[I tempi sospesi, l’importanza delle pause... A casa, fra le piccole cose...]
La prima persona a cui ho pensato in questo tempo sospeso sei stato tu, il primo pensiero che stupidamente mi è venuto in mente in questo sgradevole isolamento. Ero intenta a gestire il mio vuoto, odiavo le mie giornate, non riuscivo proprio a farmele piacere. E, proprio in quel subbuglio interiore, potevo distinguere chiaramente la tua immagine adagiarsi nel tempo, avvinghiata ai ricordi. Durante quei giorni, non sapevo esattamente cosa fare. Cercavo di adattarmi alle nuove sensazioni ma cambiavano rapidamente: un attimo prima pensavo di essermi sbagliata, quello dopo credevo che niente che avesse a che fare con te potesse più scalfirmi. Provavo a non farci caso. Mi sentivo una stupida; rimanevo bloccata mentre resistevo goffamente alla pressione che mi spingeva a muovermi verso di te e finivo con l’imprecare ogni volta. “Sono fottuta” mormoravo tristemente. I miei occhi bruciavano di rabbia.
Ti ho desiderato in elaborata incoscienza e detestato.
Ho avuto voglia di chiacchierare con te, persuasa a concederti di nuovo il mio tempo, e poi ho avuto voglia di andarmene in silenzio d’improvviso, forse nella speranza che tu riuscissi a trattenermi.
Ho pensato di telefonarti e chiederti di tornare spinta da un turbinio di emozioni ingestibili, di abbandonare l’esilio che ti avevo imposto e subito dopo di non farti venire ancora. Rimanevo per ore a fissare il telefono, poi, come se niente fosse, lo riponevo e, nel farlo, ti chiudevo ancora una volta la porta per ritornare nella dimensione che avevo ritrovato senza te, barcamenandomi tra un disastro e l’altro.
Ho creduto che la tua presenza fosse un ottimo calmante e poi ho creduto stranamente che fosse esagerato vederti sempre gironzolare intorno alle mie macerie pronto a ricostruirle.
Ho sentito la tua mancanza ogni volta che per la milionesima volta mi tornavi in mente e poi ho avvertito una strana sensazione di benessere derivante dalla tua assenza.
Disapprovavo furiosamente i miei pensieri altalenanti. L’isolamento avrebbe dovuto risolvere la situazione ma non mi faceva certo bene rimanere rinchiusa tutto quel tempo.
Un giorno, rimasi in silenzio a guardare il paesaggio con aria preoccupata per qualche istante finché mi soffermai su una finestra frettolosamente sbarrata con l’adesivo di una chitarra incollato sopra. Il mio cielo grigio sembrò ritornare del suo colore originario. “Che cosa hai intenzione di fare? Vuoi costruirti una via d’uscita?” mi ripetevo.
Sembrava che avessi intuito cosa c’era da fare. Non era certo la soluzione che mi ero immaginata. Qualcosa si stava smuovendo. Pensai che fosse un vero sollievo...