Guccini è stato la mia infanzia. Era mio padre che cantava La locomotiva nelle sere estive piene di stelle, accompagnato dalla chitarra a 12 corde del vicino di casa, tutti seduti sotto il grande platano davanti casa. Era mio zio che fischiettava Dio è morto mentre preparava la colazione la domenica mattina, con l'odore del caffellatte e della marmellata che inondava la grande cucina. Era la giovane amica di mia mamma che mi portò a un concerto del maestro a Prato e me lo ricordo bene il suo viso mentre cantava, eravamo vicinissime al palco. Era mia mamma che con la sua sciarpa colorata e il montgomery verde oliva, appena entrata in casa metteva sul giradischi i suoi vinili e adorava Eskimo. Ed ero io, quella che a scuola chiamavano la strana - casa strana, famiglia strana, nascita strana, perfino cognome strano - che stavo in fissa con La canzone dei dodici mesi. Sarà che quel ritornello, non so perché, a sette anni mi si è conficcato in testa come una coltellata e poi non se n'è più andato. Oggi, mentre lo sussurravo nel casco, non sono riuscita a non commuovermi.