrando le caselle più volte, completamente fuori di testa, arrivavo alla fine e ricominciavo: sudori freddi, respiro affannoso, tachicardia, ipotermia. Mi sono accasciata contro la credenza. Avevi calcolato le ore passate a fare decoupage e le avevi messe a confronto con tutte le volte in cui mi ero rifiutata di fare sesso tantrico. Non avevamo comprato casa. Manco il sesso anale ti concedevo. Eri stufo di aspettare che la tua vita ingranasse. E lì ho cominciato a ridere. «Sei un coglione del cazzo» ho detto. «Sei un coglione del cazzo, e pure ipocrita.» Da dove mi è uscito? Quando si è incazzati, si dicono cose che non si pensano. Adesso capisco che non aspettavi altro. «Se è questo che pensi di me, Ruth, vaffanculo, per me è finita.» ”
Livia Franchini, Gusci
“A volte il corpo capisce prima della mente. Qualcosa nel tuo tono di voce, o il fatto che hai esordito chiamandomi per nome. «Ruth». [...] «Neil» ho detto. [...] Non capitava spesso che passassimo la serata separati e per questo coltivavo le mie piccole solitudini nei ritagli di tempo, ritirandomi in un angolo tranquillo della mente mentre facevo altro. Così quando ero con te - con te - potevo esserci davvero. Adesso stavo facendo altro.
«Ruth» hai detto. «Devo parlarti di una cosa.» [...] «Ho avuto un’epifania. Credo».
Eccoci, ho pensato. Mi sono voltata e ho poggiato il culo contro il lavandino. Che si riempisse d’acqua fino all'orlo. Pronta al pistolotto. Ho fatto il mio solito sorriso. Non imparo mai. Non sono famosa per il mio sesto senso, anche quando penso d’aver avuto un’intuizione, mai che ci prendo. Ti ho fatto un cenno vistoso per dirti di andare avanti. Eri tesissimo. Avevi bisogno del mio aiuto e io ero disposta ad offrirtelo. Funzionava così tra noi. «Che c’è?» ti ho incoraggiato.
«Ne abbiamo già parlato, a essere sincero.» «E cioè? Stavolta su che ce l’hai avuta l’epifania?»
«Sull'amore. E i rapporti. E l’idea di coppia, forse.»
«L’idea di coppia?»
«Fammi parlare.»
[...] «Per me è diverso» hai detto.
«Ah si?», la tua mano sul fianco mi ha fatto sussultare. Mi sono girata di nuovo.
«Ascoltami, amore» hai detto. «Sono serio.»
«Sei sempre serio. Poi però ti stufi.»
«Siamo meglio di così, Ruth.»”
Livia Franchini, Gusci

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Pistacci
(intentional typo)