Volevo essere la tua casa, volevo che tu fossi la mia. Il posto da cui smetti di scappare. Il posto in cui tutto, per un istante, non fa rumore. Il posto in cui, per un attimo, nulla crolla, dove tutto ti appartiene e nulla è distante. Ma forse i nostri silenzi non sono compatibili. Forse ciò che c’era di vero non poteva esistere in mezzo al traffico, al brusio, al susseguirsi incessante delle cose. Forse non siamo le persone giuste, né al momento giusto né a quello sbagliato. O forse eravamo le persone sbagliate al momento giusto. Strana cosa, la vita. A volte ti mette di fronte a qualcosa di bello solo per dimostrarti che non puoi toccarlo. Anche ciò che è stato grande deve finire, diceva Hegel; la storia ha un modo tutto suo di fare giustizia. Eppure, ho sempre creduto che alcune cose grandi non finiscano mai. Ciò che è sacro resiste a qualsiasi tempo e a qualsiasi orrore. Ma sto divagando.
Volevo essere la tua casa e volevo che tu fossi la mia. Ma chi mi dice che la mia idea di casa sia uguale alla tua? È necessario che lo sia? Non ne sono sicura. A volte troviamo il nostro posto proprio sbagliando strada. La linearità è una finzione; come tutto il resto, d’altronde. Gli incroci sono una condanna ma si può sempre tornare indietro; magari non in linea retta, magari impiegandoci tre volte il tempo che avremmo voluto.
Sarebbe bello avere ragione per una volta. Ho ragione così spesso e su così tante cose e alla fine mai su ciò che conta davvero per me.
Vorrei svegliarmi domani mattina e trovarti di fianco a me nel letto. Guardarti mentre dormi e respirare insieme a te. (Mi andrebbe bene anche se fossero le cinque del mattino) Vorrei portarti il caffè a letto. Sentire la tua voce che mi dà il buongiorno. Vederti sorridere una volta sveglio. Vorrei guardare l’alba con te e il tramonto con te e sapere che non tutte le cose belle finiscono.
Vorrei così tante cose, e forse la cosa che vorrei di più sarebbe proprio riuscire a non volerle.
Fa così male. Non è colpa tua, né mia. Non è colpa di nessuno. Ci siamo attardati un po’ troppo al nostro incrocio e forse per un attimo abbiamo pensato che potesse essere qualcos’altro. Almeno io, l’ho pensato. Non so cosa abbia pensato tu. Mi piace credere di saperlo sempre, ma questa volta non ne ho idea.
Bisogna mettersi d’accordo sul significato delle parole, diceva Cicerone. Bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di molte cose. Forse è stato tutto un grande malinteso, un gran fraintendimento. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto (questa è di Pirandello).
In fondo, non importa se non riuscissi mai a dirti che sono innamorata di te. Non cambierebbe nulla. Lo so io e lo sai tu. Ho creduto che potessimo esserlo entrambi. Questo sì che importa. E tuttavia, non è la prima volta che sbaglio e di certo non sarà l’ultima. Come dicevo, ho ragione sulle cose importanti di tutti tranne che sulle mie.
Alla nostra mente piace illudersi e raccontarsi storie. È uno dei modi che abbiamo per stare al mondo, per sopravvivergli. Se la storia è bella, ne vale comunque la pena. Il dolore di un racconto che finisce è il dolore di qualcosa che è esistito per noi e dentro di noi. E sono poche le cose a cui consentiamo davvero di vivere dentro di noi.
Quante parole. Tante parole. Ha ragione Eco quando dice che dove abbondano i segni è perché mancano le cose. Qui manchi tu, e di parole ce ne sono fin troppe; e nessuna di esse può fare la differenza. Un’altra illusione che crolla.
Siamo stati tante cose e nessuna allo stesso tempo. Forse questo è il ruolo che dovevamo svolgere l’uno nella vita dell’altra, e l’abbiamo svolto alla perfezione. Forse è andata proprio come doveva andare. Abbiamo esaurito le forme da assumere. Cosa resta, solo il tempo ce lo dirà. Che cliché.
“Magari in un’altra vita”.