Beati coloro che sanno dire di “no” senza sentirsi in colpa.

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Beati coloro che sanno dire di “no” senza sentirsi in colpa.

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“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita.”
Diego De Silva, Non avevo capito niente.
fili tortuosi e occulti
Le gemelle si strinsero l'una all'altra precipitando in un imbuto di terrore. La premonizione che tutta la colpa andasse a loro s'era dimostrata giusta. Inutile dirsi, e dire ai tre uomini, che le matite erano state un regalo, che stamattina avevano giocato un momento attorno alla macchina del venditore, ma senza "toccare" niente. Sapevano che fra tutte le cose e gli avvenimenti del mondo correvano fili tortuosi e occulti in cui un bambino inciampava di continuo, provocando con un ginocchio, con un mignolo, crolli di grattacieli, inondazioni, disastri ferroviari, terribili scontri sull'autostrada. L'idea che il venditore fosse morto per qualche loro millimetrica trasgressione era perfettamente plausibile, come era fatale che la trasgressione fosse stata scoperta. da C. Fruttero, F. Lucentini, A che punto è la notte
🧠 : Devi promettermi una cosa...
🫀 : Di cosa parli ?
🧠 : Ti devo far promettere una certa cosa perchè sò che ti riempi di odio facilmente quando vieni ferito...
🫀 : Ehm...ok..continua.
🧠 : Promettimi che quando sarà il tuo turno di essere martello sarai sincero, dirai quello che dovrai dire ma senza colpire forte...senza rompere le ossa di nessuno...
🫀 : Essere... Martello ?
🧠 : Vedi nella vita ci sono due momenti che si ripetono più e più volte..
🫀 : ...?
🧠 : C'è il momento in cui saremo incudine e dovremo subire dei colpi tremendi... Poi c'è il momento in cui saremo martello e saremo noi a dover colpire.
🫀 : Proprio tu mi dici questo...
🧠 : Esattamente, proprio io... Ci sono stati dei momenti in cui avrebbero potuto fare a meno di colpirci ma lo hanno fatto comunque riducendoci ad una maschera di sangue...
🫀 : Come puoi ben vedere molte volte scelgo di essere incudine, non riesco ad essere martello con certe persone anche se potrei... Lascio a loro il l'ingrato compito di veder sanguinare chi non ti colpirebbe mai.
🧠 : Allora promettimi che se potrai non colpirai.
🫀 : A costo di smettere di battere, ti prometto che sarò incudine.
🧠 : Grazie
🫀 : ..
25/05/2025
— «La colpa è sempre da entrambe le parti.»
— «No, qualche volta no. Non puoi controllare come gli altri decidono di trattarti. Puoi essere la migliore versione di te stessa, ma qualcuno a volte ti fa male comunque. Questo non riflette chi sei tu, riflette chi è lui.»
— Riccardo Bertoldi - Se mi amassi davvero

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Nella tana dei lupi.
Se ogni volta resto così tanto delusa la colpa è la mia perché, nonostante l'esperienza, continuo ad aspettarmi dagli altri che siano disposti a fare tutto quello che io farei per loro.
- romyy999
Per qualche riga...
Sei di nuovo qui.
Rinchiuso in questo circolo vizioso, in questo tumulto di emozioni che non hai mai saputo gestire.
Da quando quell’evento del passato ti ha segnato, non sei mai più stato lo stesso. Non sei mai più riuscito ad aprirti davvero, a condividere senza paura. Sei diventato evasivo, calcoli e pesi ogni parola, costruisci frasi che non ti tradiscano, ma che non ti rappresentano nemmeno.
Eppure, questa volta, per la prima volta dopo anni in cui avevi persino smesso di scrivere, lo stai facendo. Anche se in terza persona. Come se stessi raccontando la storia di qualcun altro, perché guardarti in faccia fa ancora troppo male.
Forse non sei mai cresciuto da quel giorno. Sei rimasto lì, fermo, a osservare la vita accadere mentre ti scivolava tra le mani. Quelle mani che non hanno mai saputo fare davvero del bene, ma che hai imparato a usare per ferirti.
Perché?
Per odio verso te stesso?
Per sentire qualcosa, qualsiasi cosa?
Per attirare attenzioni che non sapevi chiedere?
O era solo il tuo modo silenzioso di vendicarti?
Ancora non lo sai. Non sei mai riuscito a capire davvero te stesso, né chi ti stava accanto. Sei diventato uno specchio: rifletti chi hai davanti, copi emozioni, assumi forme che non sono tue, solo per non sembrare fuori posto. Freddo, vuoto, controllato. Non perché lo sei davvero, ma perché è l’unico modo che conosci per stare in piedi.
È perché in un momento di debolezza ti sei aperto.
Hai dato voce e peso a quegli eventi, li hai resi reali. O forse è solo il senso di colpa di aver scaricato quel fardello su qualcun altro, di aver fatto dono del tuo buio a chi non l’aveva chiesto.
La paura di perderla ti ha spinto così contro il muro che hai fatto l’unica cosa che ti è sempre riuscita bene: manipolare il dolore. Farle provare senso di colpa. Senso di colpa nell’abbandonare una persona così spezzata a se stessa.
E ora quel senso di colpa, diverso ma familiare, ti resta addosso. Perché lo sai: le stai facendo provare qualcosa che assomiglia troppo a ciò che è successo a te.
E non puoi più far finta di niente.
Perché ora qualcuno sa.
Quel mostro non è più solo nella tua testa. Gli hai dato una voce, una forma, delle gambe. È in giro. Respira fuori da te.
E la domanda che ti rimane addosso non è se esiste, ma se riuscirai a guardarla senza vedere lui riflesso nei suoi occhi.
Sei uno schifo.
Sono due settimane che vai a lavoro perfetto: camicia stirata, barba fatta, postura dritta. L’uomo che funziona.
Poi torni a casa e ti chiudi nella tua stanza come un bambino. Chiudi la porta ed entri nel tuo mondo. Non hai sistemato la stanza dall’ultima volta che l’hai vista, come se farlo significasse cancellarla. E allo stesso tempo eviti di guardarti intorno, per non pensarla, per non pensare al tuo errore.
Ora rischi di diventare tu il mostro ai suoi occhi.
Ed è per questo che scrivi. Non per guarire. Non per capire. Ma per lasciare una traccia. Metti tutto su carta in modo confuso perché la confusione ti protegge. Perché finché non dai ordine al caos, non sei costretto a fermarti.
E forse non c’è nemmeno un punto.
Non una svolta. Non una rivelazione.
Hai continuato a scappare.
Lo fai ancora.
Hai cambiato strade, parole, persone. Hai tenuto tutto in movimento per non guardare niente troppo a lungo.
Ma quello non si muove come te. Non ha fretta. Non si perde.
Ti ha seguito senza inseguirti.
È entrato dove lasciavi spazio.
È rimasto dove ti fermavi.
Ora è qui.
Non davanti. Non dietro.
Dentro le stesse cose di sempre.
Questo testo non serve a niente.
Non sistema. Non chiarisce. Non chiude.
È solo quello che resta quando smetti di fingere per qualche riga,
prima di ricominciare a scappare.