10 ipotesi su Meloni, Salvini, De André e Guccini
A qualche giorno di distanza, ritengo che questa questione della partecipazione di Salvini al tributo a De André, come anche le dichiarazioni di Meloni di gradire il repertorio di Guccini, vadano approfondite in modo critico.
Più che cercare di capire cosa avrebbe fatto FDA e cosa avrebbe detto Guccini (che su Salvini & Co. ne aveva già dette tante) bisognerebbe capire cosa muove questi leader di destra a esprimere il loro consenso per un cantautore dichiaramente anarchico e uno socialista libertario, apertamente antifascista.
I cantori dopo morti diventano tutti più buoni
È quello che ho provato a fare in un post più lungo e articolato di così, del quale condivido qui il finale azzardando una decina di ipotesi sull'atteggiamento della premiata ditta Salvini & Meloni:
1. Cercano pubblicità e innescano una polemica che può permettere loro di tornare a dibattere contro l’egemonia culturale della sinistra e il suo presunto senso di superiorità.
2. Sono affezionati a canzoni come Primavera di Praga di Guccini o Un giudice di De André, che possono essere interpretate in modo compatibile con la loro visione del mondo. Ammesso, naturalmente, che ne conoscano davvero il senso.
3. Gradiscono le canzoni meno ideologizzate dei due autori e le altre o le ignorano o non le capiscono affatto.
4. Certi cantautori sono ormai nazionalpopolari e un leader politico non può permettersi di andare contro ciò che ama una parte consistente del suo popolo.
5. Sono sinceramente attratti dalla carica emotiva e poetica delle canzoni di questi cantautori. Questo neppure posso escluderlo. D’altra parte anch’io posso restare impressionato e perfino emozionato davanti ai film nazisti di Leni Riefenstahl e, diversamente dal povero Woody Allen, riesco ad ascoltare Wagner senza sentire l’impulso di invadere la Polonia.
6. Vogliono neutralizzare la carica sovversiva delle canzoni più ideologizzate, rappresentando che se piacciono anche ai leader della destra, in fondo così sovversive non possono essere.
7. Sono sinceramente attratti dalla musica e dagli arrangiamenti, come un italiano che ama il rock americano senza conoscere l’inglese.
8. Vogliono sottrarre questi autori alla presunta egemonia culturale della sinistra, dimostrando che De André, Guccini e gli altri non appartengono a una parte politica e che la loro musica può essere rivendicata anche dalla destra.
9. Separano le canzoni dai loro autori: amano un brano, ne condividono magari la musica o il testo, ma considerano irrilevanti le idee politiche di chi lo ha scritto. In fondo, una volta entrata nella memoria collettiva, una canzone appartiene a chiunque voglia ascoltarla.
10. La loro formazione musicale precede quella politica: sono canzoni ascoltate nell’adolescenza, quando l’identità ideologica adulta non si è ancora formata. Meloni citava già Cirano ai suoi primi Atreju, quando era ancora una giovane dirigente di Alleanza Nazionale, e Salvini racconta di aver suonato La locomotiva già a sedici anni. Non sarebbe dunque né un recupero postumo calcolato né un godimento puramente musicale: è la sedimentazione di un gusto che precede l’ideologia e può restare intatto anche quando, politicamente, si prende una strada molto diversa. Una sorta di imprinting generazionale, precedente alla scelta di campo.
Insomma, forse il problema non è stabilire chi abbia il diritto di ascoltare una canzone. La musica è di tutti.
Ma fino a un certo punto.
Perché includere coloro che escludono può finire per escludere proprio quelli che si dovrebbero includere.
Come quel fatto là di tollerare gli intolleranti.















