Eravamo ragazzi, a Genova
Di Genova ricordo che era partito come un bellissimo momento, di comunità, difficilmente descrivibile. Si, c'era l' intento di contestare, di provare a portare delle istanze, ma l'atmosfera che c'era era davvero di un qualcosa di unico. Ero partito da Sestri Levante dove ero in vacanza con la famiglia. Un viaggio breve fino a Genova, uno dei motivi su cui avevo fatto perno per convincere i miei genitori che invece erano tutt'altro che convinti di lasciar andare un poco più che diciassettenne con troppe idee per la testa, anche se ero sempre stato molto assennato. Non sono mai stato uno che fa cazzate, ho sempre cercato di evitare di infilarmi in situazioni potenzialmente pericolose. Una volta sceso dal treno, era il piano, mi sarei incontrato con alcuni amici che avevo in città e dalle cui famiglie sarei stato ospite. Di giorno in corteo, la sera a casa dei genitori dei miei amici con cui comunque eravamo in contatto. I miei si convinsero. Conoscevano i miei amici, conoscevano i loro genitori molto bene. Ero felice, in fondo era la prima grande occasione di portare il mio acervo attivismo e gli ideali ancora intonsi che solo un diciassettenne ha, in una piazza come quella.
Il 19, giovedi, era stato tutto bello. Durante la mattinata avevamo incontrato tanti ragazzi, tante realtà, c'erano ovunque situazioni di incontro e confronto. Nel pomeriggio c'era stato un grande corteo per i diritti dei migranti al quale ci eravamo uniti, per un buon pezzo, poi eravamo rincasati. Come da ordini genitoriali. Il giorno dopo, venerdì 20 luglio, decidiamo di prendere parte a uno dei tanti cortei. Nello specifico quello di Rete Lilliput, marcia delle donne, e Legambiente. Il corteo parte alle 10, da piazza Manin se non ricordo male. Ecco, adesso io non so che ore fossero, eravamo verso il fondo del corteo. Ricordo però prima gran confusione più avanti, e alcuni black bloc salire di corsa al lato di questo corteo. Ricordo poi poco dopo gran movimento, agitazione e fumogeni, e qualcuno che grida da avanti a noi che la polizia caricava. Mi chiedo perché caricasse questo corteo. È pieno di ragazzi, scout. A fianco a me e i miei amici ci sono delle suore. Capite? Delle suore! Da quel momento caos. Ma ricordo vividamente un signore sui sessanta anche lui vicino a noi che ci guarda e ci vede agitati. Allora ci dice: ragazzi, andate a casa.
Ma come ci arriviamo? In quella confusione che si fa sempre più confusa? Con l'odore acre dei lacrimogeni che dal fondo della via arriva già a noi. Alla fine ci ritroviamo un una chiesa, non ricordo il nome, che si trovava lungo il percorso, assieme alle suore e ad alcuni che erano nella nostra porzione di corteo. Da qui tutto si fa confuso. Eravamo spaventati. Tutti. Adulti e giovani. C'era un grande putiferio. Casa era in zona Castelletto, un quartiere di Genova non molto distante, adagiato sulla parte alta della città. Il problema era attraversare il marasma.
L' altro problema era avvertire che stavamo bene. Avevamo in quattro un paio di telefonini, nokia 3310. Ma non c'era per qualche motivo molto campo, provammo a spostarci fuori della porta della chiesa di qualche metro, finalmente l'sms partì. "Stiamo bene, siamo qui. appena possibile proviamo a rientrare". In realtà non sapevamo nemmeno cosa a casa si sapesse, cosa fosse giunto dalle eventuali notizie. I giornalisti presenti lungo i cortei, vorrei comunque ricordarlo, quel giorno vennero picchiati come chiunque altro, senza distinzione. Dopo 40 minuti di attesa decidemmo di provare a raggiungere la zona dove stava casa del mio amico che provò, lui genovese, ad inventarsi percorsi tra vie e viuzze che sperava fossero liberi. Dopo un po' che camminavamo, che ci parve un secolo, vedemmo il padre del mio amico venirci incontro. Era venuto a cercarci. Tornammo a casa. Ricordo poi nel pomeriggio la tv accesa con le notizie e le immagini degli scontri, e poi quell'annuncio di un morto, Carlo Giuliani a terra. Io le immagini del suo corpo che pareva schiacciato a terra da tutta la forza di gravità dell'universo, e quello zampillo di sangue sgorgare dalla sua testa me lo ricorderò a vita.
In quel momento tutto ciò che era, ciò che era stato di quella stagione che aveva preceduto quei giorni, tutto era in quel momento franato. Ed erano franata quella voglia di provare a portare cambiamento, di credere che un altro mondo fosse possibile. In quel momento per noi ancora giovanissimi la strada, forse utopica, di quegli ideali era stata interrotta. Il giorno dopo sarebbe stata definitivamente disintegrata con le notizie sulla scuola Diaz e la Caserma di Bolzaneto.
Non sono andato a cortei o manifestazioni per almeno due anni. Non perché non volessi, certo un po' nella mia testa il senso veniva a mancare, a che pro? Ma principalmente perché avevo paura.
Quei giorni dissolsero un movimento che aveva delle istanze, ed erano istanze giuste. Tutto o quasi di quello su cui era stato lanciato l'allarme si è verificato. Lo vediamo ogni giorno.
Forse quel movimento non certo privo di criticità, incapacità di sviluppare una richiesta univoca e precisa , non sarebbe comunque durato molto di più. Ma non gli è stata data la possibilità, non ci è stata data.
Eravamo a Genova, eravamo ragazzi, e forse un po' della nostra spensierata nobile ingenuità colma di ideali è rimasta lì, caduta sul terreno, acconto a vetrine rotte, chiazze di sangue e cartucce di lacrimogeni.
Di quello che ho scritto, forse confusamente in queste righe, molto probabilmente a tratti inesatte nei luoghi ed eventi, porto dentro ancora una cicatrice amara. Un ricordo acre che non accenna a scemare e mai lo farà.