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Piano/Forte
Sulla curva lucida del pianoforte
la sera
fa tardi.
Lui è seduto.
Le mani ancora tiepide,
come un ultimo accordo
che non vuole andarsene.
Il legno vibra piano,
sa stare zitto.
Lei gli cade addosso
come cade il blues:
senza chiedere.
Di spalle al mondo,
braccia al collo,
un nodo lento
che tiene il tempo.
I corpi si cercano,
si trovano fuori battuta.
Scivolano uno sull’altro
come dita stanche
su tasti consumati.
Lui resta seduto
ma dentro
cammina.
Ogni muscolo ascolta,
ogni respiro
fa swing.
Accordi sporchi.
Respiro che piega il ritmo.
Pelle che impara
una lingua notturna.
La schiena si abbandona,
arco teso
contro il pianoforte.
Il legno regge,
complice,
trattiene il calore
come un vecchio locale
alle tre del mattino.
Nessuna fretta.
Solo brace.
Blue note
sotto la cenere.
Il respiro di lei
gli passa sul viso,
lento,
storto quanto basta.
Lui la tiene
non per stringere
ma per non perdere
il giro.
Il pianoforte raccoglie tutto:
fremiti,
pause,
silenzi che pesano.
E restituisce
una musica
che non sta scritta
da nessuna parte.
I corpi rispondono,
chiamano,
ritornano.
Frasi che si rincorrono,
si spezzano,
si ritrovano.
Caldi.
Necessari.
È una musica che nasce
qui,
tra due battiti
che hanno deciso
di stare nello stesso tempo,
anche se sbagliato.
Tra i tasti
e la pelle
non c’è confine.
Solo groove.
Il suono si stacca,
sale obliquo,
li prende
per i fianchi,
per il fiato.
Ogni respiro
una nota scura.
Ogni contatto
un accordo profondo,
un po’ graffiato.
La pelle è spartito.
Le mani leggono
a memoria.
Il pianoforte non è più cosa.
È soglia.
È notte.
Il tempo si scioglie,
cola lento.
Il desiderio non chiede forma,
chiede solo
di restare
finché il giro non finisce.
E restano sospesi,
tra suono e sudore,
tra blues e abbandono,
finché la notte
non decide
di lasciarli andare.
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