自らの死。それが唯一の絶対的自由なんだよ。
La propria morte: l’unica e più assoluta forma di libertà.
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さだ STORE ROOM|笹なのか紙なのか
お願いごともっさり。 ===== どうでもよい話ですが、モノクロシリーズと自分の中で決めて 描き始めてようやく50枚目です。わーい!遅ぇ! 亀の歩みですがこれからもどうぞよろしくです。
Tanabata (七夕?, meaning “Evening of the seventh”) is a Japanese star festival, originating from the Chinese Qixi Festival.[1] It celebrates the meeting of the deities Orihime and Hikoboshi (represented by the stars Vega and Altair respectively). According to legend, the Milky Way separates these lovers, and they are allowed to meet only once a year on the seventh day of the seventh lunar month of the lunisolar calendar. The date of Tanabata varies by region of the country, but the first festivities begin on July 7 of the Gregorian calendar. The celebration is held at various days between July and August.
La profondità dei desideri dei giapponesi:
"Vorrei potermi fidanzare con un figo della Madonna che mi ami alla follia!!"
"La pace nel mondo"
Se posso perdonare, allora devo riuscire a perdonare anche me stessa e smetterla di starmi a giudicare per come sono o come dovrei essere. Qui non si tratta di consapevolezza ma è la superbia che mi tiene stretta in una stolta mossa che mi danna. Eccomi infatti qui dannata a chiedermi che cosa fare per essere perfetta. Tenersi all’apparenza, forse descrivere soltanto cose in mutua tenerezza.
Patrizia Cavalli
Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai di Reggio Emilia, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell’ordine.
I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei Per i morti di Reggio Emilia: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
I morti di Reggio Emilia sono l’apice – non la conclusione – di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”: alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l’avvento della generazione dei “ragazzi con le magliette a righe”.
Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle “tre M” (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima – dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio – sono testimonianza la poesia di Pasolini La croce uncinata (aprile 1960) e l’articolo Le radici del luglio (Vie nuove, 29 ottobre 1960).
Il contesto storico-politico
Andreotti e TambroniIl 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze.
Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).
Da Genova a Reggio Emilia
Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età, in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.
In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni,ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.
Il 7 luglio
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”
“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.
In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.
Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.
Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.
In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.
Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.
Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.
La caduta del governo Tambroni
Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.
A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Altri 7 manifestanti rimangono feriti.
Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.
Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove. ( da terrediconfine)
Anche se vivo qui da 3 anni, è la prima volta che visito l'Istituto Italiano di Cultura qui a Tokyo.
Questa mostra aveva un titolo così interessante che non potevo assolutamente perdermela.
Mishima è frequentemente comparato a D'Annunzio per una serie di motivi, ma mai avevo visto né lontanamente pensato a quanto potesse condividere con Pasolini (di cui sono estremamente ignorante) e chi ha pensato per primo a questa cosa per me è un fottuto genio.
La mostra era molto piccola, ma dava spunti interessantissimi e da ex studentessa di letterature comparare era puro oro.
Come aspettato, mi ha fatto ripensare a quanto sarebbe bello fare di tutto questo un lavoro e tutta la mia vita... e invece...

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2 luglio 2026
Mi spiace dirlo, mi spiace proprio ammetterlo, però è inutile continuare a mentire: no, papà, il mio lavoro non mi piace. Lo trovo del tutto inutile e fine a se stesso, non porta reale valore aggiunto, non serve a nessuno, non crea né risolve nulla. Mi considero (tieniti forte) una di quelli che Marx avrebbe definito lavoratori salariati: non vedo il prodotto finale della mia fatica (non lo vedo sia perché non si vede, sia perché, anche se fosse, è difficile da misurare, sia infine perché, quand'anche ci fosse qualcosa da mostrare, comunque non arriva a me che sono ancora l'ultima ruota del carro e siedo ancora al tavolo dei bambini piccoli), non tocco con mano il risultato finale dei miei sforzi; alla fine del mese ricevo in cambio dei soldi, quantificati in maniera del tutto aleatoria. Sono tanti, sono pochi? Secondo me sono abbastanza affinché non mi manchi niente (hai visto, papà, alla fine non sono finita sotto un ponte), per lo stato italiano tra me e il mio compagno siamo addirittura medio-ricchi, in questa città del cazzo ci basta per ripagarela banca di un appartamento di tre stanze all'interno di un ex stabile popolare in una periferia malfamata dove in estate la corrente va e viene a causa di sovraccarichi del sistema, fuori dal cancello si accumula monnezza lasciata in giro col favore delle tenebre e dentro rubano qualsiasi mezzo che non sia saldamente ancorato al suolo - e questo solo a dimostrare come tutto sia relativo, ma non è qui che volevo andare a parare.
Quello che voglio dire è che questo lavoro non mi piace. E mi spiace dirlo, mi spiace doverlo ammettere dopo tutto quello che ho fatto per arrivare fin qui. A leggerlo, sembra il percorso perfetto: maturità classica, triennale e magistrale cum laude, un Erasmus in triennale e un altro ancora dopo la magistrale, il tirocinio in redazione. E poi Milano: partire dal basso, bassissimo, da un posto letto in stanza doppia in una periferia malfamata (un'altra), 700 euro al mese di cui una parte sottobanco, l'ufficio che non era esattamente un ufficio e me lo ricordo bene quanto era tosto alzare quella vecchia saracinesca mezza scassata al mattino. E piano piano, con una tenacia che a guardarmi indietro mi stupisce, cercare di salire, un gradino per volta, in questa città ridicola e però allo stesso tempo così pretenziosa senza motivo. Un passo alla volta, un'ora di sonno in meno alla volta. Sono passati gli anni e ora non c'è più la saracinesca scassata, ora al mattino entro in un cazzo di grattacielo (come se questo significasse qualcosa - ma, ripeto, è una città ridicola e pretenziosa) e mi siedo dietro al mio cazzo di computer e però comunque faccio un lavoro per inseguire il quale, anno dopo anno, ora di sonno sacrificata dopo ora di sonno sacrificata, ormai mi sono persa.
In effetti, direi la conclusione perfetta per il percorso perfetto appena descritto.
Solo che il percorso non è stato gratis. E questo voglio, devo ricordarmelo. Nessuno mi ha mai regalato niente. E il pensiero che tanta fatica sia servita solo per dei soldi (tanti, appena sufficienti?) mi offende. Non voglio sembrare ingrata, ma non voglio neanche abbassare troppo l'asticella - non dovremmo mai abbassare troppo l'asticella! Tanta fatica, il percorso ineccepibile di una millennial tra le tante, e il premio alla fine della corsa era una stabilità economica senza dubbio preziosa e mai scontata, ma... Appunto, era il premio per i più bravi? Non dovrebbe essere invece il minimo? E chi allora, per un motivo o per un altro, non è risultato altrettanto bravo? Magari perché più svantaggiato alla partenza o magari anche solo perché meno sveglio - ragazzi, capita, non serve essere tutti laureati con lode - ma, per l'appunto, se uno non è fatto per lo studio merita forse di morire di fame?
Merita di dover fare selezione al supermercato, oggi ci concediamo delle albicocche come si deve ma allora tolgo dal carrello formaggio e affettati? (Perché è di questo che stiamo parlando).
E forse è proprio questo, papà, che può aiutare te e quelli della tua generazione a capire lo spirito dei tempi in cui viviamo - e perché non sia giusto farselo andare bene: tempi in cui la sicurezza economica base (un mutuo o un affitto, un'utilitaria a famiglia, una media di tre o quattro spese alimentari al mese, qualcosa da parte per gli imprevisti e tutto ciò senza neanche considerare quanto si gonfierebbe la somma nell'ipotesi di dover campare dei figli) diventa realtà per una cerchia sempre più ristretta di persone.
Ma non era neanche qui che volevo andare a finire. Quello che voglio dire è che, atterrita dall'idea di poter restare fuori da questa cerchia, negli anni devo aver sacrificato sempre più pezzi di me pur di mettere mano su tale agognata sicurezza. Ecco, ecco allora qual è stato il carburante di un percorso così ineccepibile: il terrore di finire sotto a un ponte. Capita, quando per tutti gli anni della tua formazione ti senti ripetere "la tua è una generazione di sfigati, non troverai mai lavoro con quello che stai studiando, non c'è posto per te là fuori, devi fare di più e lo devi fare meglio di tutti e se non ci riesci lo vedi quel buco nero? Lo sai che, una volta dentro, non ne esci più?"
Figuriamoci se, in questo vortice di ansia e terrore, potessi anche permettermi il lusso di inseguire i miei sogni! Avessi sognato di fare il medico o l'avvocato, come in effetti tu avresti tanto voluto... Ma, ti suonerà incredibile, non puoi comandare pure sui sogni degli altri. E pensa che, ferma nella mia volontà di darti torto, ci ho pure provato a inseguire i miei sogni: ma quando vedi che i sogni ti pagano in briciole (quando non te le rubano), onestamente non mi faccio problemi a mandare a cagare anche loro. È stato orribile, come strapparsi un pezzo di anima che avevo nutrito con amore per tutta la mia adolescenza, è stato un vero e proprio tradimento, ma figuriamoci se, in questo vortice di ansia e terrore, potessi anche permettermi il lusso di non essere concreta.
E lo sono stata, concreta. Eccomi qui: è proprio vero, si muore tutti democristiani. Ma non venirmi a chiedere, ora, se mi piace il mio lavoro. Non mi piace. Mi piace solo lo stipendio, anzi, nel dubbio se sia tanto o appena sufficiente, facciamo che quantomeno ne vorrò sempre di più.
Un sacco di soldi, per poi comprare un sacco di tempo. Voglio riprendermelo tutto. Come le due ore che ho buttato per scrivere questo post, queste parole che non diventeranno mai una delle nostre discussioni che tanto mi accendevano il cervello.
Non ti preoccupare per me, papà. Questo lavoro non mi piace, ma è tutto sotto controllo.
Posso dire una cosa?
L'anno scorso qui si è morti di caldo ESATTAMENTE come da voi quest'anno, mentre voi (mi ricordo benissimo) avevate pioggia quasi 2-3 settimane e questo vi rendeva tutto sopportabile.
Qui l'anno scorso a parte i soliti "mado che caldo", "questa è l'estate giapponese: una sauna" e "non ci si può fare niente purtroppo" (shōga nai che usano come un mantra per ogni cazzo di cosa) tra persone che si vedono, nessun bordello di sorta.
Oggi, VOI state facendo un bordello di pazzi su tutti i social sia perché non ce la fate più sia per urlare al mondo che sta roba non è normale e che bisogna fare qualcosa (mentre il 90% di voi ama la carne e la consuma quasi tutti i giorni... vabbè).
Di sicuro qui ci si lamenta meno anche perché per "cultura" in generale non ci si lamenta molto e si "resiste" sempre perché (ancora) "tanto non ci si può fare niente".
Però... quello che volevo puntualizzare non è tanto il fatto che qua è meglio perchè non si sfracassa le palle al prossimo lamentandosi del caldo atroce, quanto del fatto che durante le "piccole" lamentele giapponesi NESSUNO MAI MENZIONA MANCO MINIMAMENTE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, figurarsi pretendere che il mondo giri in un modo diverso!
Questo per me è un altro di quei punti per cui il Giappone viene lodato all'estero (perché nessuno si lamenta mai), ma che è in verità una caratteristica da cui è MOLTO MEGLIO prendere le distanze.
(In aggiunta: questo è pure l'ennesimo punto per cui sono arretrati come la merda - dato il consumo di carne procapite + abuso totale di aria condizionata + l'indisponibilità di alternative vegetali ai supermercati + il non avere lo spirito critico per mettere in mezzo discussioni importanti come queste su pubblica piazza (fisica o virtuale).).
In definitiva: NON PRENDETE ESEMPIO MAI DA QUESTI STUPIDI - LAMENTATEVI SEMPRE E PRETENDETE CHE IL MONDO GIRI DIVERSAMENTE.
Nemmeno 24h e già mi mancano i tuoi baci... やばいね。
La Niña - Figlia r'a' tempest
Pecché so' nata femmena, pecché so' nata
Ce sta chi me vo' prena, chi me vo' 'nzurata
So' figlia d'a tempesta e nun me ponn' 'ncatenà
Faciteme passà, faciteme passà
Novanta fa' 'paur’, trentotto 'e mazzat'
A bott' 'e manganiell' 'a musica è cagnat'
Vattimm' ch'e tambur, mò facimmele sentì
Chi nun vuleva sèntere mo 'e 'rrecchie adda arapì
'Sta femmena 'e niente mò vo' tutt' cos'
Mò vo' tutt' cos'
E ten' n'arraggia ca' nunn' arreposa
Ca' nunn' arreposa
Ha dato la vita e ce l'anno luata 'nu milion' 'e vote
Vestuta 'a puttana e vestuta da sposa
FEMMEN E' NIENT
FEMMEN E' NIENT
FEMMEN E' NIENT
PAURA E' NIENT
PAURA E' NIENT
PAURA E' NIENT

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In Italia giungono notizie dei terremoti giapponesi sempre quando sono "di routine".
Invece questa volta è tutta la settimana che ci sono scosse belle forti (oggi addirittura due) e la cosa qui per qualcuno sta diventando preoccupante.
Terza scossa della giornata proprio qualche ora fa. Ero per strada e non ho sentito nulla, ma il mio telefono è squillato (qui c'è un sistema per cui quando è un terremoto bello forte i cellulari squillano urlando "terremoto") e tutti mi hanno detto che infatti è stato parecchio forte (anche perché l'epicentro è stato parecchio vicino...).
Niente raga, facciamo anche questa bella esperienza??
In Italia giungono notizie dei terremoti giapponesi sempre quando sono "di routine".
Invece questa volta è tutta la settimana che ci sono scosse belle forti (oggi addirittura due) e la cosa qui per qualcuno sta diventando preoccupante.
La mia sensazione delle diverse linee spazio-temporali si è fatta sentire fortissimo stavolta.
Mi sento come se fossi ancora la ragazza di 23 anni di 5 anni fa, senza ancora nemmeno una laurea in mano e una sola amica.
Che fine hanno fatto 5 anni interi?! È come se fossi saltata via da questa linea spazio temporale per viverne altre e adesso sono risaltata sullo stesso punto. Non è cambiato niente e invece è cambiato tutto: ho 28 anni, 2 lauree, non sono venuta per studiare, ma per lavorare, non per 1 anno solo ma forse 5.
È tutto così alienante che non capisco niente. Sembra tutto un deja-vu, ma non lo è.
5年間後、ただいま東京 ❤
22 Giugno 2023 ~ 2026
Sono passati 3 anni.
3 anni che da una parte mi sembrano volati, ma che, ripercorrendoli, mi pare passata una vita.
Sono successe un sacco di cose e ne ho fatte altrettante. Ne vorrei fare ancora talmente tante che, credo, gli altri 2 anni che mi sono data non mi bastano. Ma forse non me ne basterebbero nemmeno altri 5.
Tornerei domani mattina, se avessi tutto quello che mi serve per tornare... eppure certe volte ho paura. E se torno e me ne pento? Ho paura di star idealizzando troppo l'Italia perché non ci vivo più e di banalizzare cose che qui sono normali, ma non altrove. Forse altri 2 anni non mi bastano però allo stesso tempo non ce la faccio più a sostenere la mancanza di alcune cose - una su tutte: il cibo.
L'altra volta con la mia amica siciliana ex collega universitaria parlavamo proprio di questo e mi stupii tantissimo quando mi disse:"Ma assolutamente io tornerei SOLO per il cibo" (eppure lei non è per niente mangiona come me) perché io a volte mi sembro veramente una bambina capricciosa a pensarlo - si può mai dare valore al cibo piuttosto che al lavoro, alle prospettive di carriera, agli affetti ecc? Ebbene sì.
Forse sarà il governo a decidere per me. Onestamente una parte di me lo spera, nonostante sia improbabile. Vedremo l'aria che tira in Europa nel 2028 e se riuscirò a vedere un futuro migliore per me... finalmente a casa mia.
20 giugno 2026 - Tokyo
Qui già da un po' è ufficialmente iniziata la stagione delle piogge. Mi dimentico sempre della sua esistenza ogni anno. Se da una parte la ringrazio perché le temperature non stanno raggiungendo nemmeno i 30 gradi, dall'altra già si comincia a percepire l'umidità che raggiunge livelli sostenibili solo a queste temperature (a tratti nemmeno - basta fare due passi che ti senti già la pelle tutta inumidita e soffocata sotto i vestiti). Finite le nuvole, si alzerà un sole che ci farà bruciare le vesti e soffocare dall'umidità accumulata dopo tutte queste piogge. L'anno scorso è stata un'estate davvero terribile e onestamente ho già paura di quello che sarà Agosto...
Oggi sono uscita con un signore conosciuto su un app di scambio linguistico.
Siamo andati in una sorta di museo costruito sui resti di una vecchia casa dove aveva vissuto Natsume Sōseki, uno degli scrittori giapponesi più importanti del '900 (autore di Botchan, Kokoro e altri romanzi). Niente di che, ma contenta di esserci andata. Sōseki è stato uno di quei pochi autori giapponesi che hanno studiato anche all'estero. In particolare, lui ha vissuto 3 anni in Inghilterra, se non erro a Oxford.
Come si vede dall'ultima foto per raggiungere l'Inghilterra a quei tempi ci volevano due mesi via nave. DUE MESI. Roba che oggi sembra impensabile... eppure...
Questo signore con cui sono uscita oggi per la seconda volta è un tipo silenzioso e strano, ma assolutamente e sorprendentemente innocuo. Mi ha scritto perché anche a lui piace tanto Mishima (quindi non poteva non essere strano). Ha sempre lavorato per delle case editrici, ma da quello che mi ha raccontato, ha fatto solo lavori molto noiosi e manuali, come sistemare uno dopo l'altro le caselle dei caratteri (?) per non so cosa. Recentemente si è licenziato proprio per questo motivo, perché era un lavoro troppo logorante e ripetitivo... nonostante ciò ha resistito circa 14 anni prima di dimettersi (vabbè....).
Poco prima di dimettersi ha utilizzato le ferie accumulate per fare un viaggio in Brasile (più o meno nello stesso periodo in cui io ero in Vietnam).
È una cosa che i giapponesi fanno spesso: si dimettono e poi fanno viaggi lunghi oltreoceano, perché in Giappone prendersi ferie lunghe è molto spesso proibito o si viene visti male. Il motivo è che le aziende giapponesi sono sempre costantemente sotto col personale e prendersi ferie lunghe causa non pochi disagi sia ai colleghi che all'azienda stessa. Quindi o non prendono quasi mai ferie (se non per qualche visita o cose burocratiche da fare) o sono sempre 1-2 giorni (ad esempio se si ammalano o se fanno viaggi corti).
Anche dimettersi in verità è qualcosa che, noto, i giapponesi fanno con molta più nonchalance rispetto a noi. E, a pensarci bene, non hanno tutti i torti perché una cosa che qui proprio non manca è il lavoro - l'unico problema è: che lavoro e quanto ti pagano (il che non sempre è scontato, nemmeno qui).
Un'altra cosa a cui pensavo ultimamente è questo fatto: i giapponesi giudicano da morire per ogni minima cosa che fai, però... raramente parlano. In Europa si fa sempre una battaglia sul fatto di chiudere la bocca e non dire sempre e per forza tutto quello che si pensa. Ma... è davvero meglio?
Voi preferite che la gente vi dica in faccia quello che pensa (anche se non vi è utile a un cazzo di niente e preferireste non lo avesse detto) oppure preferireste sentire costantemente nell'aria il giudizio addosso? Onestamente parlando, io non lo so. So solo che vi posso assicurare che a volte anche il "non detto" può pesare tanto quanto un giudizio espresso... e pure parecchio.
Japan’s currency is now well within the range considered by many investors to be the red line for intervention.
Ma che ne sapete voi che vuol dire vedere il proprio stipendio valere sempre meno con la valuta con cui siete nati e cresciuti.......

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“People see what they want to see and what people want to see never has anything to do with the truth. People are cowards to the last breath. I’m telling you between you and me: the human being, broadly speaking, is the closest thing there is to a rat.”
— Roberto Bolaño, 2666
Altra visita del CEO americano (che mi sta simpatico tanto quanto mi sa simpatico Trump) e del suo entourage nel nostro ufficio.
Giapponesi: "TUTTI I MANAGER DEVONO INDOSSARE LA DIVISA. PER FAVORE TENETE TUTTI LE SCRIVANIE PULITE SENZA CIBO E/O BEVANDE. PER FAVORE EVITARE DI FARE ORARIO FLEX E VENITE IN ORARIO IL GIORNO X PERCHÈ C'È LO SPEECH".
....
Oggi giorno del grande speech dell'Executive nun-sacc-c-cazz.
Nuova arrivata malesiana (manco tanto giovane) del mio dipartimento:"Qual è la vostra idea di operator molto performante?" (Dentro di me ☠️☠️☠️)
Risposta: "È un operator che ha il servizio nel DNA, nel sangue come indole personale"
(Dentro di me: EEEEEH SI COMM NOOOO TU PROPRIO CHEST E RICERE A CHISTI SCIEM CHE PO CLIENT S FACESSER METTER PUR O CUL NFACC SENZA RICERE OLÀ, COMM SI O SERVIZ RINT A STU PAES E NIENT GIÀ NUN FOSS ABBASTANZ (MA TU CHE N SAJE) CHE CU STI STRUNZ CHE STANN TROPP BUON ABITUAT APPEN SBAGL OLÀ SUBIT T FANN JETTA O SANG, SI SI BRAV PROPRIO CHEST ERA RICERE OÌ.... MOCC A KITEMMUORT).
Fine.