La quiete feriale d'autunno è una grazia nuda. È l'ora in cui le cose abbandonano la loro fretta e il cuore si fa un po' più piccolo, un po' più vasto. Giungere alla città è attraversare un'intuizione: la siepe, fitta, quasi un sipario di velluto povero, dove viburni e faggi si scambiano il segreto di un colore bruciato, l'ocra e il violaceo che il silenzio genera. L'aria, un niente di vento, tiene il pennello; disegna sull'ingresso di pietra un merletto fragile, un battito d'ombra che scompare. Ma è in questo niente che si deve imparare a guardare. Il cielo e le piante sono la stessa povera materia, la carne del reale. La loro contiguità non è una semplice somma, ma la linea dove la contraddizione e la pace si tengono per mano, puntando verso un senso che non si svela mai del tutto, come la lettera greca χ che è un crocevia. L'inquietudine serale è l'ombra portata dell'essere: l'unica vera luce si nasconde nella sua duplice natura.