Torniamo dunque al Duce. Le sue qualità principali sono quelle forme inferiori dell'intelligenza che si chiamano fiuto e furberia. Di solito, pertanto, se la situazione è confusa e la prospettiva incerta, prima di impegnarsi in una chiara direzione, egli preferisce praticare il doppio giuoco. (Quando ha creduto di fare di testa sua per coerenza con i suoi principi, gli è andata sempre male.) Nell'agosto del 1914, come direttore del giornale socialista Avanti!, egli sostenne la politica socialista di avversione alla guerra. Ma apparendogli già allora che l'Italia non avrebbe potuto alla lunga restare neutrale e ripugnando al suo spirito attivista la posizione passiva della pace, mentre sul giornale continuava a scrivere articoli contro la guerra, aveva cura di annodare approcci con elementi che lavoravano per far intervenire l'Italia accanto all'lntesa. Un giornale avversario denunciò quel doppio giuoco in un articolo intitolato "L'uomo dalla coda di paglia" e costrinse Mussolini a uscire dall'equivoco e a dichiararsi affrettatamente per la guerra. Nel dopoguerra, durante il periodo in cui tutti aspettavano in Italia una rivoluzione proletaria, egli speculò contemporaneamente, sulla sconfitta del socialismo e sulla sua vittoria. Quando nel settembre del 1920 gli operai metallurgici, seguiti dagli operai di altre categorie, occuparono le fabbriche e a molti sembrò che nulla potesse più arrestare il movimento rivoluzionario dei lavoratori, Mussolini, come ho già ricordato, non perdette tempo, chiese di poter conferire col comitato che dirigeva il movimento e ad esso dichiarò: "Seguo con simpatia l'occupazione delle fabbriche. Per me è indifferente se le fabbriche appartengono ai padroni o agli operai. L'importante è il rinnovamento morale della vita del paese". Quando però il movimento fallì e la paura delle classi possidenti si tramutò in arroganza, allora Mussolini insorse "contro il tentativo di precipitare l'Italia nel baratro del bolscevismo" e si offrì agli industriali come salvatore del paese "dalla minaccia asiatica del socialismo". Dopo la conquista del potere egli liquidò gradualmente tutti gli altri partiti, col doppio giuoco ch'egli stesso definì dell'ulivo e del manganello. Un esempio varrà per tutti. Cesare Rossi, capo dell'ufficio stampa del governo fascista, ha rivelata come nel luglio del 1923 Mussolini impartisse ordine ai fascisti di Firenze, Pisa, Milano, Monza e altre località minori di devastare durante la notte le sedi delle associazioni cattoliche. Nello stesso tempo, secondo un documento pubblicato dallo storico Salvemini, egli spedì un telegramma ai prefetti di quelle provincie perché esprimessero ai vescovi locali la più sincera deplorazione del governo fascista per le avvenute devastazioni. Quando Mussolini ha trasferito sul terreno internazionale questa tattica che gli aveva dato frutti copiosi in politica interna, è riuscito, facilmente a tenere in iscacco la Società delle Nazioni. Chiunque procede a un attento confronto tra la cronaca della guerra d'Abissinia, quale risulta dal libro del generale De Bono, e la politica temporeggiatrice del rappresentante fascista a Ginevra, si accorgerà che tutte le proposte avanzate a Ginevra, coincidevano sempre con l'adozione di nuove misure di guerra. Nessuno può negare che il giuoco non sia ben riuscito e, se non vi fossero andati di mezzo i poveri abissini, nulla m'impedirebbe di rallegrarmi che i governanti inglesi, così prodighi di aiuti ed elogi a Mussolini finché egli ha esercitato la sua arte di governo sui poveri democratici italiani, abbiano avuto occasione di sperimentarne a proprie spese la lealtà.
Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, Oscar Mondadori, 1977; pp. 110-11.
[1ª ed. originale Die Schule der Diktatoren, Europa Verlag, Zurigo, 1937; 1ª pubblicazione in Italia a puntate su Il Mondo nel 1962]