“Il mondo non mi par fatto per me.”
Giacomo Leopardi, Lettera al fratello Carlo.

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“Il mondo non mi par fatto per me.”
Giacomo Leopardi, Lettera al fratello Carlo.

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Lei diversa da loro Era notte fonda e i suoi occhi si facevano lucidi al solo pensiero di quanto tempo avesse perso gettando lacrime nell’universo. Era sempre stata un po’ diversa, lo aveva capito fin da bambina, e per anni aveva creduto che, una volta cresciuta, avrebbe fatto qualcosa di importante, qualcosa di costruttivo. Ora, invece, osservava in solitudine ciò che era riuscita a realizzare. Meditava in silenzio, con le mani tremanti, perché bastava che si spostasse una sola virgola del suo delirio clandestino affinché tutti si svegliassero nelle vie del paese prima dell’alba. Era nata ad agosto ed era sempre stata molto riservata. Aveva spesso respinto le amicizie, condiviso con gli altri le proprie ossessioni e demolito tutto ciò che rischiava di allontanarla dalla sua natura. Non aveva mai compreso fino in fondo le proprie lune storte, il suo atteggiamento o le paranoie che l’accompagnavano. Non avrebbe saputo spiegare che cosa le fosse accaduto nel corso degli anni. Non aveva mai capito a quale mondo appartenesse davvero e sentiva su di sé una pressione sempre più pesante. Avvertiva una costante sensazione di pericolo, come se il controllo le stesse sfuggendo dalle mani. Si sentiva smarrita in un buio assoluto, tanto interiore quanto esteriore. Non riusciva a trovare la luce. Eppure, nei suoi pensieri esistevano parole che nessuno avrebbe mai potuto sottrarle, perché rappresentavano ciò che stava diventando. La persona in cui si trasformava era una scelta sua; ciò che le spettava, invece, lo pretendeva con determinazione. Ferita, talvolta fragile, ma mai arresa, sapeva che se un giorno fosse arrivata in alto non avrebbe più accettato di scendere. Nel tempo aveva litigato con molti giovani del suo paese. Era convinta che, quando gli altri l’avessero compresa davvero, forse sarebbe stato ormai troppo tardi. Un po’ come era accaduto a lei stessa: fino a qualche anno prima non era minimamente consapevole di ciò che stava per succedere, né di ciò che sarebbe riuscito a cambiare per sempre la sua esistenza. Considerata la sua età, una bambina avrebbe dovuto pensare poco. Lei, invece, aveva sempre pensato troppo, fin dai tempi dell’asilo, almeno per quanto riuscisse a ricordare. Le circostanze della sua vita non le avevano concesso molte alternative. E, a ben vedere, era stata soprattutto la scuola a non offrirle altro che questo, almeno fino al suo ingresso al liceo. Si diceva spesso che fosse importante raccontare le esperienze dolorose solo dopo averle superate, perché erano proprio le parole — quelle che quasi nessuno ascolta davvero — a permettere alle persone di guarire. Per questo motivo aveva deciso di raccontare la sua storia: nel suo piccolo sperava che le sue esperienze e i suoi scritti potessero essere d’aiuto a chiunque, un giorno, si fosse riconosciuto nelle sue stesse ferite. Fino a quel momento non aveva idea che un singolo avvenimento avrebbe spezzato in due la sua vita: tutto ciò che era stata prima e tutto ciò che sarebbe diventata dopo. Lei con le unghie si prende ciò che le manca. Perché lei è una sognatrice, una fortissima segretezza che scrive per far rumore. Lia non si è mai perdonata che tutti sono diversi da lei; questo perché ha sempre pensato che non erano gli altri diversi da lei bensì lei che era diversa da loro.
Che delusione capire che chi pensavi fosse diverso, si e rivelato uguale a chiunque
«Era diversa, perché restava intera anche quando si sentiva a pezzi.»
“Di questi tempi un aspetto che mi fa davvero (sorridere 🙂).. — La falsificazione di sé.. — Oggi, con questi qua📲.. Le persone narrano chi vorrebbero che gli altri vedessero di loro stesse.. Ma non fanno un cazzo per esserlo.. L’importante è narrarsi come vorresti che gli altri ti vedessero.. E quindi viviamo di una narrazione.. Invece che di un esistenza.”

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E quando ero bambina pensavo sempre che un giorno sarebbe cambiato. Cosa? Non lo so esattamente. Piccole cose, quell’ombra che mi perseguitava quando ero felice e mi faceva cadere se ci restavo troppo, o per troppo tempo. La felicità aveva sempre un retrogusto. Pensavo che un giorno sarei diventata grande, quindi forte, imbattibile, come tutti gli altri bambini, tutti i giorni dell’anno. Pensavo che sarei cresciuta e avrei imparato a parlare senza sentire il peso di essere troppo, senza ricevere quello sguardo misto a indifferenza o confusione, quando mi spiegavo a voce alta. Crescere è servito, ma io sono sempre quella bambina. Vedo le persone attorno a me essere capaci di farsi capire ed è una cosa che ho sempre desiderato, ma mai capito il motivo per cui nessuno ci arrivasse davvero, a capirmi. Sí, capivano le mie parole, ma il significato dietro era un libro in lingua sconosciuta per loro. Pensavo sempre troppo, e vedevo troppi patterns dietro alle azioni o alle situazioni, facevo le mie conclusioni o trovavo le vie migliori per risolvere quelli che mi sembravano problemi. Al tempo.
Eppure li ricordo ancora, quei “problemi”
Eppure ancora non mi so spiegare
Eppure ancora mi prendono per pazza
Eppure ancora sento quel retrogusto ogni volta che tutto fila per il verso giusto.
@cielo-e-voragine