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Prese
La primavera del 1789 in Francia fu meteorologicamente disastrosa: freddo fino a maggio, grandinate e piogge fortissime ridussero i campi in miseria. Il prezzo del pane raddoppiò e in tutta la Francia serpeggiava il sinistro sentore di carestia. Luigi XVI deve ricorrere al sostegno di Jacques Necker, politico ed economista svizzero, come ministro dell’economia. In primis, per cercare di arginare il malcontento popolare che mal digeriva lo sfarzo di corte a Versailles. Il suo principale tentativo è quello di ottenere la ripartizione egualitaria delle tasse. Le classi borghesi e popolari, riunite nel “Terzo Stato”, sono i ceti che soffrono maggiormente il peso tributario. Il 5 maggio 1789 viene indetta l’Assemblea degli Stati Generali. Sono passati ben 175 anni dall’ultima volta. Il “Terzo Stato” ha la maggioranza numerica di deputati, ma il suffragio si svolgerà non per voto pro capite, bensì per ordine sociale, soluzione quest’ultima che avvantaggerebbe l’alleanza fra clero e nobiltà. Ma il 20 giugno del 1789, il “Terzo Stato”, insieme ad una piccola percentuale di esponenti degli altri due ceti, decide di radunarsi a parte per costituire “L’Assemblea dei deputati della Nazione”. La loro autoproclamazione è di fatto un affronto al Re in persona. La soluzione politica che Luigi XVI aveva affidato al ministro Necker, è ormai irrealizzabile. La nuova Assemblea si ritira nella sala dedicata al gioco della palla corda, per proclamare un giuramento solenne. La destituzione del ministro delle Finanze Jaques Necker, da parte del sovrano Luigi XVI, è per Parigi la prova inconfutabile della congiura aristocratica, il segno della bancarotta e della controrivoluzione. Così la mattina del 14 luglio 1789 la popolazione parigina insorge, riversandosi nelle strade con una bandiera tricolore: nasce la drapeau française. Il rosso e il blu simboleggiano Parigi, il bianco è il colore della dinastia borbonica. Quella mattina settemila insorti attaccano l’armeria de l’Hotel Des Invalides. Il bottino è di quasi trentamila fucili e diversi cannoni, ma della polvere da sparo nessuna traccia. Il popolo però sa dove trovarla: a Saint Antoine, nel centro della città, dove sorge la fortezza della Bastiglia. Prende avvio l’assedio di questo tetro carcere, simbolo dell’Ancien Régime, costruito sotto il regno di Carlo V, che detiene al momento dell’insurrezione solo sette prigionieri: quattro falsari, il Conte di Solages e due folli. Annientata l’ultima resistenza delle guardie del comandante De Launay, la Bastiglia è presto conquistata da migliaia di rivoltosi. Luigi XVI, sconvolto, decide di riassumere il ministro Jacques Necker e spera in una tregua, ma la protesta è ormai dilagata nelle maggiori città del paese e non solo. Le notizie che giungono da Parigi, unite all’insostenibile condizione determinata da più di un decennio di recessione, spingono alla ribellione. A dare adito all’insurrezione è la rabbia accumulata, la carestia e la disperazione della popolazione francese. Con la presa della Bastiglia e il martirio dei parigini uccisi per la libertà, si accende la prima scintilla della Rivoluzione, un colpo violento che sarà il primo di una lunga serie. Da quel 14 luglio 1789, la rivolta, divenuta rivoluzione, ha trionfato sul potere assoluto, delineando le sorti di una Nazione. E, per la Francia così come per tutti i popoli dell’Europa, niente sarà più come prima.
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Storia Di Musica #435 - Explosions In The Sky, The Earth Is Not A Cold Dead Place, 2003
La band di oggi condivide con quella della scorsa settimana, i This Will Destroy You, non solo la dimensione musicale del post rock strumentale, ma molte altre caratteristiche: sono anche loro texani, di Austin nel caso di oggi, hanno iniziato a suonare con un nome che hanno cambiato appena prima di iniziare ad incidere delle canzoni, e il disco di oggi ha lo stesso produttore.
Tutto inizia nel 1999, quando Chris Hrasky, batterista, mette insieme una band con tre chitarristi, Michael James, Munaf Rayani e Mark Smith, tutti studenti dell'Università del Texas, chiamandosi Breaker Morant, dal nome di un militare inglese piuttosto controverso condannato e giustiziato per l'omicidio di nove prigionieri di guerra e tre civili catturati in tre episodi distinti durante la seconda guerra boera. Cambiano il loro nome, Explosions In The Sky, quando Hrasky uscendo dallo studio della radio dell'Università del Texas nota dei fuochi di artificio, ed ha una ispirazione. La band cambia struttura quando Micheal James passa al basso, e registrano in maniera del tutto autonoma How Strange, Innocence (2000), distribuito in 300 CD-R autoprodotti, e le riprese delle prove furono annesse ad un lungometraggio, Cicadas, che ha vinto un premio all'Austin Film Festival. Nel 2001 ottengono notorietà in modo bizzarro: il loro secondo album, Those Who Tell The Truth Shall Die, Those Who Tell The Truth Shall Live Forever ha sulla copertina dell'album un aereo con la didascalia "Questo aereo si schianterà domani". Si diffuse la notizia secondo cui l'ultima traccia si chiamava This Plane Will Crash Tomorrow e che l'album era stato pubblicato il 10 settembre 2001 giusto un giorno prima dell'attentato dell'11 settembre. Ma il disco fu registrato nel 2000 e uscito il 4 settembre del 2001. Nel 2002 suonano, con enorme successo, come apertura ai Fugazi e sono pronti per il grande salto.
Nel 2003, prodotto da John Congleton, figura storica del movimento post rock, The Earth Is Not A Cold Dead Place è il disco della consacrazione. In copertina, opera di Esteban Rey, il nome dell'album è scritto ripetutamente in nero su sfondo bianco, ed è un avvertimento: è musica scritta da qualcuno che vede tutto l'orrore e il terrore del mondo, ma che cerca anche di guardare tutte le cose meravigliose e belle. Tutti i brani sono strumentali: c'è una capacità cinematografica di queste sonorità di raccontare anche senza parole, spesso accompagnati da titoli che sono un programma da soli: First Breath After Coma, The Only Moment We Were Alone, che inizia con una semplice e malinconica figura di chitarra, con la batteria che passa da un insistente incalzante ritmo a una marcia studiata, costruita per introdurre il successivo crescendo stratificato. Memorial è il cuore meditativo dell'album. Inizia in modo così sommesso, ridotto a fragili paesaggi sonori. Chitarre dal suono leggero si insinuano, come echi di campane di chiesa nelle strette vie della città. Poi, come ogni brano dell'album, si lancia in avanti con impeto fino all'esplosione finale di distorsione chitarristica e batteria staccata. Six Days At The Bottom Of The Ocean è il momento più oscuro e toccante: dedicato alla tragedia del sottomarino nucleare russo Kursk e alla sua terribile fine, affondato durante un'esercitazione nel Mare di Barents nel 2000, con la morte di tutti i 118 membri dell'equipaggio, 26 dei quali sopravvissero invano sei giorni in attesa di soccorsi mai arrivati in una zona di poppa del sottomarino. Your Hand In Mine conclude le cose come sono iniziate, con un paio di chitarre determinate che intonano una melodia che è allo stesso tempo bella e dannatamente straziante, in un disco in grado di suscitare rapidamente quella malinconica sensazione di farfalle nello stomaco.
Acclamato dalla critica, il disco è uno dei massimi esempi del post rock strumentale. La band con tempi sempre più dilatati continuerà a scrivere e pubblicare, e dal vivo si farà accompagnare da un quinto musicista, alle tastiere, per rendere ancora più fragoroso e particolare il loro suono così intenso e introspettivo, così delicato ma dai crescendo impetuosi, una musica che sa ammaliare.
Non abbiamo una voce forte, ma possiamo comunque trasmettere il nostro messaggio, parlando tra noi a voce più bassa.
Kaho Nashiki
Ossessioni
Anni fa comprai un piccolo libro dal titolo L'Invitato Misterioso. Racconta di una telefonata ricevuta da Grégoire, dalla ex, dopo cinque anni di silenzio dal giorno in cui l'ha lasciato, senza una spiegazione. Grégoire non ha pensato ad altro: perché? Ma ora non ha il tempo o la forza di chiederglielo. Lei l'ha chiamato per invitarlo al party di compleanno della famosa artista Sophie Calle, con tanti amici quanti sono i suoi anni, più un ospite sconosciuto. Vuole essere lui l'invitato misterioso? Grégoire, dopo anni di ottusa inazione, è con le spalle al muro. Il sì che gli esce smozzicato dalla bocca è la sua ultima possibilità: infilarsi nell'assurdo per sperare di trovare un senso o almeno un epilogo. Il libro è il flusso di coscienza del protagonista che si immagina l'impossibile arrovellandosi su quel perché.
Grégoire Bouillier ne è l'autore, scrittore bizzarro e incontenibile, nè classificabile. A questo libro sono particolarmente legato perchè è stato il primo, e l'unico, libro che abbia prestato a qualcuno: per la cronaca ad una amica di una collega dell'università che non me lo restituì mai. Anni dopo l'ho ricomprato, e quest'autore è anche per questo motivo indimenticabile.
Infatti non mi sono fatto sfuggire la sua ultima fatica tradotta in Italiano, questa
che un po' ha la stessa struttura del libro che ho accennato: rimane affascinato da una visita all'Orangerie delle Tuileries, dove sono collocati dei quadri di Claude Monet, donazione dello stesso artista allo Stato francese: una serie di dipinti delle Ninfee e di particolari del giardino della villa di campagna di Giverny dove l'artista si trasferì nel 1883 e lì visse fino alla morte nel 1926. Stordito da quei quadri, Bouillier parte in un meraviglioso, pazzo e travolgente percorso di indagine filosofica, filologica, storica, psicologica e personale per dare una spiegazione a questo fatto, sconcertante: dal 1883 Monet dipinse esclusivamente quadri riguardanti sia le Ninfee che il laghetto della sua villa (che modificò più volte, tanto da deviare il corso di un fiume per alimentare gli stagni dove crescevano le piante), circa 250 quadri conosciuti e probabilmente altre centinaia che distrusse, modificò, addirittura bruciò.
Affascinato dalle teorie mozzafiato di Bouillier (che lascio alla vostra curiosità di andare a scoprire), ho voluto approfondire da un punto di vista più tradizionale, e ho trovato questo
Scritto da uno storico dell'arte, questo saggio ragiona molto sul rapporto tra Monet e il grande politico francese Georges Clemenceau,
Ex Presidente del Consiglio dei ministri della Francia, grande amico e suo grande sponsor politico. Con l'inizio della Prima Guerra Mondiale, quando Clemenceau visitava di persone le trincee francesi sul fronte orientale sotto le cannonate dell'esercito tedesco, in quel momento Monet ha l'idea di una Grande Decorazione da donare alla Francia, nucleo primario di una serie di tele gigantesche una cui minima parte verrà poi installata all'Orangerie. In questo saggio vengono ripercorsi tutti i tormenti che Monet ebbe sulle opere negli ultimi anni di vita, per via dei suoi problemi alla vista, dei tentennamenti artistici ma soprattutto per una sorta di "ossessione" per quei quadri da cui non voleva staccarsi (tanto che alla fine, pur accordandosi diversamente, l'Orangerie fu aperta solo dopo la morte del Maestro).
Cosa ossessionò Monet?
La sfida di riprendere ogni riverbero della luce in quell'acqua poco profonda? la delicatezza di un fiore che prende il nome dalle Ninfe mitiche delle acqua dolci (dal greco antico νυμφαία (nymphaía)? E perchè Monet, soprattutto quando era diventato il più grande artista vivente (e il più pagato), si dedicò totalmente in questo progetto, tanto da rivedere decine di volte i quadri, arrivando ad amarli ed odiarli nello stesso tempo? (in uno dei quadri dell'Orangerie, Mattino, è ancora visibile un restauro effettuato dallo stesso Monet dopo aver dato una coltellata al dipinto).
Un dato mi piace ricordarlo: Monet ebbe due mogli, Camille Doncieux, fino al 1879, quando morì, e Alice Hoschedé, fino al 1911. Furono le sue due muse, ma Camille è ritratta in decine di capolavori, Alice sono in alcuni, tra cui il famoso Alice Hoschedé au jardin del 1881. Dopo la morte di Alice, Monet non fece nessun ritratto di essere umano.
Quando furono installate all'Orangerie, l'Impressionismo non viveva un bel periodo, tanto che per anni fu uno dei luoghi meno conosciuti di Parigi. Furono gli artisti americani della nuova generazione dell'astrattismo degli anni '50 a vedere in quei tratti che cancellano l'orizzonte, eliminando la distinzione tra cielo e acqua dei capolavori assoluti, un vertice di creatività. Le pennellate sono rapide, dense e giustapposte, trasformando la natura in un'esperienza visiva quasi astratta. Da lì diventeranno leggenda: ogni anno un milione di persone vanno a vederle e 600 mila a visitare la deliziosa villa di Giverny.

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Storia Di Musica #434 - This Will Destroy You, This Will Destroy You, 2008
Per il mese di Luglio ho scelto quattro dischi di un genere che è stato già presente nella Rubrica, il post rock. Ma stavolta voglio concentrare il racconto su un sub genere molto affascinante, cioè il post rock strumentale, che ha avuto una piccola notorietà negli ultimi anni per la sua capacità, mi piace dire ossimorica, di trasmettere la tensione dei giorni moderni, le sue contraddizioni, l'incomunicabilità attraverso musica senza parole, e quando una parte vocale c'è, è usata come uno strumento aggiunto. La definizione di post rock la diede Simon Reynolds, giornalista che scriveva di musica per il Melody Maker e per The Wire: la usò per definire la musica di band come i Bark Psychosis e definiva una specifica tendenza della scena underground britannica nei primi anni '90. Anziché puntare sulla tradizionale "forma canzone" guidata dalla chitarra elettrica, questi artisti utilizzavano strumenti rock convenzionali per creare atmosfere astratte, usando tecniche derivate dalla musica elettronica, dal dub, dall'ambient e dall'avanguardia. Nel tempo la definizione si è allargata e modificata, e i gruppi strumentali sono diventati un pilastro del genere: si tende ad abbandonare la classica struttura strofa-ritornello a favore di composizioni lunghe e lineari, basate su progressive dinamiche di tensione e rilascio che sfociano spesso in finali catartici ed epici, le chitarre non eseguono i classici assoli, ma creano trame e atmosfere usando pesanti effetti di delay, reverbero e loop station, le canzoni sono vere e proprie storie prive di parole, con andamenti lineari che ricordano le colonne sonore cinematografiche.
La band di oggi è una delle protagoniste della seconda andata, più o meno agli inizi degli anni 2000. Nascono in Texas quando i chitarristi Jeremy Galindo e Christopher Royal King, il bassista Raymond Brown e il batterista Andrew Miller si conoscono tramite amici comuni, avevano suonato insieme in varie band diverse durante il liceo prima che la formazione fosse definitiva intorno al 2002. All'inizio si ispirano ai Radiohead e Galindo canta, ma per loro stessa ammissione, non sono convinti del risultati, e per gioco iniziano a suonare musica strumentale, che convince di più. Come nome provvisorio scelgono quello di una loro composizione, This Will Destroy You, pur considerandolo orribbile, ma in una intervista King disse: "Dovrebbe essere un po' sgradevole. C'è qualcosa di affascinante nel fatto che la gente ti odi automaticamente prima ancora che tu suoni. Arriva al punto di essere eccessivamente sgradevole. Attira l'attenzione e immagino che la gente lo ascolterà, anche se lo detesta."
Nel 2005 autoproducono Young Mountain, il loro primo disco, che vendevano su CD copiati da loro stessi dopo i concerti. I commenti dei partecipanti ai loro show sono entusiasti, e il passaparola spinse a contattarli via internet da Brent Eyestone, proprietario della Magic Bullet Records, il quale ha chiesto loro di contribuire con un brano alla compilation It Came From The Hills Vol. 1 della sua etichetta. La Magic Bullet Records ristampa Young Mountain, che ottiene critiche entusiaste e accende una luce su questa band. Che si trova ad un bivio: il primo lavoro per la nuova etichetta inizia nel peggiore dei modi. Galindo si deve fermare per il Morbo di Crohn, gli altri componenti per studio e lavoro sono distanti e non riescono a provare insieme, tanto che la gestazione del secondo disco è lunghissima. Registrano con continuità solo dal 2007 con il produttore John Congleton negli studi di registrazione del Texas di proprietà della leggenda della country music Willie Nelson.
This Will Destroy You esce nel 2008 e presenta una band che è capace di descrivere paesaggi sonori particolarissimi, sette tracce di sublimi e lentissime ondate sonore, i This Will Destroy You sanno suscitare emozioni e invogliano l'ascoltatore a esplorare sonorità e territori al di fuori della sua zona di comfort. Spettacolare a tal proposito è Villa Del Refugio, sette minuti di drone fluttuante che ondeggia tra elettronica d'avanguardia e una ballata rock tradizionale. A Three-Legged Workhorse e They Move On Tracks Of Never-Ending Light aggiungono ritmi aggiuntivi alle note tenute e ai gemiti prolungati delle chitarre. Poche bandriescono a estrarre una tale persistente e deliziosa intensità dagli elementi più semplici: due chitarre, basso e batteria. Spiccano anche la sontuosa Threads e la travolgente traccia conclusiva Burial On The Presidio Banks, una canzone del disco, The Mighty Rio Grande che dura oltre 11 minuti, verrà usata nei film Moneyball (2011) e Room (2015, fortissimo thriller psicologico con Brie Larson che ottenne per la sua parte l'Oscar come miglior attrice protagonista), e nella serie TV ispirata alla famosa saga cinematografica di Arma Letale.
Raymond Brown, uno dei fondatori e bassista, lascia la band per continuare la sua carriera di medico. Verrà sostituito da Donovan Jones. Nel 2008 saranno anche in tour in Europa, dove inizieranno a costruirsi un piccolo ma agguerrito nucleo di appassionati, che continua ancora oggi ad essere fervente a quasi vent'anni da questo disco storico per il genere. Fan che sono affascinati dall'evidente padronanza di questo linguaggio senza parole da parte del quartetto, che ha un nome un po' così, ma tutto il resto funziona niente male.
Ridere Fa Campare Cent'anni
Non si può scherzare con qualcosa che non si ama, non si ammira o non si rispetta
Mel Brooks, 100 anni il 28 Giugno 2028.
Storia Di Musica #433 - Edoardo Bennato, Io Che Non Sono L'Imperatore, 1975
Il concetto di mappa è molto ampio, è per concludere i dischi di Giugno che in copertina hanno una mappa, stavolta ho scelto quella di una linea di comunicazione ferroviaria. Il progetto è opera dello stesso autore delle canzoni di oggi, Edoardo Bennato, che per la sua tesi di Laurea in Architettura immaginò un sistema integrato di trasporti, tra metropolitana e linee già esistenti, per la mobilità della sua città, Napoli. Il progetto fu persino presentato alla città, ma fu clamorosamente rifiutato (con conseguenze di "carattere" del disco).
Nel 1974 Bennato aveva pubblicato Buoni E Cattivi, il suo secondo, che lo impose come uno dei nuovi cantautori italiani più interessanti. Quel disco, tra i 5 che spiegano il complicatissimo decennio degli anni '70 italiano, fu una sorta di schiaffo musicale al Paese, con Bennato che si presenta come un menestrello contemporaneo (chitarra acustica, armonica a bocca, tamburello a pedale e persino un kazoo) sferzando con ferocia la borghesia, il PCI (la storica Facciamo Un Compromesso), le Brigate Rosse (Arrivano I Buoni). In un inedito stile di blues acustico, Bennato si costruisce una nicchia di unicità nel panorama italiano. Nello stesso anno, con le orchestrazione di Vince Tempera, pubblica il singolo Meno Male Che Adesso Non C'è Nerone/Parli Di Preghiere. Inoltre, nelle settimane precedenti, in una decina di numeri di Ciao 2001, Bennato aveva pubblicato alcuni racconti surreali, firmandosi Il professor Cono. Meno Male Che Adesso Non C'è Nerone e Il Professore Cono verranno poi pubblicati nel nuovo disco che uscirà nel Gennaio 1975 (per curiosità, gli articoli sono stati poi raccolti in un volume dal titolo Dirotterotti).
In Io Che Non Sono L'Imperatore c'è più ricchezza di arrangiamenti (con le parti degli archi scritte da suo fratello Eugenio Bennato), e nuovi bersagli nella società colpite dalle frecce infuocate di Bennato: non si salva nemmeno Papa Paolo VI, in Affacciati Affacciati, registrata dal vivo il 28 settembre 1974 all'Università Bocconi di Milano; le canzoni d'amore nella divertente Io Per Te Margherita; Ci Sei Riuscita, con le percussioni di Toni Esposito in evidenza nel finale; la stupenda Festa di Piazza (con testo di Patrizio Trampetti), impeccabile fotografia dei festival di partito, con grande assolo di sax di Roberto Fix; una cattivissima Signor Censore (Signor Censore, ma quello che nessuno sa\È che sei tu quello che ci disegna le città\E poi ogni tanto\Cancella quello che non gli va); la title track è una sorta di blues schizzato con innesti di atmosfere etnorock irresistibile. Insieme a Bennato suonano Gigi De Rienzo al basso, suo fratello Eugenio Bennato, Shel Shapiro, Lucio Bardi, Vince Tempera, Fausta Vetere, Roberto Giuliani, Patrizio Trampetti e il grande Stefano Cerri.
Il disco fu uno dei più venduti nel 1975 e fu un passo decisivo verso una carriera che in pochi anni lo porterà a diventare un artista davvero iconico, tra l'altro dopo una gavetta davvero lunga (9 anni di musica prima di pubblicare il primo disco, Non Farti Cadere Le Braccia del 1973), che culminerà nel leggendario tour del 1980 del suo disco più famoso, Sono Solo Canzonette, che lo porterà, primo artista in Italia, a riempire gli stadi con due concerti storici al San Paolo di Napoli e allo Stadio Giuseppe Meazza di San Siro a Milano.
Storia Di Musica #432 - Martha And The Muffins, Metro Music, 1980
La copertina di oggi ha un che di elegante e di suggestivo, e credo perché sia opera di quel genio di Peter Saville, autore di alcune delle copertine più belle della storia della musica, che prese in prestito una mappa originale della National Topographic Society di Toronto, città dalla quale i protagonisti di oggi provenivano (sul retro, un quadrato blu del mare della stessa cartina).
La storia di oggi inizia a Toronto, nel 1977, anno del punk. David Millar chiese al suo compagno di studi all'Ontario College of Art, Mark Gane, di aiutarlo a formare una band. Millar conosceva una ragazza musicista, Martha Johnson, che chiese di suonare le tastiere; Johnson a sua volta portò con sé un amico del liceo, Carl Finkle, al basso; e il fratello di Gane, Tim, si unì al gruppo come batterista. Con Millar e Mark Gane alla chitarra e Johnson come voce solista, questa fu la formazione che debuttò a una festa di Halloween all'Ontario College of Art nell'ottobre del 1977. Scelsero il nome Martha And The Muffins per distinguersi dai nomi aggressivi adottati da molte band punk dell'epoca. Secondo Mark Gane: "Decidemmo di usarlo come nome provvisorio finché non fossimo riusciti a metterci d'accordo su qualcosa di meglio". Non ne trovarono perché il nome finì per rimanere per i successivi sette anni. Nel 1978, inizialmente come ospite in alcuni concerti, inizia a suonare con la band il sassofonista Andy Haas. David Millar lasciò la band poco dopo, preferendo lavorare come tecnico del suono per i concerti dal vivo e fu sostituito da una nuova musicista, Martha Ladly, che aveva frequentato il liceo con i Ganes. Divenne la seconda tastierista/cantante del gruppo con il nome di Martha, sebbene Martha Johnson rimanesse la cantante solista principale. Con questa formazione nel 1978 pubblicarono il loro primo singolo indipendente, Insect Love, che pur passando del per punk se ne distingue per una melodia più articolata e per le interessanti variazioni vocali. Fu abbastanza per avere poche settimane dopo un contratto discografico con la neonata Dindisc, etichetta sussidiaria della Virgin Records, che durò pochi anni (1978-1982) ma fu decisiva per il successo della new wave più intertessante e musicalmente duratura. La Dindisc chiese al produttore Mike Howlett (già bassista dei Gong) di supervisionare il progetto, che portò i nostri canadesi in Gran Bretagna, nell'esattezza a Shipton-on-Cherwell nell'Oxfordshire, dove nel 1971 Richard Branson aveva costruito The Manor Studio in una bellissima villa di campagna. Le registrazioni dell'Agosto del 1979 furono pubblicate nel Febbraio 1980 con il titolo di Metro Music.
Metro Music è un grande disco di debutto e anche a distanza di decenni funge da eccellente campionario di un'epoca e di un sound ben precisi, la new wave. Martha And The Muffins hanno la innata capacità di saper incidere canzoni pop energiche e divertenti. Prova ne sono i due singoli, Echo Beach e Paint By Number Heart. la prima fu un piccolo successo internazionale, arrivando persino nella Top Ten dei Singoli in Gran Bretagna, e rimane una delle canzoni simbolo della new wave. Paint By Number Heart non riuscì nell'impresa di essere commercialmente rilevante, ma è altrettanto bella e insieme sono irresistibili. Non si sottrassero a scrivere testi piuttosto potenti e intelligenti in questo album, come la bella Saigon (che fu registrata con un arrangiamento diverso come singolo solo nel Regno Unito) con le suggestive voci dei Marthas e l'eccellente esecuzione della band. Mark Gane si distingue con la sua chitarra inconfondibile, presente in modo prominente in tutto l'album, e Andy Haas regala assoli di sax molto orecchiabili e memorabili. L'album contiene anche canzoni spiritose, come Cheesies And Gum, semplice ed esilarante, con un ritmo dance incalzante. Rimane un disco divertente e che è uno dei primi pilastri della new wave.
La band rimase in Gran Bretagna per il disco successivo, Trance And Dance, che uscì nel settembre dello stesso anno, ma non fu così incisivo. Nel 1981 tornano in Canada, dove pubblicano This Is The Ice Age, che vede per la prima volta in produzione un giovane musicista canadese, Daniel Lanois, che diventerà uno dei più grandi produttori musicali dei successivi 30 anni: l'album è forse il loro più bello, sofisticato e pieno di idee. La band continuerà a suonare per molti anni, cambiando spesso formazione (con This Is The Ice Age entra in formazione la bassista Jocelyn Lanois, parente di Daniel) ed avrà un piccolo culto di appassionati, affascinati dalla loro musica particolare. Sono un gruppo da riscoprire.
Questioni di Lana di Capre*
Questa è la copertina della rivista Time che, nel Giugno 2026 ha stilato una classifica degli atleti più influenti del mondo dello sport, e indicato Lebron James l'atleta del secolo (sic).
Nell'intervista, c'è un riferimento importante: si chiede a James se si consideri il G.O.A.T., acronimo per Greatest Of All Times, il più grande di tutti i tempi.
L'essere vincenti è il simbolo stesso del successo sportivo, e non certo da adesso: negli agoni olimpici antichi, venivano ricordarti, salvo casi rarissimi, solo i nomi dei vincitori delle gare, tutti gli altri non erano degni di essere tramandati ai posteri.
L'iperagonismo degli ultimi tempi ha persino acuito la necessità non solo di definire i vincenti, ma di una ossessiva ricerca di definire i più grandi, per ovvi motivi di prestigio economico e simbolico. Esempio recentissimo, gli articoli usciti dopo la tripletta di Messi che lo ha fatto diventare il maggior realizzatore dei Mondiali di Calcio incoronandolo "più grande di Maradona e Pelè", oppure le speculazioni che ormai da mesi riguardano i Big Three del tennis, Federer, Nadal e Đoković visto che il serbo sembra prossimo al ritiro agonistico, dopo che i primi due hanno già abbondonato i campi da gioco.
Il gioco della classificazione è spesso anche divertente, e da sempre è campo di scontro verbale tra gli appassionati sportivi. Tuttavia c'è un aspetto metodologico, che mi interessa tanto, che proprio in queste occasione viene a galla e mostra tutte le sue contraddizioni, cioè i tentativi di quantificare le qualità.
Mi spiego meglio: solitamente nella scelta del più grande, non bastano le statistiche quantitative, ma si assommano caratteristiche specifiche uniche dei contendenti, questioni di tipo qualitativo. Sempre per rimanere nell'esempio tennistico, Federer, pur avendo vinto molto di meno rispetto a Nadal e Đoković, è considerato da molti il più grande per l'armonia dei gesti, per la gestione del gioco, per l'eleganza del suo tennis. Queste sue caratteristiche hanno una parte soggettiva fondamentale che non potrà essere mai ridotta in numeri. E se nemmeno le statistiche da sole contano (anche perchè a volte danno risultati che scompaginano le sensazioni imperanti sulla forza dei giocatori), si apre una meravigliosa quanto nebulosa zona di ricordi personali, di situazioni storiche (i campioni del passato hanno naturalmente una connotazione diversa da quelli che riusciamo a vedere con i nostri occhi contemporanei), di contesti sportivi a loro volta incomparabili (per metodi di allenamento, attrezzature, regole sportive).
Per tutto ciò, è chiaro che il valore di qualsiasi affermazione del genere avrebbe senso solo restringendo di molto i campi di valutazione, sia in termini tecnici che in termini personali, per decretare alla fine una classifica. Ma farlo vanificherebbe tutta la gioia, spesso retorica ma che è la linfa delle passioni che si mettono nel fare discussioni di tale natura.
Angélique Del Rey, filosofa e docente in una scuola superiore di Parigi, qualche anno fa scrisse un saggio molto particolare, La Tirannia della Valutazione (pubblicato in Italia da Elèuthera) in cui, parlando dell'ambito scolastico, metteva in guardia dall'invasione dei principi quantitativi delle prestazioni economiche nelle valutazioni degli studenti, che non ottengono affatto un principio di valutazione meritocratico ma "l’unica capacità che viene davvero valutata è quella di adattarsi al sistema di valutazione, di essere “come gli altri vogliono che tu sia”, rinunciando spesso alle parti di sé più originali e spontanee. Di fatto questi criteri premiano chi si uniforma e svalutano le differenze, che invece sono alla base del talento e della genialità. Ma soprattutto favoriscono un atteggiamento individualista: fin dalle elementari i bambini sono portati a pensare che devono competere per avere successo, mentre l’empatia e l’atteggiamento collaborativo vengono inibiti. La competizione diventa una forma mentis pervasiva che condiziona tutta la vita" (da un suo intervento al Festival della mente di Sarzana del 2018).
Tra l'altro, è molto singolare la genesi del famoso acronimo di apertura, The G.O.A.T. È stato usato per un uomo, Earl Manigault, streetballer, che non è mai riuscito a raggiungere il grande basket della NBA, quindi non ha nessuna statistica se non le leggende che si raccontano sulle sue incredibili qualità, protagonista delle più sensazionali partite uno contro uno nei playground di tutta New York. Kareem Abdul-Jabbar, uno che spesso è annoverato tra i Goat, al suo ritiro, rispondendo alla domanda su chi sia stato il giocatore di pallacanestro più forte che abbia mai affrontato, ha fatto il nome di Earl.
*Goat in inglese significa anche "capra", tanto che nei post sui social quando si vuole indicare The G.O.A.T. spesso viene inserito 🐐 accanto al nome del grande sportivo. Che per una volta non è una capra semplice, ma una estremamente talentuosa.

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I tag: @tilde44 @ladiagonaleduvide @musicandmovies @musicktoplayinthedark @mtonino @swingwherethebirdssing @barnsburntdownnow @knifeofdreams @trekkiee @clean-asshole @vallensdorothy @dociflamingo @felinefingers
And anyone else who wants to interact ~<3
@justmakesuresheeatsthemouse mi ha taggato per pubblicare 5 canzoni che sto ascoltando in questo momento: grazie!!
I tag: @vslpdbq @cinic00ttimismo @sottileincanto @r1peness @noiredesir @gimmigezz @veroves @vicolizena @pazzoincasamatta @momo---xxx---xxx @tsertsvi
E chiunque altro voglia partecipare.
@mtonino <3
5 songs I am currently listening to.
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@vslpdbq ❤️🔥thank you for tagging me!
5 songs I am currently listening to:
(the last one counts as a full LP but technically it's a single track and I've been listening to it, so...)
tagging @vivenda @mrs-emptiness @gimsydelfuturo @diceriadelluntore @voluptasinfurs and whomever wants to join, molta brigata vita beata and all that stuff
chiamato alla condivisione da @turuin e da @r1peness, 5 canzoni che ho ascoltato molto ultimamente (che però non anticipano le nuove storie di musica, embè!)
The Tragically Hip · Fully Completely · Song · 1992
The Beautiful South · Solid Bronze - Great Hits · Song · 2001
Van Der Graaf Generator · H To He, Who Am The Only One (Deluxe) · Song · 1970
Ryan Adams · Heartbreaker · Song · 2000
Elvis Costello · Mighty Like A Rose · Song · 1991
Invito alla condivisione tutti quelli che vogliono mettere insieme le loro canozni del momento
Storia Di Musica #431 - The Trip, Atlantide, 1972
Dopo aver lasciato I Camaleonti, gruppo storico del beat italiano degli anni '60, Riki Maiocchi va a Londra, nel 1966. Nella città che è il centro artistico musicale d'Europa e forse anche del mondo, Maiocchi mette insieme un gruppo di musicisti: il batterista Ian Broad gli presenta un chitarrista, Ritchie Blackmore, (già noto session man che aveva fatto parte di altre band del Regno Unito), un bassista, Arvid "Wegg" Andersen, e un secondo chitarrista, Billy Gray. Con questa formazione Maiocchi riparte per l'Italia dove si presenta in numerosi festival come band psichedelica, dal nome Maiocchi & The Trip, ma già a dicembre Blackmore torna nel Regno Unito per poi formare nel 1968 i Deep Purple e la band si separa da Maiocchi. Rimangono un trio e decidono di restare in Italia: si uniscono prima il tastierista savonese Joe Vescovi e poi nel giugno 1967 il batterista torinese Pino Sinnone, uscito dalle Teste Dure e dai The Rogers, che sostituisce Broad allontanato dall'organico per questioni disciplinari. Siamo in piena epoca psichedelica e il quartetto mantiene il nome di The Trip ("il viaggio") con allusione all'esperienza lisergica, anche se il nome, scelto da Andersen, in realtà era riferito al viaggio che portava i ragazzi in Italia. Nasce così un gruppo che ebbe un ruolo particolare nel progressive italiano, grazie a caratteristiche musicali interessanti, come le tastiere del formidabile Vescovi, un mix accattivante di beat, rock e blues con qualche venatura sinfonica, che i critici battezzano "musica impressionistica". Con l'inserimento di alcuni loro brani nella storica compilation Piper 2000, con brani eseguiti nello storico locale romano, riescono ad ottenere un contratto per la RCA.
Si stabiliscono in una grande casa, Villa Rosso del comune di Cisano Sul Neva, che diventa sia luogo di ritrovo, anche per altri artisti, che di registrazioni. I primi due album, The Trip (1970) e soprattutto Caronte (1971) sono due gemme del prog italiano, ma quando la band è una realtà del panorama del progressive italiano, Gray se ne va, per tentare una carriera solista, e anche Pino Sinnone, che non suonerà più nei successivi trent'anni a livello professionistico.
Lo rimpiazzano con Furio Chirico, esponente di spicco del "disparismo" ritmico, Vescovi decide di rendere ancora più centrali le sue tastiere e il suo virtuosismo e non cercano un nuovo chitarrista, trasformando The Trip in un trio tastiera, basso e batteria, sull'esempio di Emerson, Lake & Palmer. Ne viene fuori il disco di oggi, Atlantide, che arriva nei negozi nel maggio 1972. Concept album ispirato al mito di Atlantide e incentrato su tematiche ambientali, dove la trama è spiegata dai sottotitoli (in italiano) mentre i testi in inglese di Arvid 'Wegg' Andersen aggiungono tocchi di colore per stimolare l'immaginazione. La splendida copertina realizzata dagli Up & Down Studio (che vi presento nella versione LP aperta, in tutta la sua magnificenza) cerca di descrivere il complesso contenuto musicale accompagnando le storie delle canzoni. Il brano strumentale d'apertura, Atlantide, trasporta indietro nel tempo, sul mare, per mostrarvi una spettacolare alba sul continente di Atlantide. Inizia dolcemente con una delicata introduzione al pianoforte, poi il ritmo si intensifica e le lancette dell'orologio iniziano a girare all'indietro, sempre più velocemente. Quando il ritmo si placa, la musica evoca un paesaggio onirico ed esotico. Segue Evoluzione dove musica e testo descrivono i primi segni di vita sul misterioso continente e la sua civiltà avanzata, in cui menti vuote seguono ciecamente il loro leader, il prescelto, un maniaco spietato che sfida Madre Natura alla ricerca di sempre più potere. Leader, spiega infatti che il popolo di Atlantide crede nel suo leader e nelle sue promesse di una vita migliore in un futuro in cui regnerà l'Energia, tanto che lo strumentale Energia descrive il momento in cui l'Energia, fonte di un potere illimitato e incontrollabile, cade nelle mani del leader e la sua follia esplode… Tutti gli uomini saranno schiavi! Ora X apre il secondo lato del disco, dando voce alla follia del leader che vuole essere re per sempre, governando il mondo intero, ma Analisi, dal ritmo malinconico, esprime l'illusione di poter imbrigliare Madre Natura che si sgretola, gli uomini che non ne usano le energie vitali nel modo corretto vengono travolti dalla sua forza e un intero continente è stato distrutto dall'avidità perché folle insensate non hanno lottato per la sopravvivenza e la libertà, ma hanno scelto di seguire le vuote promesse di un leader senza scrupoli e spietato. Il disco si conclude con la marziale Distruzione, che descrive anarchia e cataclisma e presenta un grande assolo di batteria, e il breve "Il vuoto", che chiude l'album e narra gli ultimi istanti di Atlantide, cancellata dalle mappe e sommersa dal mare.
Il disco dura in tutto una mezz'ora, quasi una rarità nel prog dell'epoca. Accolto benissimo dalla critica, nel 1973 riprovano il tema concept con Times Of Change, che vira decisamente al nascente jazz rock, ma ebbe meno fortuna. Dopo Time of Change Chirico abbandona i Trip per formare un proprio organico fusion, gli Arti e Mestieri. Vescovi e Andersen ingaggiano Nunzio "Cucciolo" Favia proveniente dagli Osage Tribe, ma il trio finisce per sciogliersi. Dopo la separazione, Vescovi che è un musicista con i fiocchi collabora con nomi famosi del panorama italiano, tra cui i Dik Dik e Umberto Tozzi, con cui suona in tutti i dischi degli anni '80. Si riformano come trio, nel 2010, con Wegg Andersen, Joe Vescovi e Furio Chirico e nel 2011 ristampano in Cd Atlantide (con esibizioni live di tutti i brani), un album eccellente, il cui concept distopico, in un'epoca di cambiamenti climatici e sfide ambientali, è ancora attuale e originale.
Ma tu scopi? O sono solo parole?
Se si ha in libreria L'Unico e la sua proprietà di Max Stirner, è d'obbligo.
Altrimenti solo se ci piaciamo almeno un pochino. Chi fa queste domande in anonimo rischia il no anche qualora possedesse il libro in verità.
Talenti Massimi
Scrivere un aforisma, per chi lo sa scrivere, è spesso difficile. Ben più facile è scrivere un aforisma per chi non lo sa fare.
Karl Kraus, Detti e contraddetti, 1909
Sarebbe bello leggere qualcosa di te e leggere te attraverso le tue parole e non filtrarti dagli aforismi. Comunque complimenti per la capacità di ricordarli tutti, hai tanta memoria.
È piuttosto pregiudiziale l'accostamento aforismi\non dire nulla di proprio. Tutti quelli che ho postato li ho letti, trascritti, ricordati e da qualche tempo a questa parte anche controllati nelle fonti sulla correttezza.
Inoltre, il mio blog è completamente personale, ho scritto di tantissimi argomenti, non rebloggo mai cose altrui se non in determinate circostanze e tutti i post che scrivo parlano delle cose che mi piacciono, spesso, e di quelle che non mi piaccio, più raramente.
Detto ciò, se vuoi sapere se ho gli occhi verdi o grigi o quanto sono alto, lo puoi chiedere benissimo in privato, io non ho mai creduto che questi particolari siano all'inizio fondamentali. Ti dico di più: su questo posto ho conosciuto e continuo a conoscere persone interessantissime, alcune diventate parte fondamentale della mia vita, senza che nessuna di esse all'inizio si sia fatta alcun problema se scrivo o meno gli aforismi.

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Storia Di Musica #430 - Chicago, Chicago XI, 1977
Le storie musicali di Giugno avranno come filo conduttore una mappa in copertina. E la prima che mi è venuta in mente è proprio quella di oggi, che rappresenta la città di Chicago sul lago Michigan ma con il famoso logo di una delle più popolari e di successo band americane degli anni '70.
Con il nome Chicago Transit Authority nasce nel 1969 una delle formazioni che, nel corso del decennio successivo, venderà più dischi, avrà più singoli in top ten e diventerà una sorta di colonna sonora per una parte degli statunitensi. Il debutto, omonimo, contiene addirittura degli spezzoni della Convention Democratica del 1968 tenutasi a Chicago, passata alla storia per le fortissime tensioni interne al partito, per la non candidatura del presidente Johnson, e per gli scontri repressi dalla polizia municipale per le proteste contro la Guerra in Vietnam e per gli assassinii recenti di Martin Luther King e di Robert Kennedy. Il primo nucleo, Big Thing, si formò nel 1967 con Terry Kath (voce e chitarra), Walter Parazeider (sassofono), Daniel "Danny" Seraphine (batteria) e con James William Guercio, bassista e produttore di Los Angeles che aveva già lavorato con Blood Sweat & Tears e nella banda dei Mothers Of Invention di Frank Zappa. La band piano piano si organizza in un formidabile settetto, con Robert Lamm (tastiere e voce), Peter Cetera (basso e voce) e aggiunte ai fiati da James Parlkow (tromba) e Lee Longhnane, con Guercio che passa alla produzione. La band si caratterizza per le evidenti abilità strumentali e per la facilità con cui spaziano dal rock blues al jazz rock, con una spiccata e naturale facilità a creare melodie accattivanti ed eleganti. Altra caratteristica, sono decisamente prolifici: divenuti dal secondo album semplicemente Chicago, i primi tre dischi sono tutti doppi LP, il primo live, lo storico Live At Carnagie Hall, è addirittura un quadruplo disco, il tutto in 2 anni. Continueranno fino al 1977 al ritmo di un disco all'anno tutti chiamati Chicago con un numero progressivo romano, a cui susseguentemente i cataloghi e i gruppi di fan daranno un nomignolo in base alla caratteristica della copertina, con il famoso logo disegnato da John Berg, ispirato a quello della Coca-Cola, che diventerà iconico. Il successo li porterà perfino a produrre con Guercio un film, da lui diretto, Electra Glide In Blues (1973) dove hanno piccoli ruoli.
La band è al massimo del successo nel 1977 quando pubblicano Chicago XI (undicesimo disco del catalogo, nono in studio) che è conosciuto come "Regional Map" per la mappa in copertina. Si inizia con il funky e incalzante Mississippi Delta Blues che apre l'album mettendo in mostra le doti di compositore e interprete di Terry Kath. La più aggressiva Takin' It On Uptown è un grintoso pezzo rock che dimostra ulteriormente l'impareggiabile maestria di Kath alla chitarra. Questi brani più duri sono bilanciati da un'altra serie di leggere ballate pop firmate dagli altri musicisti, in particolare Peter Cetera con Baby, What A Big Surprise è stata il perfetto successore da Top Ten del suo brano di successo e vincitore di due Grammy If You Leave Me Now tratto da Chicago X (1976). Altri brani più leggeri dell'album, come Take Me Back To Chicago di Daniel Seraphine o la sua leggermente più cupa e orchestrata Little One, con una voce solista davvero emozionante di Kath. A proposito di orchestrazione, Chicago XI include anche una vera e propria mini-sinfonia per gentile concessione del noto arrangiatore della West Coast Dominic Frontiere, il cui curriculum vanta collaborazioni con artisti disparati come Booker T. & the M.G.'s e Bing Crosby. In questo album, non solo aggiunge archi ben posizionati alla hit Baby, What a Big Surprise, ma anche al più inclusivo brano strumentale The Inner Struggles Of A Man e al Preludio di Little One. Degna di nota è anche la soul ballata pop di James Pankow 'Till The End of Time.
Seppur di successo commerciale degno del nome della band, questo album segnò definitivamente il destino della band: la rottura alquanto burrascosa, con il produttore e mentore musicale James William Guercio, sotto la cui direzione i Chicago erano stati "scoperti", e le tensioni con il management sull'utilizzo così estensivo del logo e della numerazione degli Album. A ciò si aggiunse una grande tragedia: durante un party, a gennaio del 1978, giocando con una pistola che credeva scarica, Terry Kath giocando alla roulette russa finì per spararsi in testa. La band, sconvolta, era sul punto di sciogliersi, ma alla fine fu deciso di continuare: cambio di produzione, con Phil Ramone, e nuovo cantante, Donnie Dacus, già con la Steve Miller Band, e finalmente nominano diversamente anche un disco: Hot Streets esce nel 1978 con due singoli di successo, un altro disco di platino (che nel 1978 significava vendere un milione di copie) ma è il primo disco dal debutto di 9 anni prima che non arriva in Top 10 in classifica. In parte forse fu la decisione di continuare, in parte anche il cambio di stile, con non pochi echi di disco music che in quei mesi stava esplodendo come stile imperante. Ma la band continuerà ancora per anni, suonando ahimè sempre più prevedibile, e imperterriti dopo Hot Streets continueranno a chiamare i dischi Chicago con i numeri romani … dei testa dura incredibili.
Colori di fine primavera