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Tuttavia al giorno d'oggi, il vero pericolo è tra i boschi.
I FIGLI TI CATTURANO
I figli ti catturano. Non è una metafora, è una descrizione tecnica. Loro tendono la rete, tu ci cammini dentro e non te ne accorgi nemmeno, perché la rete è fatta di cose bellissime: un odore di capelli, una mano piccola che cerca la tua, una voce che dice papà con quella inflessione precisa che non esiste in nessun'altra lingua del mondo. Sei fregato prima ancora di rendertene conto. E quando te ne rendi conto, sei già troppo dentro per uscire.
Ti catturano con le domande. Perché il cielo è blu? Perché i cani non parlano? Perché tu e la mamma litigate? E tu, che pensavi di aver smesso di interrogarti sul senso delle cose intorno ai ventidue anni, ti ritrovi alle undici di sera a fissare il soffitto cercando una risposta onesta alla questione dei cani. Stai perdendo tempo prezioso. Invece sei lì, in trappola, e la cosa più assurda è che non vorresti essere da nessun'altra parte.
Poi le domande finiscono. Arrivano le richieste. Papà mi porti a calcio? Papà mi passi a prendere? Papà mi presti i soldi per sabato sera? Diventi un servizio di trasporto con il portafoglio, un taxi che conosce tutte le strade e non chiede mai la mancia. Corri. Corri la mattina per il lavoro e il pomeriggio per loro, e la sera ti siedi sul divano con quella faccia di chi ha appena perso una guerra che non ricorda nemmeno di aver dichiarato. Il tuo corpo si piega sotto il peso di una giornata che non ha mai abbastanza ore. La schiena te lo dice. Le ginocchia anche. Ma sei utile, sei necessario, sei al centro di qualcosa, e questa sensazione ti basta. E tu devi resistere, perché poi si devono recuperare nella notte i figli in giro per locali.
Poi arriva il momento in cui smettono di chiedere. Non di colpo, piano piano, come una marea che si ritira. Prima non hanno bisogno che tu li accompagni. Poi hanno gli amici che li vengono a prendere. Poi hanno la patente, il motorino, la macchina, e tu ti ritrovi in garage con le chiavi in mano senza nessuno a cui portarle. Un pomeriggio aspetti che ti chiedano qualcosa e non te lo chiedono. Un weekend passi accanto alla loro porta chiusa e non bussi, perché hai imparato a rispettare quella distanza, e quella distanza rispettata ti pesa come un torto che non sai a chi attribuire.
Li chiami. Stanno bene. Hanno da fare. Ci sentiamo. E tu rimetti il telefono in tasca con quella sensazione strana di chi ha appena ricevuto una buona notizia che però fa male.
Allora ti guardi allo specchio, e lì c'è la risposta a tutte le domande che non ti sei mai fatto. Gli anni sono passati mentre eri distratto a fare il padre. Hai messo peso nei posti sbagliati e perso capelli in quelli giusti; oppure il colore dei tuoi capelli non è più brillante, ma sbiadito e grigio. Ti sei curvato, letteralmente, sotto il peso di una vita che hai costruito per loro e che adesso, stranamente, va avanti benissimo senza di te. Il centro di gravità si è spostato e tu non te né sei accorto.
La sera, seduto sul divano di una casa troppo silenziosa, ti fissano due paia di occhi. Il gatto, con quella sua espressione di sufficienza antica, che ti valuta e ti trova accettabile ma non indispensabile, se non per il cibo. Il cane, invece, ti guarda con una fedeltà imbarazzante, scodinzola agitandosi, ha ancora bisogno di te per scendere, per mangiare, per esistere. E tu lo guardi e pensi: ecco chi sono rimasto. Quello che porta giù il cane, che nutre il gatto e si rimpiange allo specchio.
Ma poi, camminando per strada a quell'ora di sera in cui la città si fa più onesta, con il cane che annusa ogni angolo come se il mondo fosse appena stato inventato, capisci una cosa. I figli non ti hanno abbandonato. Ti hanno restituito a te stesso. Solo che tu, di te stesso, nel frattempo ti eri un po' dimenticato, se non perso del tutto. Non ti riconosci più, guardi le vecchie foto di serate con amici. E adesso non sai bene da dove ricominciare.
Forse dal cane. Che almeno è ancora lì.
Ti guardo. Mi parli dei tuoi progetti che ti porteranno lontano. Sorridi. Ma un istinto primordiale mi dice di chiuderti in una stanza a chiave per tenerti qui. Di tenerti stretto come quella volta che eri così piccolo da stare tutto nelle mie braccia e abbiamo passato tre mesi soli a guardare fuori dalla finestra la neve e il gelo. Mi parli. Sorrido anche io. Torno calma. Buon viaggio e buona vita amore mio.
Lausanne, 8 aprile 1933
Cara Pie,
ECCO UNA LISTA DI COSE DI CUI NON C'È BISOGNO CHE TI PREOCCUPI:
• Non preoccuparti se le persone ti sembrano strane
• Non preoccuparti se le cose ti sembrano confuse
• Non preoccuparti se non capisci esattamente cosa vuoi
• Non preoccuparti per le persone che ami
• Non preoccuparti per le persone che non ti amano
• Non preoccuparti per la morte
• Non preoccuparti per il futuro
• Non preoccuparti se ti senti in colpa (ma cerca di capire perché)
• Non preoccuparti di essere felice
• Non preoccuparti di diventare famosa
ECCO INVECE UNA LISTA DI COSE DI CUI DOVRESTI COMINCIARE A OCCUPARTI:
• Essere gentile con gli altri
• Mantenere sempre la parola data
• Saper perdere con grazia
• Evitare l'invidia
• Non raccontare bugie
• Essere puntuale
• Usare bene il proprio talento
• Tenere la testa alta, sempre
Se riesci a ricordarti anche solo metà di queste cose, Pie, andrà tutto bene.
Ti voglio bene.
Papà.
- Lettera di Francis Scott Fitzgerald alla figlia. La lettera non fu mai spedita, venne ritrovata tra le sue carte alla sua morte

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Questa è una canzone che non invecchia mai perché non parla di una guerra specifica. Parla della struttura eterna della guerra: la sua banalità, la sua assurdità, la sua umanità fragile. Ed è proprio questo che la rende attualissima.
Oggi come allora, nei conflitti contemporanei, la narrazione ufficiale parla di strategie e geopolitica, ma chi muore continua ad avere nomi semplici, quasi domestici. Nomi che potrebbero essere quelli dei nostri amici, dei nostri figli, dei nostri vicini di casa. E in quel momento la retorica si incrina, perché la guerra smette di essere un concetto e torna ad essere una perdita.
La canzone consegna una verità scomoda: la guerra esiste solo finché riesce a disumanizzare e dividere. Finché trasforma persone in bersagli, storie in numeri, volti in uniformi. Nel momento in cui il nemico riacquista un volto, tutto il meccanismo si inceppa. È lì che la guerra mostra la sua fragilità morale.
Ci ricorda anche che la guerra è un luogo dove i valori umani funzionano al contrario, come uno specchio incrinato. La pietà diventa debolezza, l’empatia diventa rischio, l’esitazione diventa colpa. È un mondo capovolto, dove essere umani può risultare fatale.
E poi il finale, con i campi di grano e il vento, resta addosso come un silenzio freddo. La natura continua. La guerra no. Le stagioni non si fermano, il cielo non prende posizione, il grano cresce anche sopra le storie spezzate. Oggi questo contrasto risuona con una forza quasi insopportabile: immagini satellitari, città distrutte, e intanto il tempo che scorre imperturbabile.
In tutto questo emerge il genio del grande Fabrizio De André. Lui non urla, non predica, non costruisce slogan. Sceglie invece la via più difficile: raccontare un singolo uomo. Riduce la guerra a un gesto, a un’esitazione, a un attimo sospeso tra due respiri. E proprio in quella sottrazione sta la sua grandezza. De André non ha bisogno di descrivere l’orrore in modo spettacolare, perché sa che l’orrore più potente è quello che nasce dalla normalità.
Il suo genio sta nell’aver trasformato una storia minima in una parabola universale. Piero non è un simbolo costruito, è un ragazzo. Ed è proprio questa semplicità a renderlo eterno.
Per questo la canzone non “commenta” le guerre. Le attraversa. Le spoglia. Le smaschera. E ogni volta che la si riascolta lascia la sensazione che, più che parlare del passato, stia interrogando il nostro presente.
❤️🩹🫡🌷😓
La guerra di Piero
(Fabrizio De André)
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi
Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente
Così dicevi, ed era d'inverno
E come gli altri verso l'inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve
Fermati Piero, fermati adesso
Lascia che il vento ti passi un po' addosso
Dei morti in battaglia ti porti la voce
Chi diede la vita ebbe in cambio una croce
Ma tu non lo udisti e il tempo passava
Con le stagioni a passo di giava
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera
E mentre marciavi con l'anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue
E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore
E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l'artiglieria
Non ti ricambia la cortesia
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chieder perdono per ogni peccato
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato ritorno
Ninetta mia, crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio
Ninetta bella, dritto all'inferno
Avrei preferito andarci d'inverno
E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi un fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi
Mi dispiace per i miei futuri figli, perché non sono mai stata brava in matematica, perciò a piangere sul tavolo della cucina saremo in due