Fegato Amaro
La questione dell'uccisione del tiranno è un dilemma etico fondamentale che non ha una soluzione univoca. Qualche anno fa, Matteo Cavezzali scrisse un piccolo saggio, A Morte Il Tiranno (edito da HarperCollins) dove raccontava undici storie di ribellione alla tirannia. La tesi fondamentale dell'autore è che il problema non si pone solo come atto di ribellione (quasi sempre violenta) ma come una nuova e profonda riaffermazione della comunità democratica rispetto al potere assoluto. Dice Cavezzali: "Nel giro di tre anni dalla morte di Cesare tutti e 23 i congiurati che lo hanno assassinato muoiono, o suicidi o ammazzati.[…] I congiurati pensavano che per salvare la Repubblica sarebbe bastato uccidere il tiranno, e invece la Storia andò molto diversamente. La guerra civile fu una lotta fratricida e durò quindici anni".
Quello che sta succedendo in Iran non so a cosa porterà, se come spera quel manigoldo con il cappellino l'uccisione del tiranno sia il punto di svolta per una ribellione. Nei casi raccontati da Cavezzali pochi di questi tirannicidi furono poi fondamentali per un cambio di passo politico. E c'è perfino un caso dove non un tiranno, ma quello che è considerabile un primo ministro, fu vittima della violenza popolare, in una sorta di ribaltamento clamoroso dello schema tradizionale.
Nel 1672, al culmine di un periodo di fortissime tensioni, inizia la Terza guerra anglo-olandese: da un lato Francia e Inghilterra, dall'altro la Repubblica delle Sette Province Unite (il primo nucleo storico dei Paesi Bassi). Le armate del Re Sole arrivano fino ad Utrecht. L'esercito olandese si rivelò completamente inadeguato nel contrastare l'invasione, nonostante la straordinaria abilità strategica dell'appena ventiduenne Guglielmo d'Orange: costui fu nominato Statolder, cioè quello che prima era il luogotenente civile del sovrano e, con l'indipendenza della Repubblica delle Sette Province Unite, il luogotenente degli Stati Generali. Quella carica era stata abolita pochi anni prima nel 1654 dopo la fine della prima Guerra Anglo-Olandese, e dopo la vittoria inaspettata e clamorosa contro gli Inglesi di Re Carlo III nel 1667 nella Seconda Guerra Anglo-Olandese, sancita con la pace di Breda: il primo ministro Johan De Witt e gli altri reggenti promossero l'adozione, da parte degli Stati provinciali d'Olanda, dell'«editto eterno» (Eeuwig Edict), con il quale si provvedeva all'abolizione perpetua dello statolderato nella provincia, alla fissazione dell'incompatibilità tra la carica di capitano generale dell'Unione e quella di statolder di una qualsiasi delle province, e al trasferimento delle prerogative dello statolder d'Olanda agli Stati provinciali.
L'invasione degli eserciti nemici ebbe risultati sconvolgenti: da un lato, il giovane Guglielmo D'Orange, che non aveva nessuna educazione militare, si limitava ad arretrare, dall'altro si susseguivano notizie che de Witt e gli altri reggenti fossero in rapporti segreti con il re di Francia per far fallire la prima impresa di Guglielmo. Vi fu una ribellione violenta a favore del principe, tanto che alcune provincie ripristinarono motu proprio la figura dello Statolder e abolirono l'Editto perpetuo, e se la presero con De Will: sfuggito ad un primo linciaggio, a L'Aia, mentre era in visita al fratello imprigionato qualche settimana prima, la scorta di guardia alla prigione fu allontanata con un falso messaggio con l'ordine di arrestare alcuni saccheggiatori, che però non vennero mai trovati. Senza alcuna protezione dalla folla sempre più minacciosa, la sorte dei due fratelli fu segnata. Furono trascinati fuori dalle prigioni e massacrati, i loro corpi vennero sventrati e squartati per poi essere esposti pubblicamente. Si narra inoltre che i loro fegati vennero arrostiti e mangiati, e che parti dei loro corpi vennero vendute a caro prezzo come souvenir. A tal proposito, drammatica testimonianza è questo quadro,
di Jan De Baen, che rappresenta i corpi sventrati dei due De Witt, dipinto in quei giorni e conservato presso il Rijksmuseum di Amsterdam.
Gottfried Wilhelm von Leibniz, in seguito a un colloquio con Baruch Spinoza avvenuto quattro anni dopo all'Aia, annotò sul suo diario che il filosofo olandese, estimatore dello statista trucidato, gli aveva detto che «il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a porre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum; ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli fosse fatto a pezzi».
La morte è migliore, è un destino più dolce che la tirannia. Eschilo, Agamennone, 458 a.e.c.








