Ci aspettiamo che le cose possano rompersi, per cui ci attrezziamo per aggiustarle. Ma solo quando si tratta di cose, non di persone.
In questi giorni mi sono arrivate due notizie indesiderate.
La prima riguardava la casa dove vive mia madre — di mia proprietà — dove si è rotto il tubo che porta l'acqua dal contatore alla casa. Da rifare completamente.
La seconda riguardava la casa dove vivo io — costruita appena dieci anni fa. Il tetto perde. I condomini sono giustamente arrabbiati: da una casa vecchia ci si aspetta che qualcosa ceda. Da una costruita dieci anni fa, no. E in più, con le infiltrazioni, il problema potrebbe non risolversi mai del tutto — si interviene, si monitora, si convive con una certa dose di incertezza residua.
Eppure, in entrambi i casi, ci siamo seduti, abbiamo parlato, abbiamo trovato un modo per procedere insieme. Nessuno ha abbandonato il tavolo. Nessuno ha detto: siccome ti sei rotto, non ti voglio più.
Ho pensato: perché con le persone non funziona così?
Con le cose diamo per scontato che si rompano, anche quelle nuove, anche quelle che non dovrebbero. Compriamo assicurazioni, facciamo manutenzione, accettiamo che certi danni lascino traccia.
Sappiamo che niente dura senza cura, senza intervento, a volte senza la disponibilità a convivere con qualcosa che non tornerà mai esattamente come prima.
Con le persone invece — con le relazioni — ogni rottura sembra una sorpresa. Una colpa. Un fallimento.
Come se ci aspettassimo che l'amore, l'amicizia, il legame professionale dovessero reggersi da soli, impermeabili, per sempre.
La rottura delle acque precede ogni nascita.
Non è un guasto, quello che accade nelle relazioni, è il segnale che qualcosa di nuovo sta per venire.
Ma richiede che qualcosa si rompa.
Che il contenitore che ha protetto ceda il posto a ciò che ha contenuto.
Forse le relazioni funzionano così. Forse ogni rottura autentica, se accolta invece di negata o punita, è l'inizio di qualcosa che non sarebbe potuto nascere altrimenti.
La domanda che mi porto è questa: cosa cambierebbe se portassimo nelle relazioni la stessa normalità collaborativa che portiamo al condominio?
Se dicessimo, semplicemente: le cose si rompono. Anche tra noi. Anche quando sono nuove. Anche quando non dovrebbero.
E questo non significa che siamo sbagliati: significa che siamo vivi.
E che forse, come con certe infiltrazioni, il lavoro non è eliminare il problema una volta per tutte. È imparare a monitorare, intervenire, restare al tavolo.
P.S. So che il condominio è spesso teatro di liti feroci: pare sia tra le prime categorie di cause civili in Italia.
Non voglio idealizzare: anche lì le relazioni si rompono, e non sempre si ripara insieme.
Quello che ho vissuto io in questi giorni è stato diverso e proprio per questo mi ha colpito. L'ho usato come punto di partenza biografico, non come modello universale.
Il pensiero che mi interessa è altrove: nella nostra difficoltà strutturale ad accettare che le relazioni umane, come i tetti e i tubi, abbiano bisogno di manutenzione e che rompersi non significhi finire.
Mi auguro, con tutto il cuore, che anche la mia storia condominiale continui a fare eccezione ovviamente.