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Ti auguro di attirare qualcuno
che aggiunge pace al tuo mondo,
non confusione nel tuo cuore.
Sometimes my Life sound like this......
L’appuntamento…
Ci conoscevamo dai tempi della scuola materna, ma per la prima volta dovevamo incontrarci in un albergo.
Il messaggio che mi ha scritto il mio amico era molto preciso. L’albergo si trovava al centro, vicino al comando di polizia. Entrando nella hall, in fondo a destra c’era la reception. A sinistra gli ascensori. Dovevo salire al terzo piano per raggiungere la stanza 323 che prometteva bene in quanto i numeri palindromi mi hanno sempre portato la fortuna…
Arrivo in albergo. Entro dentro. A destra la reception, a sinistra gli ascensori. Salgo al terzo piano. Percorro tutto il corridoio ma stranamente non trovo la stanza in quanto i numeri finiscono prima. Notò una porta di servizio ma è chiusa. Sono confusa. Per fortuna, a fianco dell’ascensore, noto appesa al muro una planimetria del piano di evacuazione.
Di sicuro molti di voi l’hanno visto almeno una che per obbligo di legge deve essere presente negli edifici pubblici. È una rappresentazione grafica dell’edificio (del piano d’edificio). Ti permette di “guardare” attraverso i muri e porte chiuse e vedere la disposizione degli spazi. Mi metto a studiarla e scopro che dietro la porta chiusa c’è un lungo corridoio con altre stanze ed altri ascensori. Niente, scendo giù. Prendo un’altro ascensore che si trova sempre a sinistra rispetto alla reception.
Salgo su al terzo piano. Percorro il corridoio dall’altra parte della porta di servizio chiusa. Finalmente trovo la stanza 323. L’eccitazione sale alle stelle, cuore in gola… Busso e attendo di vederla spalancarsi davanti a me. Ma non succede nulla! Busso un’altra volta. Ma nessuno me la apre. C’è un silenzio assoluto. Chiamo il mio amico chiedendolo di aprirmi sta benedetta porta…
- Scusami ma non ti ho sentito bussare. Te la apro subito!
- Ma dove sei??? Qui non c’è nessuno…
Fuoriesce che ho sbagliato l’albergo! Ce n’era un’altro dietro il commando di costruzione più recente di quale non sapevo l’esistenza!
Percorro il corridoio, scendo con l’ascensore, corro ad altro albergo che per fortuna sta abbastanza vicino.
Entro dentro. Lo stesso scenario: la reception in fondo a destra. A sinistra gli ascensori. Salgo al terzo piano. Percorro il corridoio e mi presento davanti un’altra porta con il numero 323…
Busso… La porta si apre e dietro di essa finalmente vedo il mio amico con l’espressione molto divertita. Entro dentro e la storia finisce qui…
Please do not disturb!
Ricordo sbloccato cazzeggiando con @leprovocazionidisasha e @giogel
How long until you named yourself?

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✍️💭💐🥀🫀🎭
Imperfettamente umana e improvvisata
A volte penso che siamo tutti un po’ attrici e attori senza aver mai fatto provini.
Entriamo in scena a luci già accese, con il cuore che batte troppo forte e nessuno che ci abbia insegnato davvero come si fa.
Alcuni sembrano sicuri, perfetti nei movimenti, come se conoscessero la direzione fin dall’inizio.
Ma se ti avvicini abbastanza, sotto quella superficie liscia, senti lo stesso tremore.
Lo stesso che ho io.
Anche chi dice di non recitare, forse ha solo imparato a indossare meglio la propria maschera.
Non è più vero degli altri. Solo più abituato a restare in equilibrio.
Dentro, però, c’è la stessa confusione che ci attraversa tutte.
Nessuna è davvero arrivata.
Non esiste un punto in cui fermarsi e dire: adesso so, adesso sono in pace.
Ci raccontiamo che accadrà, prima o poi. Che arriverà un giorno limpido, perfetto.
Ma forse è solo un miraggio gentile, qualcosa che ci tiene in cammino quando la strada si fa buia.
La verità è più nuda.
Viviamo così: proviamo, sbagliamo, aggiustiamo, riproviamo.
Cadiamo. Ci rialziamo.
Con le ginocchia sbucciate e un silenzio nuovo dentro.
E mentre viviamo, raccontiamo.
Raccontiamo la vita come se potessimo davvero contenerla in una storia.
Inventiamo trame per dare ordine al caos, parole per non sentirci disperse.
Ma nel fondo lo sappiamo: ogni certezza è provvisoria.
Quello che oggi chiamiamo verità, domani sarà solo una pelle lasciata indietro.
Forse crescere è questo: accorgersene senza indurirsi.
Capire che non possiamo tenere tutto tra le mani.
Che la perfezione non esiste.
Che non siamo opere finite, ma creature in trasformazione.
È smettere di stringere.
Lasciare entrare aria.
Lasciare passare il vento.
E allora mi dico che essere umana è qui.
Nel non sapere sempre dove sto andando.
Nel cambiare idea, inciampare, ricominciare.
Nel guardarmi senza pretendere di essere intatta.
Accettare le mie crepe senza vergogna.
Perché è da lì che passa la luce.
Perché è lì che respiro ancora.
Non devo essere perfetta.
Devo solo esserci.
Viva, imperfetta, in movimento.
E forse basta questo.
Perché se davvero esistesse un giorno in cui tutto è risolto, finirebbe anche lo stupore.
Finirebbe la ricerca.
Quel disordine fertile che ci tiene sveglie dentro.
Siamo improvvisati, sì.
Ma non nel senso di finti.
Nel senso della musica suonata senza spartito.
Nel senso di chi ascolta il battito e si fida.
Qualcosa di vero nasce proprio lì:
tra una nota incerta e un respiro trattenuto.
Siamo umani, appunto.
Fragili abbastanza da sbagliare.
Ostinati abbastanza da ricominciare.
-E. Tolle
C’era talmente tanta confusione nella mia testa che il mondo fuori lo sentivo appena, passava come un’ombra, la vita era tutta nei miei pensieri