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@libero-de-mente
Non potrò mai salire su un volo Ryanair, il mio bagaglio emotivo pesa troppo.

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Piove di nuovo. Metaforicamente. E ogni volta che piove mi accorgo di una cosa: quelli che conoscevo, uno alla volta, sono tornati a essere degli sconosciuti. Li incroci, magari, e ci si fa un cenno. Poi via, ognuno sotto il suo ombrello.
Una cosa l'ho imparata, tardi come tutte quelle che contano. Non appoggiare mai tutto il tuo peso su qualcuno. Non farne la tua spalla. Perché è proprio lì, quando ti senti al sicuro, che cominci a franare piano, senza rumore. E te ne accorgi solo dopo, quando quella persona non c'è più e tu sei a terra, che ti chiedi perché non ti rialzi. La risposta è una sola, e fa male. Non hai mai imparato a farlo da solo.
Poi arriva sempre qualcuno a dirti che ogni cosa che finisce ne apre un'altra. Che basta aspettare. Sarà. A me pare solo che perché qualcosa passi, qualcos'altro deve prima togliersi di mezzo. Come alla stazione. Uno parte, uno arriva, e in mezzo resti tu sul binario, infreddolito, a guardare l'orario che cambia.
I rapporti sono cerchi, alla fine. Per quanto li fai grandi, si chiudono nel punto esatto da cui erano partiti. Piove di nuovo. E stavolta provo a restare in piedi da solo.
Ferragosto è passato, e come ogni anno cominciano a echeggiare in lontananza le parole "crollo termico delle temperature", "allarme temporali". Da un estremo all'altro. Sembra che il mese di agosto abbia sovrimpressa la scritta "Da consumarsi entro e non oltre il 15.08". Una scadenza perentoria, non un "Da consumarsi preferibilmente entro...", che dà l'idea di una cosa graduale. Poi le vicende meteorologiche prendono sempre strade diverse, anche in base alle zone dove si abita. Io intanto guardo l'app del meteo sei volte al giorno, come se cambiando schermata cambiasse anche l'aria. Una cosa è sicura: aspetto un moderato calo termico e soprattutto un crollo dell'umidità. Che stanotte il lenzuolo era appiccicato addosso come un cerotto.
Dal punto di vista umano, invece, l'umanità è crollata da un bel po'. Per ora da chi fiero manifesta la sua controtendenza alla massa, mentre una serie infinita di persone creano reel o pubblicano immagini molto simili. Corpi, piatti della tradizione estiva (pesce in primis), mare e montagne, immagini bellissime. Il cognato ha messo lo stesso piatto di spaghetti allo scoglio per la quarta volta, sempre inquadrato dall'alto, sempre con la mano che regge il calice.
Ancora una settimana, per alcuni, poi dall'ultima settimana di agosto sarà già settembre. Quei "ne riparliamo a settembre", in realtà, sono per i fortunati che se lo possono permettere. Tutti gli altri, e sono tanti, prenderanno a muoversi, a telefonare, a organizzare, a inviare mail come se non ci fosse domani. Gente che scrive la mail di lavoro sotto l'ombrellone, col telefono in una mano e il gelato che si scioglie nell'altra. Perché settembre potrebbe essere già tardi. Bisogna correre.
Testa bassa, e la routine ci porterà a Natale. Dove poi ne parleremo a dopo le feste. Per pochi. Molti, prima dell'arrivo dei Re Magi, saranno già sul piede di guerra lavorativo.
Mi domando: come tornerà l'umanità dopo questo mese d'agosto 2026? Rilassata, stressata, incattivita o rassegnata? Magari cresceranno quelli del "sai che c'è? Che mi faccio gli affari miei". Ma durerà poco. In tanti torneranno a essere criminologi, allenatori, strateghi di questioni internazionali, politici navigati (come se avessero frequentato gli scranni del Parlamento da decenni), il tutto senza averne le competenze. Ma per le opinioni le lauree, o i diplomi, non servono. Le opinioni sono diventate un diritto. Guai a chi le mette in discussione.
La stessa gente che scappava felice verso il mare, o la montagna, adesso torna indietro incolonnata e incavolata, come se il mare, o la montagna, l'avesse tradita. Tre ore ferma in autostrada a fissare lo stesso camper targato Germania, con la sabbia ancora nelle scarpe. Buon rientro a tutti. Ci vediamo a settembre. Che poi settembre, quest'anno, è già l'ultima settimana di agosto.
Racconto di ferragosto
La croce verde della farmacia segna ventotto gradi, e sono le nove del mattino.
Libero cammina. Ferragosto ha svuotato la città come si svuota una bottiglia. Rimane il fondo, e il fondo sono coloro che non sono andati da nessuna parte. Per scelta, per necessità, per pigrizia o perché non se lo possono permettere. Punto.
Metà saracinesche abbassate, col cartello scritto a pennarello. "Chiuso per ferie, torniamo il 24." Per alcuni quel 24 è come una promessa, per altri una minaccia. Dipende.
L'altra metà è aperta. Il bar all'angolo, il tabaccaio, il kebab che non chiude mai, manco per il lutto nazionale.
Libero entra nel bar. Al bancone c'è un ragazzo che fissa il telefono con la faccia di chi ha appena saputo una brutta notizia. Non è una brutta notizia. È un post con pochi like.
Lo rigira, controlla di nuovo, lo posa. Sette cuoricini in tre ore. Se li porta addosso come un sacco di cemento.
Libero pensa che il guaio di quel ragazzo non è la gente che non gli mette il cuore. Il guaio è che lui, allo specchio, il cuore non se lo mette da solo. Ma non glielo dice. A Ferragosto la terapia gratis non si fa.
Il barista gli prepara il macchiato freddo senza chiedere, perché Libero è di casa. "Oggi offre la casa." Libero lascia lo stesso la moneta sul piattino. Con lui va così da anni, una cosa semplice, lo tratti bene e ti tratta meglio, e la matematica per una volta torna col resto.
Esce. La strada frigge.
Sul ponte che sale verso il quartiere alto c'è un rider in bici, la borsa termica quadrata sulla schiena, che spinge sui pedali a passo d'uomo. Trenta gradi, adesso, un'altra croce verde avvisa che fa caldo. Il ragazzo bestemmia in una lingua che Libero non conosce, ma si capisce uguale.
Uno di quei santini da social direbbe che se la strada è in salita è perché lassù, in alto, ti aspetta qualcosa di grande. Prova a dirglielo, al rider, che ti tira dietro la bici. Lui in cima ci deve arrivare per portare una poke bowl a uno che non aveva voglia di scendere. La salita, a volte, è soltanto salita. Però pedala. E quello lì pesa più di tutti i santini messi insieme.
Vetrina del negozio di scarpe. Chiuso, ma le scarpe restano in fila dietro il vetro, coi cartellini. Saldi. C'è un paio bellissimo, l'ultimo rimasto, numero 39. Libero porta il 43.
Gli torna in mente una cosa che diceva sua nonna, che di social non sapeva niente ma di misure sì. Se per entrarci devi forzare col piede, non è roba tua. Vale per le scarpe. Vale per gli anelli. Vale soprattutto per le persone. Quelle che ti stanno larghe ti fanno inciampare, quelle strette ti tagliano il sangue. Eppure quante volte ci abbiamo insistito lo stesso, il tallone a martello, dai che ora entra.
Passa il 7, semivuoto. Alla fermata sale una coppia carica di buste, il completo da pic-nic, la borsa frigo, l'ombrellone piegato male. Lui vuole scendere alla prossima, lei a quella dopo, e per due fermate si dicono cose che due fermate non si meritano. Doveva essere una giornata al parco. Sembra un ricorso al TAR.
Uno accanto all'altro dovrebbe renderti la vita più leggera, mica trasformare un ombrellone in un affaire di Stato. Ma tant'è. Scendono litigando, litigheranno all'ombra, poi mangeranno. Il pollo lo tiene insieme più della terapia di coppia.
Il parco è l'unico posto dove Ferragosto esiste ancora. Fumo di carbonella, salsicce, un pallone, un tablet che ridà una partita di due anni fa perché a qualcuno piace risentirla sapendo già come finisce.
Su un telo, una donna al telefono. Non urla, peggio, parla piano. "No. Ho detto no. Sono dieci anni che dico sì, oggi ho deciso di no." Chiude. Posa il telefono a faccia in giù sull'erba, come si copre uno specchio in casa di un morto.
Dal barbecue vicino qualcuno la guarda e scuote la testa. Egoista. Lei si è appena tolta di dosso una persona che le faceva male, come ci si sfila una scarpa che stringe. Chiamalo egoismo, se ti fa comodo. Lei lo chiama essersi voluta un po' di bene, con dieci anni di ritardo.
Poco più in là un bambino molla il filo del palloncino. Non piange. Lo guarda salire, contento, come se l'avesse fatto apposta. Sembra un'opera di Banksy. La madre gli dice ma cosa hai combinato, e lui niente, ha fatto spazio. Ha le mani libere, adesso. Da grande se lo dimentica, che ogni tanto per far entrare qualcosa devi aprire la mano e lasciare andare il filo. Poi lo reimpara, a caro prezzo, come tutti.
Su una panchina, due vecchi. Lei gli aggiusta il colletto, lui la lascia fare e brontola. Sono sformati come tutti i vecchi e belli come quasi nessuno. La bellezza da morire tiene una stagione. Quella da viverci insieme tiene finché uno dei due c'è ancora. Loro per oggi ci sono tutti e due. Basta e avanza.
Libero si siede un attimo all'ombra. Pensa a una persona che a Ferragosto non c'è più da un pezzo. Un pensiero veloce, poi basta, non è giornata.
Sulla via del ritorno, un locale con l'insegna nuova ancora nel cellophane. "Sotto nuova gestione." Qualcuno ha scelto proprio oggi per ripartire, col caldo, a città spenta. Perché non conta quanto è andata male prima. Il primo giorno buono per ricominciare è quasi sempre quello in cui tutti gli altri si fermano.
Libero arriva sotto casa. La croce verde della farmacia segna trentatré. Ma se ne percepiscono trentotto.
Nel pomeriggio gli è arrivato un messaggio di una persona che è capace di rovinargli l'estate con due righe scritte male. Lo legge. Ci pensa. Poi decide che no, la sua giornata oggi non la influenza nessuno con un indice sulla tastiera.
Si chiama Libero mica per caso. E libero lo sei per davvero solo quando come stai, oggi, lo decidi tu e nessun altro.
Ora i gradi sono trentacinque. Il gelato di sotto è sciolto, il condominio deserto, la partita alla radio finisce sempre con la vittoria della squadra del cuore. Magari ai rigori.
Buon Ferragosto anche a chi è rimasto. Soprattutto a chi è rimasto.
AAA Cercasi donna coraggiosa per andare a #Ferragosto tra migliaia di persone, seminude e sudate, che grigliano l'impossibile. Mentre fingiamo di essere anche noi a nostro agio.

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Ok, domani è Ferragosto. Non vorrei mettervi ansia, ma tra 133 giorni è Natale.
Renato riemergeva sempre da un'altra parte. Gli amici di tuffi della zona, che si tuffavano con lui, lo vedevano sparire sotto, e mentre gli altri iniziavano a guardarsi in faccia, lui era già più in là, la testa fuori dall'acqua, che rideva di loro.
Quel giorno era al Lago di Como, ma nel lecchese. Oramai erano quelle le sue zone, dopo il matrimonio. Lui, che dalle nostre parti si tuffava nelle buche di Nese o nel fiume Serio. Era come se dalla piscina del paese fosse approdato alle Olimpiadi. Con rocce più alte.
L'aveva fatto centinaia di volte. Quante volte aveva fatto prendere un colpo. Un uomo, ormai. Non un ragazzino. Padre di due figlie. Ma con quella cosa di certi ragazzi che non si fermano mai davvero, la sfida con se stessi, sempre, anche quando la vita ti direbbe che potresti pure smettere.
Le rocce alte erano il suo trampolino. Quel giorno il lago sembrava fatto apposta per lui.
Si tuffò. Entrò in acqua pulito, come sapeva entrarci lui.
E alcuni restarono lì fermi, a guardare la superficie. Ad aspettare che spuntasse più in là, che ridesse di loro un'altra volta.
L'acqua è tornata piatta. Non è spuntato.
Sono passati undici anni, e certe volte, davanti a quel lago fermo, dove oggi (sull'altra sponda), mio figlio studia all'Università, mi ritrovo spesso a guardare un po' più in là. Non si sa mai.
Sono convinto che un giorno, non so quando, ti rivedrò spuntare sulla sponda, e con la tua voce mi dirai "Cò sat fé chè?". Anche se solo con la mia fervida immaginazione, ma ti rivedrò dannazione.
A Renato.
12.05.2015
Da bambino i desideri li sprecavo tutti sulla stessa cosa.
Che le persone restassero.
Non funziona così, l'ho imparato tardi. Le stelle cadono, le persone pure, e nessuna delle due ti avvisa.
Stanotte ne guardo una passare e non chiedo più niente.
C'è una cosa che resta il mio unico desiderio, questa notte e tutte le altre.
Non si è ancora avverato. Forse le mie erano stelle scadenti.
Anche se certe persone entrate nella mia vita sono una benedizione.
Come i miei figli. Stasera non ci sono, persi nei loro viaggi, o negli occhi di una ragazza.
Guarderanno le stelle cadenti? Forse. O forse si ameranno. Beati loro.
Mi ostino ad affidare i miei desideri alle Perseidi, che non sono stelle cadenti ma meteore.
Forse è questa la base delle mie delusioni.
Se a questo aggiungo che abito vicino a uno degli aeroporti più trafficati d'Italia, è come prendere lucciole per lanterne. Stelle per aerei.
Resterò qui, indomito, finché le gocce non mi porteranno a crollare.
Mi tengo solo il collo all'insù, così sento il fresco serale, e il fatto che sono ancora qui a guardare.
Che poi, a pensarci, era anche questo un desiderio. Quello di sopravvivere.
Trattati come tratteresti uno a cui vuoi bene davvero.
Non ci pensare adesso.
Capirai quanto vali il giorno in cui smetterai di regalarti a chi non se ne accorge nemmeno.
Fidati.
Il rancore tienilo poco.
È una brace che stringi nel pugno per tirarla addosso a qualcuno, e intanto l'unico che si scotta sei tu.
Se dopo tanti giorni storti te ne arriva uno buono, non chiedergli il permesso di restare.
Prendilo. E stai zitto.
Più ti fai trovare sempre, più diventi ovvio.
L'acqua che non manca mai non la ringrazia nessuno.
Quando prendi una fregatura, la cosa che brucia non è chi te l'ha data.
È che lo sapevi.
Te l'eri pure detto. E ti sei dato torto da solo.
Sta' attento alle cattiverie che dici quando ti gira male.
Ogni tanto uno ti prende sul serio.
Come stai?
Come uno che non dorme e fissa un punto del muro senza sbattere le palpebre.
Sospiri nel vuoto, il buio si mangia i contorni, e tu gli occhi li tieni aperti lo stesso.
Ridi anche da solo, ogni tanto.
Anche se l'unico pubblico che hai è la tua faccia allo specchio del bagno.
Quando ti presenti a qualcuno, lascia perdere l'elenco degli aggettivi.
Raccontagli le cose che ti mancano.
Quelle sì che dicono chi sei.
Fidati meno delle parole, un po' di più dei silenzi.
Dirti che stai male, senza girarci intorno, è già mezza strada fatta.
Se hai pochi amici non ti manca niente.
Vuol dire che hai vissuto abbastanza da fare la cernita.
E quelli che ti hanno fatto sentire complicato da amare non avevano abbastanza fegato per volerti bene.
Non gli mancava il motivo. Mancava a loro il coraggio.
Fidati.
Di tutto questo non farne una regola.
Sono pensieri, mica lezioni. Domani te li rimangi, fai pure.
Ma uno tienilo, almeno stanotte.
Non sei difficile da amare.
Fidati di questo.
Per questa volta.

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Arriva la settimana di Ferragosto.
E per una volta ci provo davvero. A leggere. A camminare senza meta. A guardare le serie rimaste in sospeso da mesi. A non fare niente e a non sentirmi in colpa.
Voglio vedere come ci si sente. Tre giorni, almeno tre, senza un giramento di coglioni.
Non dico quattro, ma almeno tre. Giorni.
Oggi è la giornata internazionale del gatto. Non quella italiana, che cade a febbraio. Lui, di giornate, ne ha due. Noi zero.
Il gatto comunque non lo sa e non gliene importa. Ha una giornata ogni giorno, e siamo noi gli ospiti.
Il mio si chiama Leo. Non l'ho scelto io, ha scelto lui me. Ha guardato tutti quelli che passavano e ha puntato lo spaiato. Quello distratto, con la testa fra le nuvole. Forse perché ci si è riconosciuto.
Ti sveglia alle sei perché ha fame. Gli apri la scatoletta. La annusa, ti guarda come si guarda un cameriere che ha sbagliato ordine, e se ne va.
Paghi crocchette, sabbietta, il veterinario che costa come un dentista privato. Lui in cambio ti concede, ogni tanto, di dormirti sui piedi, sul ventre quando sei giù, sulla testa quando credi di non farcela.
E tu ringrazi pure.
Oggi, in questo sabato pigro d'agosto, mentre lui fa la guardia al divano, mi metto lì accanto e faccio una cosa strana. Leggo il mio libro. Con gli occhi di un lettore, non di chi l'ha scritto.
Perché quello che mi arriva da chi l'ha letto è più grande di quanto pensassi. Certi commenti non credevo di meritarmeli, non credevo di aver scritto così. E allora voglio capire cosa ci hanno trovato. Voglio leggermi come se non fossi io.
Buona giornata del gatto a chi, come me, ha capito da un pezzo chi comanda in casa. Leo intanto mi fissa. Come a dire che il libro l'ha già letto lui, e non è rimasto sorpreso.
Del resto lui, Leo, è sempre tre passi dietro di me. Anzi quattro zampe dietro di me. A volte anche davanti, così inciampo meglio.
Quello disperato nella foto, arruffato, con i capelli in disordine, sono io.
Tra qualche giorno vado a tagliarli, per rimettermi a posto la testa.
Ma sto provando a mettere a posto anche quella di dentro.
Anzi, sto provando a mettere a posto la vita. Come non ho mai fatto prima.
Ci sono cose da aggiustare.
Sistemare.
Correggere.
Da settimane mi ripeto la stessa cosa: se voglio una vita che non ho mai avuto, devo fare cose che non ho mai fatto. Detta così sembra facile. Poi le cose vanno fatte per davvero, ed è tutto un altro paio di maniche.
Di sicuro, per vivere meglio, devo stare con gente migliore.
E la gente migliore non è quella che ha successo, soldi o posti importanti.
La gente migliore è quella che, a frequentarla, ti migliora.
Quelli che ti danno forza, che ti tengono su, e che sanno mandarti a quel paese quando stai per fare l'ennesima cazzata.
Magari l'ennesima di una lunga serie.
Non posso decidere come gli altri si comportano con me.
Posso decidere cosa tenermi e cosa lasciar cadere.
Cosa farmi entrare dentro e cosa far scivolare via, come l'acqua sul vetro.
La differenza sta tutta lì.
Perché non cambiare, in fondo, è una scelta. Non la colpa di qualcun altro.
Il "qualcuno" semmai lo cerchi dopo. Per completare, non per riempire i buchi.
Ci riuscirò? Non lo so.
Ci provo? Questo sì.
Un oggi alla volta.
Funziona così, il cambiamento.
Un passo, poi un altro.
Senza fretta. Non ho sbagliato niente. O forse sì, ma intanto sono qui.
Questo tempo è mio.
E smetto di misurarmi con gli altri.
Poi tra qualche giorno mi taglio i capelli.
Da fuori sembrerò a posto.
Il resto, si vedrà.
L'estate.
Non ci crederete, ma io l'estate l'ho amata davvero. In maniera intensa. La desideravo, la aspettavo tutto l'anno.
Era la stagione dello sciabattare eterno, dei pantaloncini corti e della canottiera. Del sole che bruciava sulla pelle, e poi la pelle si abituava, si colorava.
Si colorava, sì. Scuro non lo sono mai stato. Ero uno svedese finito al mare per sbaglio, la pelle appena tinta di marroncino. Ci provavo a diventare uno di quelli che si abbronzano sul serio, uno a cui il sole non fa paura. Non veniva mai. Sudavo e basta.
I capelli diventavano del colore del fieno. Le braccia, il pelo, tutto sbiadito.
Era il periodo che dividevi con gli amici, abbracciandosi e sentendo l'odore del sale che usciva dalla pelle. Le escursioni nelle pinete, a spaccare le pigne per tirare fuori i pinoli e mangiarli lì, sporchi di resina.
La sabbia eternamente dentro le ciabatte.
L'odore di salsedine la mattina presto, quando arrivavi in spiaggia di buon'ora e la sabbia era ancora umida della notte, compatta.
Sulle labbra restava un gusto di sale, che a leccarlo sapeva di mare e di pomeriggi che non finivano mai.
Poi diventava una prova. Scottava così tanto che correvi da un'ombra all'altra degli ombrelloni, saltando come le cavallette.
Il mare te lo dovevi guadagnare. Un po' alla volta. Non subito, che l'acqua era "fredda".
Eravamo tutti attori, sotto la regia delle nostre madri. Stesso copione, ombrelloni diversi.
Prima un po' sulla sdraio, con il fumetto comprato all'edicola vicino al lido. Poi ci si avvicinava alla battigia senza entrare, a scavare buche profonde per trovare la sabbia mischiata all'acqua. Da far colare tra le dita, densa come cemento, per tirare su torri e guglie storte.
Da qualche ombrellone una radiolina gracchiava sempre la stessa canzone. Quella che poi, per tutto l'inverno, bastava sentire mezza per riportarti lì.
Poi scattava l'azione collettiva: chiedere alle madri il permesso di entrare in acqua.
Al loro sì si scatenava l'inferno.
Dentro, ma solo fino a dove toccavi con le punte dei piedi. Non oltre.
Un plotone di madri, una mano sul fianco e l'altra a farsi ombra sugli occhi, controllava. Davano ordini con le mani, come quelli che negli aeroporti parcheggiano gli aerei. Organizzate a turni, come se ogni madre fosse la madre di tutti.
L'acqua salata che ti entrava per sbaglio dal naso. Come bruciava.
Oggi il caldo è diverso.
I ragazzi cercano refrigerio nei locali con l'aria condizionata. L'acqua, più che rinfrescare, sembra un bagno caldo.
Niente fumetti, niente parole crociate. Schermi da guardare. E lo stesso fanno i genitori, ognuno chino sul suo.
E se arrivi fino a dove tocchi con le punte dei piedi, non c'è più una madre che ti fa segni con la mano.
Arriva un drone. Ti sorvola. E ti ordina di tornare a riva.
Guardo i gradi previsti per oggi. Quaranta.
Che poi non è la temperatura, è un programma della lavatrice.
E infatti mi sento uno straccio. Di quelli finiti nel lavaggio sbagliato, che escono lisi.
Poi mi accorgo dei percepiti. Quarantatré.
Lì siamo già nello smacchiante forte, quello che giura di togliere anche le macchie dall'anima.
Non mi toglierà nulla, ne sono sicuro. Subirò una forte centrifuga e basta.
Sto sotto i tendoni, fuori. Passa un filo di vento, giusto per ricordarmi che esiste. Anche se è come quello del fon, quando ti asciuga i capelli.
Chiudo gli occhi.
E per un secondo non sono in asciugatrice. Sono in barca a vela.
Destinazione una qualunque, purché sia un'isola. Purché sia lontano.
Lontano da qui.
Lontano da tanti.
Poi riapro gli occhi. Per ora sono ventotto gradi.
Il programma è solo all'inizio.
Sorrido, come posso.
Nah, non ci riesco.

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Le nove del mattino. Il termometro sul balcone segna un numero che non ho il coraggio di dire ad alta voce.
La piccola Tea, chihuahua a pelo lungo, ha già mezzo metro di lingua fuori. Mi chiedo dove la tiene, corta com'è nel suo corpicino. Mi immagino un po' come se fosse un flessometro, di quelli che si arrotolano grazie a una molla. Sorrido da solo, la mia fantasia a volte mi salva.
I gatti giacciono immobili stesi sul pavimento. Non fa nulla se sono all'uscita della cucina, se vuoi passare devi scavalcare, diversamente fai il giro sulla terrazza e rientra dal soggiorno, "umano non ci disturbare", questo sicuramente pensano.
Il condominio è deserto. Sono rimasto solo io e il basilico.
Il basilico conta su di me. Non l'ho scelto, mi è arrivato tra le mani a maggio insieme a un volantino del supermercato, e da allora è una responsabilità come le altre. Come la rata, come il navigatore che a ogni curva dice traffico intenso.
Lo bagno la mattina. Lo bagno la sera. Lui appassisce uguale, per farmi capire chi comanda.
Fuori la città si è arresa. L'asfalto ondeggia come in quelle scene dei film sulle strade che attraversano deserti, quelli con i cactus ai lati e all'orizzonte. Solo che qui all'orizzonte c'è il centro commerciale, e dentro il centro commerciale c'è l'aria condizionata, e dentro l'aria condizionata c'è tutta l'umanità che conosco, che finge di comprare qualcosa per restare al fresco un'ora in più.
Gente che ha trasformato la propria ansia in afa. Ce l'hanno dentro, sono quelli comunque pesanti. Anche se tutt'attorno è climatizzato.
Io no. Io ho un basilico che conta su di me.
Passa il vicino del terzo piano, quello che suda anche a Natale. Mi dice buongiorno con l'entusiasmo di chi ti sta comunicando un lutto. Gli rispondo buongiorno con lo stesso tono. Ci siamo capiti.
Dicono di essere gentili con tutti, che non sai mai chi potrebbe invitarti al mare. Io sono gentile con tutti da quarant'anni e al mare non mi ha invitato nessuno. Però continuo, non si sa mai, magari il vicino sudato ha una zia in Sardegna.
Il basilico intanto ha buttato giù un'altra foglia. La raccolgo da terra come si raccoglie una cosa importante.
Torno dentro. Mi guardo allo specchio del corridoio e c'è un signore rosso in faccia che non mi ricordavo di essere.
Questa non è una stagione. È una condanna che ti è inflitta, senza leggerti uno straccio di sentenza.
Però stasera, quando il sole molla la presa, uscirò di nuovo sul balcone col mio annaffiatoio da eroe come uno della Marvel. E il basilico sarà ancora lì, mezzo secco, offeso, vivo.
Conta su di me. E io, non so bene perché, conto su di lui.
Si scrive AGOSTO si legge ARROSTO.