Renato riemergeva sempre da un'altra parte. Gli amici di tuffi della zona, che si tuffavano con lui, lo vedevano sparire sotto, e mentre gli altri iniziavano a guardarsi in faccia, lui era già più in là, la testa fuori dall'acqua, che rideva di loro.
Quel giorno era al Lago di Como, ma nel lecchese. Oramai erano quelle le sue zone, dopo il matrimonio. Lui, che dalle nostre parti si tuffava nelle buche di Nese o nel fiume Serio. Era come se dalla piscina del paese fosse approdato alle Olimpiadi. Con rocce più alte.
L'aveva fatto centinaia di volte. Quante volte aveva fatto prendere un colpo. Un uomo, ormai. Non un ragazzino. Padre di due figlie. Ma con quella cosa di certi ragazzi che non si fermano mai davvero, la sfida con se stessi, sempre, anche quando la vita ti direbbe che potresti pure smettere.
Le rocce alte erano il suo trampolino. Quel giorno il lago sembrava fatto apposta per lui.
Si tuffò. Entrò in acqua pulito, come sapeva entrarci lui.
E alcuni restarono lì fermi, a guardare la superficie. Ad aspettare che spuntasse più in là, che ridesse di loro un'altra volta.
L'acqua è tornata piatta. Non è spuntato.
Sono passati undici anni, e certe volte, davanti a quel lago fermo, dove oggi (sull'altra sponda), mio figlio studia all'Università, mi ritrovo spesso a guardare un po' più in là. Non si sa mai.
Sono convinto che un giorno, non so quando, ti rivedrò spuntare sulla sponda, e con la tua voce mi dirai "Cò sat fé chè?". Anche se solo con la mia fervida immaginazione, ma ti rivedrò dannazione.
A Renato.
12-05.2015















