A volte basterebbe solo un abbraccio per stare meglio.
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A volte basterebbe solo un abbraccio per stare meglio.

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“Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie.”
Oriana Fallaci, Un uomo.
Voglio stare con te sotto le coperte, abbracciati.
“il vero lusso sono le risate e gli amici, il lusso è non essere malato, il lusso è la pioggia sul viso, il lusso sono abbracci e baci.”
— Clint Eastwood

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Non aveva bisogno della luna né delle stelle
Non aveva bisogno della luna né delle stelle. Non le aveva mai chieste a nessuno. Non avrebbe saputo cosa farsene. Lei desiderava soltanto un abbraccio. Avrebbe potuto chiederne uno, certo. Ma non voleva un abbraccio qualsiasi, uno di quelli telecomandati. Lei moriva per quei gesti spontanei che arrivano senza che sia tu a chiederli. Amava le sorprese. Ma più di ogni altra cosa, amava sentirsi amata.
- Pensieri nella pioggia ©️
io e il camillo volevamo salutarvi :33
Non era la prima volta che lo notavo, ma solo ieri notte ho davvero compreso. Anni fa, quel gesto mi era scivolato addosso, leggero, quasi invisibile. Non gli avevo dato peso. Ma ora, non posso più ignorarlo: devo guardarlo, sentirlo, accoglierlo con tutto me stesso. È successo ieri, quando la notte aveva già avvolto ogni cosa. Ero andato a prendere mio figlio n. 2, Eric Draven, a casa di un amico. Lui e i suoi compagni avevano trascorso la domenica insieme, dal pomeriggio fino a quell’ora tarda, intrecciando risate, confidenze, momenti che solo l’amicizia sa custodire. Parcheggiato nel buio, ho visto tre ombre avvicinarsi. Passo dopo passo, quelle sagome indistinte hanno preso forma, contorni familiari, volti che conosco. Eric era con il suo amico e la ragazza di lui. Arrivati accanto alla mia auto, si sono fermati per un ultimo saluto, un intreccio di battute leggere, di quelle che sigillano una giornata vissuta a cuore aperto. Poi, il gesto. Non uno, ma una sequenza che mi ha trafitto. Eric ha abbracciato il suo amico, poi la ragazza, poi ancora lui, e infine ha posato un bacio sulla fronte di lei. Non c’era ombra di disagio, né gelosia. Solo una complicità pura, radicata, potente. Come se il loro legame fosse più grande di loro stessi. Quando Eric è salito in macchina, non ho resistito. “Vi abbracciate sempre così? Perché?” gli ho chiesto, curioso, quasi spiazzato. La sua risposta mi ha colto impreparato, come un fulmine che squarcia il silenzio: “Perché siamo importanti l’uno per l’altro. Come fratelli di sangue.” Quelle parole mi hanno scosso. Io, che ho sempre sottovalutato gli abbracci. Io, che sono cresciuto tra persone anaffettive, dove un gesto caldo era raro, quasi un lusso. Io, che per anni ho tenuto le braccia chiuse, incapace di darli e ancor meno di riceverli. Ma quando sono nati i miei figli, qualcosa in me si è spezzato, come una diga. Ho sentito un’urgenza, un bisogno viscerale di abbracciarli, come se fossi in astinenza da sempre. E loro, crescendo, hanno imparato a ricambiare, con abbracci sempre più forti, più profondi, come se le loro braccia, allungandosi, potessero contenere tutto il mio cuore. Credevo che questo fosse un linguaggio riservato a padri e figli, un’intimità esclusiva. Non avevo mai considerato che potesse esistere anche tra amici. Eppure, in quegli abbracci tra Eric e i suoi compagni c’era una dolcezza che mi ha commosso. Era come se, stringendosi, entrassero l’uno nell’anima dell’altro, accarezzando il cuore, ricucendo ferite invisibili. Ripenso alla mia giovinezza, ai giorni delle compagnie in motorino. Tra noi, al massimo, ci si dava una pacca sulla spalla, un gesto ruvido, quasi a dire “ci siamo, ma non troppo”. Gli abbracci, invece, sono altro. Sono parole silenziose che riparano l’anima, che tengono insieme i pezzi di noi quando minacciano di sgretolarsi. Sono un ponte tra cuori, un modo per dire “ti vedo, ti sento, sei importante”. Forse, da adulti, ci dimentichiamo di guardare davvero. Passiamo accanto alle sofferenze altrui, a volte le evitiamo, temendo di toccare il dolore. Ma i bambini, loro no. Loro vedono le anime. Nei loro abbracci di allora, che io sottovalutavo, c’era già questa verità: un abbraccio non si spiega, si vive. È un rifugio, un istante in cui tutto si ricompone. E se lo accogli fino in fondo, lo sentirai risuonare dentro di te, ancora e ancora, anche a distanza di tempo. Dovremmo abbracciare di più. Non solo gli altri, ma anche noi stessi, le nostre emozioni, le nostre fragilità. Perché un abbraccio non è solo un gesto: è un modo di dire al mondo che siamo qui, vivi, pronti a sostenerci, a non lasciarci cadere in mille frammenti