Racconto di ferragosto
La croce verde della farmacia segna ventotto gradi, e sono le nove del mattino.
Libero cammina. Ferragosto ha svuotato la città come si svuota una bottiglia. Rimane il fondo, e il fondo sono coloro che non sono andati da nessuna parte. Per scelta, per necessità, per pigrizia o perché non se lo possono permettere. Punto.
Metà saracinesche abbassate, col cartello scritto a pennarello. "Chiuso per ferie, torniamo il 24." Per alcuni quel 24 è come una promessa, per altri una minaccia. Dipende.
L'altra metà è aperta. Il bar all'angolo, il tabaccaio, il kebab che non chiude mai, manco per il lutto nazionale.
Libero entra nel bar. Al bancone c'è un ragazzo che fissa il telefono con la faccia di chi ha appena saputo una brutta notizia. Non è una brutta notizia. È un post con pochi like.
Lo rigira, controlla di nuovo, lo posa. Sette cuoricini in tre ore. Se li porta addosso come un sacco di cemento.
Libero pensa che il guaio di quel ragazzo non è la gente che non gli mette il cuore. Il guaio è che lui, allo specchio, il cuore non se lo mette da solo. Ma non glielo dice. A Ferragosto la terapia gratis non si fa.
Il barista gli prepara il macchiato freddo senza chiedere, perché Libero è di casa. "Oggi offre la casa." Libero lascia lo stesso la moneta sul piattino. Con lui va così da anni, una cosa semplice, lo tratti bene e ti tratta meglio, e la matematica per una volta torna col resto.
Esce. La strada frigge.
Sul ponte che sale verso il quartiere alto c'è un rider in bici, la borsa termica quadrata sulla schiena, che spinge sui pedali a passo d'uomo. Trenta gradi, adesso, un'altra croce verde avvisa che fa caldo. Il ragazzo bestemmia in una lingua che Libero non conosce, ma si capisce uguale.
Uno di quei santini da social direbbe che se la strada è in salita è perché lassù, in alto, ti aspetta qualcosa di grande. Prova a dirglielo, al rider, che ti tira dietro la bici. Lui in cima ci deve arrivare per portare una poke bowl a uno che non aveva voglia di scendere. La salita, a volte, è soltanto salita. Però pedala. E quello lì pesa più di tutti i santini messi insieme.
Vetrina del negozio di scarpe. Chiuso, ma le scarpe restano in fila dietro il vetro, coi cartellini. Saldi. C'è un paio bellissimo, l'ultimo rimasto, numero 39. Libero porta il 43.
Gli torna in mente una cosa che diceva sua nonna, che di social non sapeva niente ma di misure sì. Se per entrarci devi forzare col piede, non è roba tua. Vale per le scarpe. Vale per gli anelli. Vale soprattutto per le persone. Quelle che ti stanno larghe ti fanno inciampare, quelle strette ti tagliano il sangue. Eppure quante volte ci abbiamo insistito lo stesso, il tallone a martello, dai che ora entra.
Passa il 7, semivuoto. Alla fermata sale una coppia carica di buste, il completo da pic-nic, la borsa frigo, l'ombrellone piegato male. Lui vuole scendere alla prossima, lei a quella dopo, e per due fermate si dicono cose che due fermate non si meritano. Doveva essere una giornata al parco. Sembra un ricorso al TAR.
Uno accanto all'altro dovrebbe renderti la vita più leggera, mica trasformare un ombrellone in un affaire di Stato. Ma tant'è. Scendono litigando, litigheranno all'ombra, poi mangeranno. Il pollo lo tiene insieme più della terapia di coppia.
Il parco è l'unico posto dove Ferragosto esiste ancora. Fumo di carbonella, salsicce, un pallone, un tablet che ridà una partita di due anni fa perché a qualcuno piace risentirla sapendo già come finisce.
Su un telo, una donna al telefono. Non urla, peggio, parla piano. "No. Ho detto no. Sono dieci anni che dico sì, oggi ho deciso di no." Chiude. Posa il telefono a faccia in giù sull'erba, come si copre uno specchio in casa di un morto.
Dal barbecue vicino qualcuno la guarda e scuote la testa. Egoista. Lei si è appena tolta di dosso una persona che le faceva male, come ci si sfila una scarpa che stringe. Chiamalo egoismo, se ti fa comodo. Lei lo chiama essersi voluta un po' di bene, con dieci anni di ritardo.
Poco più in là un bambino molla il filo del palloncino. Non piange. Lo guarda salire, contento, come se l'avesse fatto apposta. Sembra un'opera di Banksy. La madre gli dice ma cosa hai combinato, e lui niente, ha fatto spazio. Ha le mani libere, adesso. Da grande se lo dimentica, che ogni tanto per far entrare qualcosa devi aprire la mano e lasciare andare il filo. Poi lo reimpara, a caro prezzo, come tutti.
Su una panchina, due vecchi. Lei gli aggiusta il colletto, lui la lascia fare e brontola. Sono sformati come tutti i vecchi e belli come quasi nessuno. La bellezza da morire tiene una stagione. Quella da viverci insieme tiene finché uno dei due c'è ancora. Loro per oggi ci sono tutti e due. Basta e avanza.
Libero si siede un attimo all'ombra. Pensa a una persona che a Ferragosto non c'è più da un pezzo. Un pensiero veloce, poi basta, non è giornata.
Sulla via del ritorno, un locale con l'insegna nuova ancora nel cellophane. "Sotto nuova gestione." Qualcuno ha scelto proprio oggi per ripartire, col caldo, a città spenta. Perché non conta quanto è andata male prima. Il primo giorno buono per ricominciare è quasi sempre quello in cui tutti gli altri si fermano.
Libero arriva sotto casa. La croce verde della farmacia segna trentatré. Ma se ne percepiscono trentotto.
Nel pomeriggio gli è arrivato un messaggio di una persona che è capace di rovinargli l'estate con due righe scritte male. Lo legge. Ci pensa. Poi decide che no, la sua giornata oggi non la influenza nessuno con un indice sulla tastiera.
Si chiama Libero mica per caso. E libero lo sei per davvero solo quando come stai, oggi, lo decidi tu e nessun altro.
Ora i gradi sono trentacinque. Il gelato di sotto è sciolto, il condominio deserto, la partita alla radio finisce sempre con la vittoria della squadra del cuore. Magari ai rigori.
Buon Ferragosto anche a chi è rimasto. Soprattutto a chi è rimasto.











