Mi stupisce sempre il viaggio delle parole.
Le scrivi con un’intenzione e un’immagine precise, con un significato che in quel momento è solo tuo.
Poi le lasci andare.
Ed è allora che accade l’inatteso.
Qualcuno vi riconosce una parte di sé.
Qualcuno vi trova un ricordo, una cicatrice, una risposta che non sapeva di cercare.
In quel momento comprendi che le parole non sono mai davvero nostre.
Sono semi.
Tracce.
Ferri del mestiere.
Scavano oltre la superficie e, quando trovano il punto vivo, fanno breccia.
Lì smettono di essere soltanto inchiostro.
Fioriscono.
Ma forse non è tutto.
Forse le parole non servono soltanto a scavare dentro gli altri.
Forse servono anche a svelarci gli uni agli altri, mostrando ciò che siamo attraverso gli occhi di chi ci legge.
Una frase ritorna indietro diversa da come era partita.
Con dentro un pezzo dell’altro.
E una verità che, da soli, non avremmo mai saputo vedere.

















