Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo
@kon-igi
Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell'indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone. Telegram: Kon_igi
Questo video sia di memento a chi tende, in buona o in cattiva fede, a confondere personaggio, persona e professionista.
E a coloro che proprio non ce la fanno, per i bruciori anali consiglio la Preparazione H… tanto è un farmaco da banco e non ci vuole la ricetta del not that kind of doctor.
Grazie per l’eventuale prezioso reblog divulgo-esplicativo <3
Stasera mi sento di dover fare un'aggiunta a questo post fissato in alto, pur consapevole che venendo io spesso rebloggato o, addirittura, seguito da persone che pensano e fanno in modo antitetico al mio modo basilare di intendere la realtà, non è detto che esse leggeranno la seguente lista:
NON C'E' MAI STATO UN SOLO PENSIERO DELLA DESTRA NOSTRANA CHE IO ABBIA MAI CONDIVISO E ANZI, A DESTRA HO SEMPRE FATICATO A TROVARE INTERLOCUTORI NON AFFETTI DA DISSOGNANZA COGNITIVA O CON QI PERLOMENO A DUE CIFRE.
SONO TENDENTE ALL'ANTICLERICALE E PUR RISPETTANDO LA SENSIBILITA' DI OGNI CREDO, VORREI UNA SOCIETA' LAICA A OGNI LIVELLO E PER QUELLI CHE ROMPONO IL CAZZO CON LE RADICI CRISTIANE, SE NON PROPRIO I LEONI NEL COLOSSEO, PERLOMENO UN PO' DI VERGOGNA NASCOSTI NEI PROPRI SEPOLCRI.
SONO A TOTALE FAVORE DELL'ABORTO E DELLA GESTAZIONE PER ALTRI. IL PRIMO MI PROVOCA TRISTEZZA E LA SECONDA FORTE DESIDERIO CHE SIA SEMPRE FATTA AMMODINO MA NON MI SOGNEREI MAI DI NEGARLA A CHICHESSIA.
APPOGGIO L'USO DI VACCINI E DI QUALSIASI FARMACO NECESSARIO. I COMPLOTTI DI BIGPHARMA ESISTONO SOLO IN QUELLA PARTE DEL VOSTRO CERVELLO CHE HA IMPATTATO COL PAVIMENTO QUANDO SIETE CADUTI DAL SEGGIOLONE DA PICCOLI.
LGBTQIA+ -> PARI DIRITTI SOTTO OGNI ASPETTO, QUINDI MATRIMONIO, ADOZIONE E QUALSIASI FARMACO O TRATTAMENTO MEDICO NECESSARIO.
SUBITO LIBERALIZZAZIONE DI OGNI DERIVATO DELLA CANNABIS, RAZZA DI MANIPOLATORI IGNORANTI E IN MALA FEDE.
EUTANASIA LEGALIZZATA PER CHI NE FACCIA RICHIESTA, OVVIAMENTE DOPO VALUTAZIONE MULTIDISCIPLINARE.
VEDIAMO DI IMBOCCARE LA STRADA CHE PORTI AD ABBANDONARE LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE PERCHE' SE PER ORA E' IMPOSSIBILE FARNE A MENO, IL NOSTRO BENESSERE NON PUO' DIPENDERE DAL SACRIFICIO DI ALTRI ESSERI.
IDEM PER IL CONSUMO DI CARNE, QUINDI SUBITO CARNE COLTIVATA SUL MERCATO E TACCIANO I MANIPOLATORI IGNORANTI IN MALA FEDE.
CHI USA LA PAROLA 'RAZZA' O 'SOSTITUZIONE' NON VERRA' MANDATO AFFANCULO SOLO SE SI RIFERISCE ALLA DASYATIS PASTINACA O VUOLE FARE UN RESO DI AMAZON.
ABBIAMO APPARECCHIATURE CHE TAGLIANO E CUCIONO IL DNA, QUINDI POSSIAMO RIUSCIRE A DOTARE OBBLIGATORIAMENTE OGNI AUTOVEICOLO DI LIMITATORE DI VELOCITA' COL GPS CHE RICONOSCE I LIMITI PER AREA GEOGRAFICA (vabbe'... sono andato nella fantascienza).
NIENTE SCUOLE PARITARIE O SANITA' PRIVATA, SPOSTAMENTO VERSO ALTRI OSPEDALI DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA DAI REPARTI IN AFFANNO (LO DICE LA LEGGE 194), ORA DI RELIGIONE SOSTITUITA DA ORA DI EDUCAZIONE SESSUALE E AFFETTIVA, FORNITURA GRATUITA DI ASSORBENTI E CONDOM, SEMAFORO GRAFICO SU TUTTI GLI ALIMENTI CONFEZIONATI PER INDICARNE LA SALUBRITA', SOLO PAGAMENTI ELETTRONICI E I VECCHI IMPARERANNO O SI FARANNO AIUTARE, ETICHETTE MINACCIOSE SU OGNI ALCOLICO E ROGO IN PIAZZA PER CHI USA LA FRASE 'IL MADE IN ITALY'.
Questa lista è sicuramente parziale e magari non condivisibile da tutti.
Se non siete d'accordo e volete argomentare, ne sarò più che felice e di sicuro non userò gli stessi toni iperbolici della lista (a patto che contraccambiate).
Se siete in così completo disaccordo da rasentare l'insulto, vi prego di non perdere tempo perché vi bloccherei senza darvi spazio per starnazzare, quindi avviatevi sereni per la vostra strada che ora e qua si separa dalla mia.
Grazie del vostro prezioso e mai sufficiente tempo.
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ciao Kon. Frequento da vari decenni un mio vecchio compagno di scuola, qualche volta anche con le rispettive signore. negli ultimi anni però non lo sopporto piu per la sua infame destraggine politica. come si puo mai affermare che Netanhiau , il premier sionista ebreo, ha fatto un buon lavoro? lo stesso , lo dice per Trump. Io ho ideee del tutto opposte. Li vedrei bene girati a testa in giu. Ho deciso di rompere le frequentazioni, perche "l'amico" è ottuso all'infinito. Secondo te, faccio bene?
Il tuo ask - come quasiasi altro evento - si muove nella sincronicità della Cosa Una e questo, in parole essoteriche povere, significa che è arrivato esattamente nel momento conclusivo di un mio ragionamento durato giorni (più o meno dai fatti di Roggero e quelli di Fakir) e quindi grazie di avermi spinto a esternarlo.
Sono abbastanza adulto da capire che il mio mondo non si divide in compagni e camerati, gli uni da amare ostinatamente, gli altri da odiare a prescindere.
Però con il procedere degli anni ho capito molte cose del tempo, che non a caso gli antichi greci dividevano in Kronos e Kairos, il tempo che scorre nella sua interezza e il preciso attimo opportuno.
Kronos lo misuri (con l'orologio, col calendario o con un promemoria sullo smartphone) mentre Kairos lo prepari, lo senti arrivare e lo cogli... a volte arriva senza che tu lo abbia preparato e se hai abbastanza esperienza lo senti al volo e lo cogli, a volte arriva senza che tu neanche lo abbia sentito ma in un modo che non riesci a spiegare lo cogli lo stesso.
Ecco, per poter fare quest'ultima cosa io ho dovuto abbandonare tutte le cose superflue legate a Kronos o - com'è comunemente conosciuto - la convenzione dell'orologio biologico... la carriera, l'apparenza, il patrimonio, la prestanza fisica e/o sessuale.
'negli ultimi anni però non lo sopporto più'
Ottimo.
Slegati dalle convenzioni di Kronos e pensa a utilizzare il tempo concessoti con la cura preziosa di chi ignora quanto gliene sia stato concesso.
Kronos invecchia le persone nel cuore e avvizzisce le loro sensibilità, Kairos rigenera gli antichi colori brillanti e spazza via il bianco e il nero, il modo più comodo con cui i vecchi d'animo dividono il mondo.
Se questo vecchio 'amico' è immune al tuo tentativo di essere il suo Kairos, allora lascia che Kronos se lo porti via nella corrente implacabile con cui inghiotte chi si è dimenticato della reciprocità dell'Essere.
Non puoi sfuggire alla vita nemmeno nel più tetro dei sotterranei e per quanto essa faccia meno rumore della morte, il suo canto è invero più duraturo.
Nam tibi de summa caeli ratione deumque
disserere incipiam et rerum primordia pandam,
unde omnis natura creet res, auctet alatque,
quove eadem rursum natura perempta resolvat
Comincerò a parlarvi della suprema legge del cielo
e vi spiegherò i primordi delle cose,
da dove la natura tutto crea, fa crescere e nutre
e dove di nuovo fa morire e dissolve.
nel nostro gruppo whatsapp di cinque vecchi amici versiliesi.
Vi voglio riportare quello che ha scritto uno di loro, spezzando il cuore di tutti noi in un modo che non posso definire 'di dolore'... la sensazione è quella di ritrovare una vecchia bottiglia polverosa e sentire che quel vino, pur invecchiato e diverso, riesce a raccontarti di quello che non esiste più se non in quella tua parte di cuore finalmente in pace con se stesso.
Oggi è morto Guccini.
E ho pensato a voi.
L'altro giorno, ascoltando la radio, hanno fatto una domanda apparentemente semplice: quali erano i tuoi sogni da ragazzo? È una di quelle domande a cui quasi tutti rispondono con naturalezza: fare l'astronauta, il medico, lo scrittore, diventare famosi, ricchi, avere successo.
Mi sono accorto, però, che per noi non era così.
Ho provato a ricordare quegli anni e mi sono reso conto che, forse, noi non avevamo sogni nel senso comune del termine.
O forse li avevamo, ma ci sembravano così lontani o così irrilevanti rispetto a ciò che sentivamo dentro da non occupare mai davvero i nostri pensieri.
Quello che ci univa era altro.
Eravamo ragazzi molto diversi tra loro. Ognuno portava sulle spalle una storia diversa: C'era chi arrivava da un'infanzia difficile, chi conviveva con ferite psicologiche che allora non sapeva nemmeno nominare, chi era cresciuto con una sensibilità quasi eccessiva, con domande troppo grandi sul senso della vita per l'età che aveva. C'era chi, come me, era stato lasciato sostanzialmente solo a costruirsi da sé, e chi era cresciuto all'ombra di figure autoritarie che avevano finito per soffocare ciò che avrebbe voluto essere.
Le nostre storie erano diverse, ma avevano un punto d'incontro: come mi è già capitato di dire, ci sentivamo tutti, in un modo o nell'altro, fuori posto.
Forse è per questo che ci siamo trovati.
Mentre i nostri coetanei parlavano di cose normali per quell'età, noi (quando non eravamo impegnati a cercare di farci male, da soli o a vicenda) passavamo intere serate e intere notti a discutere di filosofia, di società, di giustizia, di politica, del senso dell'esistenza. Inventavamo mondi, giocavamo di ruolo, costruivamo universi immaginari che erano molto più di un semplice gioco. Erano il luogo dove potevamo mettere alla prova idee, valori e possibilità che nella realtà sembravano non avere spazio.
Non era soltanto evasione. Era un tentativo di capire il mondo.
Ci affascinavano e ci affascinano perfino gli scenari apocalittici. Non per il gusto della distruzione (o forse giusto un po' anche per quello), ma perché rappresentavano un azzeramento. Un reset. L'idea che, se tutto fosse crollato, finalmente avremmo potuto costruire qualcosa di autentico, una società più giusta, meno ipocrita, meno crudele. Persino un'apocalisse zombie, nei nostri discorsi, finiva per diventare un esperimento filosofico: non ci interessavano gli zombie, ci interessava il mondo che sarebbe potuto nascere dopo.
Forse, ripensandoci oggi, quello era il nostro vero sogno: non diventare qualcuno, ma vivere in un mondo che valesse la pena abitare.
Con il tempo ognuno di noi ha preso una strada diversa. Siamo finiti in parti diverse del mondo, con vite, lavori e responsabilità che probabilmente allora non avremmo nemmeno immaginato. La vita ci ha cambiati, inevitabilmente. Alcuni rapporti si sono allontanati, almeno geograficamente.
Eppure mi domando se quella parte dentro di noi sia davvero scomparsa.
Mi chiedo se esista ancora quel ragazzo che cercava disperatamente qualcosa di vero. Quello che non riusciva ad accontentarsi delle spiegazioni semplici, che vedeva l'ingiustizia quasi come un'offesa personale e che continuava a credere che le cose potessero essere diverse.
Forse siamo stati ingenui, forse eravamo soltanto adolescenti troppo intensi, oppure, forse, avevamo visto qualcosa che ancora oggi continuiamo a riconoscere: che il mondo è spesso costruito su convenzioni, compromessi e finzioni, e che una parte di noi ha continuato, in silenzio, a cercare qualcosa di più autentico.
Credo che, in fondo, tutti noi abbiamo continuato a provarci. Ognuno con i propri mezzi, nel proprio lavoro, nella propria famiglia, nelle proprie scelte. Cercando piccoli spazi in cui costruire quel mondo che allora immaginavamo. Ma con la sensazione che esista ancora un potenziale enorme, compresso da una realtà che troppo spesso percepiamo come falsa, superficiale o ingiusta.
Non so se questo messaggio abbia uno scopo preciso.
Forse volevo solo dirvi che quella domanda alla radio mi ha fatto tornare in mente noi e la morte di Guccini ha reso indispensabile per me farvi sapere che, nonostante tutta l'acqua che è passata sotto i ponti, sono ancora grato di aver incontrato persone con cui, da ragazzi, era possibile parlare per ore non di quello che volevamo avere, ma di quello che speravamo che il mondo potesse diventare.
E mi chiedo, semplicemente…
Quella fame di verità è ancora lì, da qualche parte, anche in voi? State anche voi ancora combattendo senza riserve contro i mulini a vento?
Oramai ti conosco da più di venticinque anni e forse è arrivato il momento che io mi decida a mandarti questa lettera per ringraziarti.
Avrei potuto conoscerti di persona, quattro anni fa, a Torino.
C'ero anch'io ma quando ho avuto l'occasione di scambiare due parole con te, non ho avuto il coraggio…mi sono sentito come il tuo collega genovese, che non volle mai incontrare Brassens per il timore che il mito e l'uomo cozzassero tra loro.
Eppure lo sento e lo so che sei pieno di contraddizioni…andando avanti con gli anni le sento anch'io, tutte sulle mie spalle, ma credo che faccia parte di quella che Lucrezio chiamava la Natura Delle Cose.
Forse non sei stato un buon padre e nemmeno un buon marito, non una persona seria, non un lavoratore indefesso…magari nemmeno una persona su cui fare affidamento.
Quello che non…
Però, se hai voglia di ascoltarmi, posso dirti quello che sei stato per me con le tue canzoni.
Ti sei presentato a un coglione sedicenne durante la ridicola okkupazione di un Liceo Classico viareggino…ti sei fatto sentire da uno stereo scalcagnato, uscendo da una cassetta frusciante e ovattata che, come d'uso ai quei tempi, era di sicuro alla diciassettesima copiatura.
Il mio primo pensiero (e mi vergogno un po’ a dirtelo) è stato ‘Ma che è, la canzone di un ferroviere incazzato?’.
Eppure quelle tue parole erano perfette per un branco di rivoluzionari per niente armati con papà notai, avvocati e dottori a parargli il culo.
Ti ho ascoltato mentre dipingevo le mie miniature di maghi e guerrieri fantasy, sognando anch'io di incontrare la donna della mia vita in un autogrill e, checcazzo!, mica l'avrei lasciata andare via.
Mi sei stato vicino quando ho costruito una famiglia mia, spaventandomi e incoraggiandomi al contempo e mostrandomi la caducità anche dei sentimenti più forti.
Mi hai fatto male con quella canzone dedicata a tua figlia, che io ho ascoltato una sola volta e che non ho avuto più il coraggio di risentire… ma mi hai allargato il cuore e la testa, facendo leva su sentimenti nascosti, anzi, picchiandoci sopra furiosamente con la forza delle tue parole e della tua poesia, che 'a volte morde e colpisce basso, a volte sventola come bandiera’.
Mi hai fatto capire che il rimpianto può essere plasmato e trasformato prima in malinconia e poi in nostalgia, mi hai insegnato che i colori dei ricordi non svaniscono con il tempo ma diventano più brillanti e privi di quelle ombre che un tempo ne potevano offuscare la bellezza, mi hai fatto riconoscere l'utilità delle belle illusioni ma anche quando disfarmene nel cambiamento dei tempi.
E per ultimo volevo ringraziarti di avermi ricordato come si fa a piangere…lacrime di commozione, di rabbia, di comprensione, di tristezza per quello che non è stato o non è più, per il ritrovato coraggio di andare avanti verso il tramonto della fine di una giornata (o di tutta una vita), per la personale fatica quotidiana della lotta contro l'ignoranza e la superficialità, per la mia Rossana, da amare, da cui farmi difendere, da difendere…
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CHE FANNO D'ESTATE I MARANZA NON ANCORA MARANZA? di Gemma Romano
Premessa: questo è un articolo de Il Post e io sono abbonato, quindi non so se sarà visibile nel link sottostante ma nel dubbio lo riporterò per intero perché merita e magari può servire da sprone a chi volesse contribuire con un abbonamento a un'informazione decisamente meno populista, superficiale e click/ragebait di quella che si trova in giro.
Un'ultima cosa: io l'ho letto sullo smartphone domenica mattina al mercato di Traversetolo e per retaggio del patriarcato ho provato vergogna che la gent mi vedesse con le lacrime agli occhi...
Se le persone giovani le prendiamo a calci nel culo per insegnare loro il rispetto, i calci nel culo saranno l'unica cosa che si ricorderanno di noi.
Ogni anno le vacanze inghiottiscono la bellezza e l’autostima lentamente costruite a scuola. A giugno gli dici: “Fai il bravo, eh. Ti aspett
Un maranza non ancora maranza, una volta, mi ha detto che l’unico sogno che aveva era diventare ricco, ma quando gli ho chiesto cosa volesse fare coi soldi non ha saputo rispondere. Il giorno dopo ho portato a scuola un chilo di monete di cioccolato della Lidl e ne davo una a chi rispondeva giusto alle domande di storia. La lezione si è trasformata in una specie di riffa dove hanno sbancato lui e un altro paio di maranza non ancora maranza che forse avevano ascoltato più lezioni di quanto io avessi immaginato.
Con la bocca sporca di cioccolato e le mani piene di carta d’alluminio dorata mi hanno detto che tra i soldi veri e quelli al fondente preferivano quelli al fondente.
I maranza non ancora maranza partecipano ai percorsi di orientamento ma non capiscono niente perché non si interrogano mai su loro stessi. Possono accedere allo sportello psicologico scolastico ma non sanno che farsene perché non sanno spiegare i sentimenti. Se gli chiedi cosa vogliono diventare da grandi ti rispondono che vogliono «fare il business» ma non sanno cosa sia la finanza: se lo scoprissero si iscriverebbero a economia e forse sarebbero eccellenti manager, ma ci vorrebbe qualcuno che creda in loro così fermamente da insegnargli forte la matematica. Invece noi spesso li promuoviamo col minimo, perché ci mancano il sostegno, la mediazione culturale, i tempi e gli spazi per aiutarli a migliorare davvero e alla fine loro a fare finanza non ci vanno. Alcuni faranno “il business” con le droghe, ed è un peccato perché molti sarebbero eccellenti in giacca e cravatta a Wall Street.
I maranza non ancora maranza hanno il mito un po’ fuori moda della forza fisica. Si emozionano per Muhammad Ali e Primo Carnera se saltano fuori in qualche lettura o lezione. Laddove c’è un ragazzino di alto livello socioeconomico che cerca di assomigliare a Timothée Chalamet, c’è un quasi maranza che crede nella forza muscolare, che tira i pugni al muro se si arrabbia e che non piange mai, neanche se un professore (sì, un professore) gli dice “suino” per offenderlo proprio dove sa di far male.
Molte persone, a scuola e fuori da scuola, si sentono legittimate a insultare i maranza quando non sono ancora maranza. Perché fiutano la loro futura maranzità, si sentono paladini della gente perbene, credono che le mele possano essere marce anche se sono ancora attaccate all’albero, acerbe.
Dai quasi maranza impariamo tutti i giorni l’arte di rassegnarsi alla sconfitta, l’arte dell’odio impotente davanti all’offesa.
A volte penso che quando i maranza prenderanno a calci degli innocenti nei sottopassi della metropolitana immagineranno di prendere a calci quel padrone di casa che li aveva sfrattati da piccoli e aveva umiliato il loro padre, quell’insegnante che gli ha detto «chiamo i carabinieri e faccio arrestare la tua famiglia» o il compagno ricco che aveva provato a vendergli per vera una cintura finta di Gucci quando aveva dodici anni. Il maranza non si fa più fregare come quando era ragazzo, crede di riscattare la violenza subita diventando lui stesso un violento.
Una volta ho fatto vedere a un gruppo di non ancora maranza la famosa foto di Zanardi che alza la handbike: li ho osservati commuoversi di nascosto, credo non immaginassero che delle braccia di pietra potessero risultare virili anche senza essere violente. I maranza non ancora maranza amano la bellezza, nel senso che vogliono essere belli con una schiettezza ammirevole, ma non sanno cosa sia la vera bellezza se nessuno li aiuta a vederla. Quella volta della foto della handbike ho detto a un paio di loro di cercare di diventare belli come era bello Zanardi: loro non hanno deriso i suoi moncherini, mi hanno detto che la cosa più bella di lui, in foto e in video, erano gli occhi.
Il quasi maranza è estremo nei sentimenti come saranno estremi i gesti di violenza che compirà da grande, a undici anni conosce la dinamica della lotta fra Titani, scrive che «sapersi rialzare dalle difficoltà non vuol dire solo avere una nuova possibilità nella vita, ma è come avere completamente una nuova vita», portando a estreme conseguenze l’idea della fenice che brucia e risorge.
Peccato che queste cose le scriva su un foglio storto, senza accento sulla e, senza doppie e con una grafia da prima alfabetizzazione, per cui a volte trova insegnanti che gli mettono 4 e gli dicono che non importano tutte quelle belle idee che ha scopiazzato in giro, l’importante è la forma e lui in italiano non sarà mai bravo.
I quasi maranza non indietreggiano mai davanti a parole dure come “epidemia”, “guerra”, “sangue”, “sacrificio”. Dove i ragazzini della classe tentennano c’è sempre un maranza non ancora maranza che si fa avanti. Se un compagno vomita non hanno schifo e gli tengono la fronte, se qualcuno sanguina lo tamponano, se ci sono risse intervengono e dividono i due litiganti. Certo: vomitano, sanguinano e picchiano forte anche loro, ma a volte penso a come sarebbero bravi nella corsia di un triage o nell’intervento d’emergenza della Protezione civile o dei pompieri, se solo sapessero come fare per diventare uno di loro, se venissero guidati in quella direzione.
Il fatto è che il maranza non ancora maranza non lo difende mai nessuno, eppure anche lui è poco più di un bambino. In un mondo in cui i genitori sono iperaccudenti, presenti fino alla nausea, pronti a difendere i propri figli oltre l’indifendibile, i maranza hanno padri e madri che li picchiano ancora, a volte forte. Per il padre del quasi maranza il figlio ha sempre torto, tranne quando viene chiamato in causa lui, in quanto padre: in quel caso abbiamo torto noi.
Il quasi maranza non si confida coi genitori, mai. Se subisce un maltrattamento, se un docente o un compagno lo minacciano in malo modo e senza rispetto, lui si farà giustizia da solo passando dalla parte del torto automaticamente. Del resto il non ancora maranza non è un santo e sa di avere già sulla coscienza un certo numero di marachelle o di piccoli reati, ma sa anche che nessuno a casa o a scuola lo ascolterà mai se dovesse avere un problema: lo pesteranno o lo puniranno.
Il maranza non ancora maranza impara che deve fregare sempre tutti, compreso sé stesso.
Per questo motivo spesso diventa un seguace del delinquente più forte del quartiere: perché ha paura, non può contare su nessuno, ma da qualcuno bisogna pur farsi difendere – e questo a volte i non ancora maranza lo dicono chiaramente. Implorano protezione da delinquenti più grossi di loro e per averla tormentano i delinquenti più piccoli generando in certi quartieri la stessa dinamica della catena alimentare della giungla. I ragazzi più grandi, che hanno già completato il percorso di formazione da maranza, allevano i piccoli a sopraffazioni perché vogliono farli abituare alla durezza della vita.
Al parco il cugino ventenne tira la palla sempre più forte in faccia a quello di undici anni perché vuole che reagisca, e quando il piccolino gli salta addosso e lo morde fino al sangue si complimenta con lui e gli stringe la mano. Anche per questo motivo il maranzino non si fida mai delle figure educative maschili, a meno che non abbiano un particolare appeal e una formazione pedagogica tale da riuscire a entrare in relazione con lui.
In compenso, spesso, il quasi maranza si affida volentieri alle donne. Alcuni di loro un giorno forse saranno stupratori, efferati e sotto effetto di sostanze, ma non saranno mai incel. Anche se il maranza non ancora maranza in futuro userà e offenderà la donna, non credo che la odierà mai, perché la sua metafisica da bambino è sempre infiammata dal desueto culto per la Mamma e per la divinità affine, la Sorella Maggiore.
Uno, una volta, mi ha consegnato un antico detto beduino: «Al padre devi baciare le mani, ma alla madre devi baciare i piedi, perché davanti alla madre tutti ci dobbiamo inginocchiare, per il suo continuo soffrire». Un giorno ne avevo in classe uno già sotto effetto di bevande alla taurina, che sono a mio parere la più grande piaga non riconosciuta degli ultimi anni per quanto riguarda le dipendenze degli adolescenti. Ne aveva bevute diverse a digiuno, era fuori di sé e mi stava disfando la classe, la lezione e i nervi. A un certo punto gli ho detto a bassa voce che le attività preparate per lui erano come il pranzo che gli prepara la mamma e lui col suo comportamento lo stava calpestando invece che mangiarlo. Lui si è commosso e si è sedato da solo. Quel giorno ho capito che chiedere «che cosa penserebbe tua madre di quello che stai facendo?» funziona più della minaccia di una nota o di un arresto.
Del resto per il quasi maranza le note, le sospensioni, la bocciatura sono come trofei, ma non perché voglia crearsi un mito da bello e maledetto: per lui ricevere sospensioni, bocciature e note è la conferma di esistere.
La metafisica del maranza consiste nel suo fallimento: è già certo che verrà bocciato e punito, sa di non sapere bene l’italiano, sa di non essere ben vestito, sa che la maggior parte della gente che incontrerà lo disprezzerà prima ancora che cominci a delinquere. Quindi delinque.
Ogni anno l’estate inghiottisce il non ancora maranza come una lunga notte, e probabilmente azzera la bellezza, la stima, il tentativo, l’affetto, il lento costruire che abbiamo praticato a scuola per nove mesi.
Chissà se ora lo incontreremo cambiato, se la sua metafisica sarà già irraggiungibile e schiacciata da profumi Dubai, bibite Monster e dal primo coltello nascosto in tasca.
Chissà cosa avrà visto nei giorni estivi in città, che sono stati feroci come se lo avessimo abbandonato in un deserto.
Quando avevo salutato a giugno quello delle monete di cioccolato, gli avevo detto l’unica frase che riesco a dire, quella che uso sempre per evitare di essere troppo sentimentale, di farmi prendere dall’affetto, dallo sconcerto: «Fai il bravo, eh. Ti aspetto».
I maranza non ancora maranza, a volte, non lo diventano.
Mi permetto di aggiungere a questo pregevolissimo articolo il mio sciocco pensiero, che questo è un argomento che va molto al di là dell'immediato e tocca da vicino il mio concetto di comunità.
L'attuale governo, e i partiti che lo compongono, ha dato il la a una "guerra" contro i centri sociali afferenti alla sinistra con scuse variabili che vanno dalla tutela del patrimonio privato (di edifici dismessi come il Leoncavallo, Officina 99 o Livello 57) alla lotta armata (salvo scordarsi delle occupazioni di casapound, forza nuova e azione giovani).
Ma mi sia consentito andare oltre alla caratterizzazione politica dei centri sociali.
Sicuramente un centro sociale è un luogo di discussione politica, di confronto anche con persone più estremiste nell'area di riferimento. E certo, spesso in un centro sociale si consuma alcol e anche droghe (come il nostro ministro dei trasporti sa bene, visto che era leoncavallino come me), ma limitare i centri sociali a questo è come dire che l'unico ingrediente della pizza è l'acqua.
Prendiamo il Leoncavallo (perché è l'esempio che conosco meglio): a fianco di attivismo politico e concerti venivano organizzati corsi gratuiti di italiano per stranieri, c'era l'asilo, la mensa solidale, le scuole di musica e di teatro, la radio, le consulenze legali, la ricerca di una casa, la ciclofficina, il doposcuola, le attività sportive, il consultorio ginecologico, il supporto alla regolarizzazione... Tutte attività svolte in un ambiente di forte degrado già a partire dal 1975 in via Leoncavallo prima, in via Watteau dopo, che ha tolto dalla strada tante persone, ha dato loro speranza e un senso di comunità dove lo stato non arrivava (e tutt'ora non arriva).
Dal mio punto di vista, usare la forza anziché il dialogo nella lotta dello stato contro i centri sociali (è bene ricordare che Leoncavallo offrì 5 milioni di euro per l'acquisto della sede di via Watteau, in aggiunta ai 3 milioni già dati, senza che la proprietà desse una risposta qualsiasi, preferendo lo sgombero forzato) crea due problemi principali da cui poi derivano a cascata una moltitudine di altri problemi.
Il primo: eliminare uno spazio di ritrovo disgrega una comunità, rendendo quasi impossibile il controllo delle fasce più violente prima dello scontro con le forze dell'ordine che vedranno la fuoriuscita di questi gruppi come un pericolo all'ordine pubblico e agiranno di conseguenza. Questo innescherà una spirale di fondamentalizzazione (politica, sociale e identitaria) che non farà che esacerbare la contrapposizione tra stato e comunità, creando sempre più occasioni di attrito fino a che la violenza esploderà in maniera incontrollata.
Il secondo: la scomparsa di servizi gratuiti fondamentali per la vita come cittadini italiani forniti da un'associazione multiculturale, a cominciare dalla scuola di italiano, spinge le persone senza la minima radice in loco a rifugiarsi nella cultura di provenienza, creando ghetti e aree in cui ogni "intruso" viene visto come il nemico, e se non hai nessuno che ti guida in un percorso di legalità e cittadinanza attiva sei destinato a cadere nelle mani di chi il problema te lo risolve per vie traverse, quasi sempre illegali e quasi sempre pericolose. L'abbiamo visto con le varie associazioni criminali in Italia, dalla camorra alla p2, dalle brigate rosse a ordine nuovo.
Tutto questo per dire che lo Stato deve lavorare con i suoi ultimi, con le minoranze, con i deboli, prima che questi confondano la disperazione con la forza, ampliando il concetto persona italiana e accogliendo la diversità come un valore aggiunto.
Non sto dicendo che sia facile o immediato, per i cambiamenti serve tempo e più è grande il cambiamento più tempo è necessario, ma bisogna provarci e insistere, non arrendersi alla pancia e allo sconforto.
Questi "maranzini", se indirizzati in una direzione fatta di rispetto reciproco, possono essere il motore per la rinascita del paese al fianco di chi italiano lo è da generazioni.
CHE FANNO D'ESTATE I MARANZA NON ANCORA MARANZA? di Gemma Romano
Premessa: questo è un articolo de Il Post e io sono abbonato, quindi non so se sarà visibile nel link sottostante ma nel dubbio lo riporterò per intero perché merita e magari può servire da sprone a chi volesse contribuire con un abbonamento a un'informazione decisamente meno populista, superficiale e click/ragebait di quella che si trova in giro.
Un'ultima cosa: io l'ho letto sullo smartphone domenica mattina al mercato di Traversetolo e per retaggio del patriarcato ho provato vergogna che la gent mi vedesse con le lacrime agli occhi...
Se le persone giovani le prendiamo a calci nel culo per insegnare loro il rispetto, i calci nel culo saranno l'unica cosa che si ricorderanno di noi.
Ogni anno le vacanze inghiottiscono la bellezza e l’autostima lentamente costruite a scuola. A giugno gli dici: “Fai il bravo, eh. Ti aspett
Un maranza non ancora maranza, una volta, mi ha detto che l’unico sogno che aveva era diventare ricco, ma quando gli ho chiesto cosa volesse fare coi soldi non ha saputo rispondere. Il giorno dopo ho portato a scuola un chilo di monete di cioccolato della Lidl e ne davo una a chi rispondeva giusto alle domande di storia. La lezione si è trasformata in una specie di riffa dove hanno sbancato lui e un altro paio di maranza non ancora maranza che forse avevano ascoltato più lezioni di quanto io avessi immaginato.
Con la bocca sporca di cioccolato e le mani piene di carta d’alluminio dorata mi hanno detto che tra i soldi veri e quelli al fondente preferivano quelli al fondente.
I maranza non ancora maranza partecipano ai percorsi di orientamento ma non capiscono niente perché non si interrogano mai su loro stessi. Possono accedere allo sportello psicologico scolastico ma non sanno che farsene perché non sanno spiegare i sentimenti. Se gli chiedi cosa vogliono diventare da grandi ti rispondono che vogliono «fare il business» ma non sanno cosa sia la finanza: se lo scoprissero si iscriverebbero a economia e forse sarebbero eccellenti manager, ma ci vorrebbe qualcuno che creda in loro così fermamente da insegnargli forte la matematica. Invece noi spesso li promuoviamo col minimo, perché ci mancano il sostegno, la mediazione culturale, i tempi e gli spazi per aiutarli a migliorare davvero e alla fine loro a fare finanza non ci vanno. Alcuni faranno “il business” con le droghe, ed è un peccato perché molti sarebbero eccellenti in giacca e cravatta a Wall Street.
I maranza non ancora maranza hanno il mito un po’ fuori moda della forza fisica. Si emozionano per Muhammad Ali e Primo Carnera se saltano fuori in qualche lettura o lezione. Laddove c’è un ragazzino di alto livello socioeconomico che cerca di assomigliare a Timothée Chalamet, c’è un quasi maranza che crede nella forza muscolare, che tira i pugni al muro se si arrabbia e che non piange mai, neanche se un professore (sì, un professore) gli dice “suino” per offenderlo proprio dove sa di far male.
Molte persone, a scuola e fuori da scuola, si sentono legittimate a insultare i maranza quando non sono ancora maranza. Perché fiutano la loro futura maranzità, si sentono paladini della gente perbene, credono che le mele possano essere marce anche se sono ancora attaccate all’albero, acerbe.
Dai quasi maranza impariamo tutti i giorni l’arte di rassegnarsi alla sconfitta, l’arte dell’odio impotente davanti all’offesa.
A volte penso che quando i maranza prenderanno a calci degli innocenti nei sottopassi della metropolitana immagineranno di prendere a calci quel padrone di casa che li aveva sfrattati da piccoli e aveva umiliato il loro padre, quell’insegnante che gli ha detto «chiamo i carabinieri e faccio arrestare la tua famiglia» o il compagno ricco che aveva provato a vendergli per vera una cintura finta di Gucci quando aveva dodici anni. Il maranza non si fa più fregare come quando era ragazzo, crede di riscattare la violenza subita diventando lui stesso un violento.
Una volta ho fatto vedere a un gruppo di non ancora maranza la famosa foto di Zanardi che alza la handbike: li ho osservati commuoversi di nascosto, credo non immaginassero che delle braccia di pietra potessero risultare virili anche senza essere violente. I maranza non ancora maranza amano la bellezza, nel senso che vogliono essere belli con una schiettezza ammirevole, ma non sanno cosa sia la vera bellezza se nessuno li aiuta a vederla. Quella volta della foto della handbike ho detto a un paio di loro di cercare di diventare belli come era bello Zanardi: loro non hanno deriso i suoi moncherini, mi hanno detto che la cosa più bella di lui, in foto e in video, erano gli occhi.
Il quasi maranza è estremo nei sentimenti come saranno estremi i gesti di violenza che compirà da grande, a undici anni conosce la dinamica della lotta fra Titani, scrive che «sapersi rialzare dalle difficoltà non vuol dire solo avere una nuova possibilità nella vita, ma è come avere completamente una nuova vita», portando a estreme conseguenze l’idea della fenice che brucia e risorge.
Peccato che queste cose le scriva su un foglio storto, senza accento sulla e, senza doppie e con una grafia da prima alfabetizzazione, per cui a volte trova insegnanti che gli mettono 4 e gli dicono che non importano tutte quelle belle idee che ha scopiazzato in giro, l’importante è la forma e lui in italiano non sarà mai bravo.
I quasi maranza non indietreggiano mai davanti a parole dure come “epidemia”, “guerra”, “sangue”, “sacrificio”. Dove i ragazzini della classe tentennano c’è sempre un maranza non ancora maranza che si fa avanti. Se un compagno vomita non hanno schifo e gli tengono la fronte, se qualcuno sanguina lo tamponano, se ci sono risse intervengono e dividono i due litiganti. Certo: vomitano, sanguinano e picchiano forte anche loro, ma a volte penso a come sarebbero bravi nella corsia di un triage o nell’intervento d’emergenza della Protezione civile o dei pompieri, se solo sapessero come fare per diventare uno di loro, se venissero guidati in quella direzione.
Il fatto è che il maranza non ancora maranza non lo difende mai nessuno, eppure anche lui è poco più di un bambino. In un mondo in cui i genitori sono iperaccudenti, presenti fino alla nausea, pronti a difendere i propri figli oltre l’indifendibile, i maranza hanno padri e madri che li picchiano ancora, a volte forte. Per il padre del quasi maranza il figlio ha sempre torto, tranne quando viene chiamato in causa lui, in quanto padre: in quel caso abbiamo torto noi.
Il quasi maranza non si confida coi genitori, mai. Se subisce un maltrattamento, se un docente o un compagno lo minacciano in malo modo e senza rispetto, lui si farà giustizia da solo passando dalla parte del torto automaticamente. Del resto il non ancora maranza non è un santo e sa di avere già sulla coscienza un certo numero di marachelle o di piccoli reati, ma sa anche che nessuno a casa o a scuola lo ascolterà mai se dovesse avere un problema: lo pesteranno o lo puniranno.
Il maranza non ancora maranza impara che deve fregare sempre tutti, compreso sé stesso.
Per questo motivo spesso diventa un seguace del delinquente più forte del quartiere: perché ha paura, non può contare su nessuno, ma da qualcuno bisogna pur farsi difendere – e questo a volte i non ancora maranza lo dicono chiaramente. Implorano protezione da delinquenti più grossi di loro e per averla tormentano i delinquenti più piccoli generando in certi quartieri la stessa dinamica della catena alimentare della giungla. I ragazzi più grandi, che hanno già completato il percorso di formazione da maranza, allevano i piccoli a sopraffazioni perché vogliono farli abituare alla durezza della vita.
Al parco il cugino ventenne tira la palla sempre più forte in faccia a quello di undici anni perché vuole che reagisca, e quando il piccolino gli salta addosso e lo morde fino al sangue si complimenta con lui e gli stringe la mano. Anche per questo motivo il maranzino non si fida mai delle figure educative maschili, a meno che non abbiano un particolare appeal e una formazione pedagogica tale da riuscire a entrare in relazione con lui.
In compenso, spesso, il quasi maranza si affida volentieri alle donne. Alcuni di loro un giorno forse saranno stupratori, efferati e sotto effetto di sostanze, ma non saranno mai incel. Anche se il maranza non ancora maranza in futuro userà e offenderà la donna, non credo che la odierà mai, perché la sua metafisica da bambino è sempre infiammata dal desueto culto per la Mamma e per la divinità affine, la Sorella Maggiore.
Uno, una volta, mi ha consegnato un antico detto beduino: «Al padre devi baciare le mani, ma alla madre devi baciare i piedi, perché davanti alla madre tutti ci dobbiamo inginocchiare, per il suo continuo soffrire». Un giorno ne avevo in classe uno già sotto effetto di bevande alla taurina, che sono a mio parere la più grande piaga non riconosciuta degli ultimi anni per quanto riguarda le dipendenze degli adolescenti. Ne aveva bevute diverse a digiuno, era fuori di sé e mi stava disfando la classe, la lezione e i nervi. A un certo punto gli ho detto a bassa voce che le attività preparate per lui erano come il pranzo che gli prepara la mamma e lui col suo comportamento lo stava calpestando invece che mangiarlo. Lui si è commosso e si è sedato da solo. Quel giorno ho capito che chiedere «che cosa penserebbe tua madre di quello che stai facendo?» funziona più della minaccia di una nota o di un arresto.
Del resto per il quasi maranza le note, le sospensioni, la bocciatura sono come trofei, ma non perché voglia crearsi un mito da bello e maledetto: per lui ricevere sospensioni, bocciature e note è la conferma di esistere.
La metafisica del maranza consiste nel suo fallimento: è già certo che verrà bocciato e punito, sa di non sapere bene l’italiano, sa di non essere ben vestito, sa che la maggior parte della gente che incontrerà lo disprezzerà prima ancora che cominci a delinquere. Quindi delinque.
Ogni anno l’estate inghiottisce il non ancora maranza come una lunga notte, e probabilmente azzera la bellezza, la stima, il tentativo, l’affetto, il lento costruire che abbiamo praticato a scuola per nove mesi.
Chissà se ora lo incontreremo cambiato, se la sua metafisica sarà già irraggiungibile e schiacciata da profumi Dubai, bibite Monster e dal primo coltello nascosto in tasca.
Chissà cosa avrà visto nei giorni estivi in città, che sono stati feroci come se lo avessimo abbandonato in un deserto.
Quando avevo salutato a giugno quello delle monete di cioccolato, gli avevo detto l’unica frase che riesco a dire, quella che uso sempre per evitare di essere troppo sentimentale, di farmi prendere dall’affetto, dallo sconcerto: «Fai il bravo, eh. Ti aspetto».
I maranza non ancora maranza, a volte, non lo diventano.
Non puoi sfuggire alla vita nemmeno nel più tetro dei sotterranei e per quanto essa faccia meno rumore della morte, il suo canto è invero più duraturo.
Vi siete mai chiesti quale sia la percentuale di persone stronze che avete attorno dopo la quale deve sorgere il dubbio che in realtà la persona stronza siete voi?
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ma qualche tempo fa, durante una delle tante discussioni parlamentari della proposta di legge sul Fine Vita presero la parola due gruppi di avvocati che rappresentavano, rispettivamente, i malati che avrebbero giovato di una LEGGE sul Fine Vita e i malati terminali che invece SI OPPONEVANO UNA LEGGE SUL FINE VITA.
Uno dice, ok mi spiace... muori quando il tuo signore cristiddio triangolocchio ti vorrà al suo fianco, d'altra parte se vuoi soffrire pure questa è una tua scelta di autodeterminazione E INVECE NO
Questi malati si sono rivolti a degli avvocati perché se fosse passata una legge sul fine vita - e qua, invece, cito testualmente perché ho un'area del cervello coi neuroni bruciati a formare le seguenti parole - LORO SAREBBERO POTUTI CADERE IN TENTAZIONE E USARE QUELLA SCORCIATOIA.
Io capisco che a leggere fin da bambini le Allegre Vite dei Santi uno pensa che il masochirio (masochismo+martirio) sia una scelta fortificante lo spirito - almeno finché le metastasi non raggiungono le ossa - però porcamadonna asserpentata a sonagli è un po' come essere durante un'epidemia di dissenteria esplosiva ma tutte le porte dei bagni sono inchiodate perché io ho paura di cader dentro al water.
Com'è che diceva? Ah, sì... io dico che la parte migliore dello schizzo da cui sei nato è colata tra le chiappe di tua madre ed ha macchiato il materasso.
Quando non sto bene e riesco a ritagliarmi quei dieci secondi senza che nessuno si uccida con l'asta di una flebo, allora chiudo gli occhi, appoggio le dita sulle tempie, il palmo delle mani sulle orecchie e dopo aver chinato il capo comincio ad ascoltare il ritmo del respiro che riverbera avvolgente nel cranio.
Quando mi sono calmato, senza più alcun rumore dall'esterno, richiamo il primo
Subito davanti a me compare una montagna di ossa sbiancate che brillano chiare alla luce di una luna non presente in cielo.
La montagna è enorme ma improvvisamente le ossa non sono più e sembrano perdere la loro interezza, cominciano a sfaldarsi e pian piano a trasformarsi in polvere.
Allora so che è il momento di richiamare il secondo
e il sibilo del taglio del creato spazza via il monte di ossa sbriciolate, dissolvendone ogni granello.
E infine so che là nella rilucente oscurità non più coperta c'è il terzo
La sagoma scura di una persona china sembra racchiudere nel petto una brace ardente che pulsa a un ritmo scandito dal mio respiro.
Quello sono io nell'attesa che non si conclude mai.
Quello è il mio cuore che rimane, quella è la mia anima in attesa.
Quello è
ZANSHIN
La mente che non si dissolve al compimento dell'azione ma resta pronta ad agire nell'eterno presente del gesto.
Dopodiché allontano le mani dalla testa, apro gli occhi, controllo che nessuno si sia ucciso con l'asta di una flebo e ritorno a essere nell'attesa della volta successiva.
I nostri bisnonni sono stati sfruttati come immigrati...
L'omosessualità esiste anche in natura tra gli animali...
Immagina che succeda alle tue figlie...
Il cambiamento climatico ci farà diventari immigrati nel nord del pianeta...
perdonatemi ma
Non ho bisogno della biologia per motivare una scelta di autodeterminazione affettiva.
Non devo soffrire io o le persone a me care per capire che un qualcosa genera dolore ad altri esseri viventi.
Non ho bisogno di avere paura di una cosa per sapere che è ingiusta.
Ma soprattutto
Io non voto sicurezza e disciplina (cit.) perché qualcuno fa leva su un terrore indotto... quello, purtroppo, lo lascio fare e accadere agli stupidi analfabeti affettivi e funzionali che vogliono soluzioni semplici a problemi complessi, individui che desiderano l'uomo forte in divisa che baratti le loro vere libertà con l'illusione di avere un qualche controllo sulla propria misera vite strisciata nel sopravvivere quotidiano.
Tra un anno la sinistra perderà ancora la possibilità di governare perché qualcuno a destra ha capito quel che intendeva Seneca e cioè che la paura ha sempre più argomentazioni della speranza.
Siamo arrivati al punto che se per la crisi energetica qualcuno dovesse proporre una centrale termo-elettrica alimentata a orfani, la Schlein e Conte litigherebbero se prima di bruciarli sarebbe più giusto sedarli con del valium o dargli una botta in testa.
Facciamo così: sono molto arrabbiato ma è un sentimento di nessuna utilità perché fine a se stesso, quindi per evitare di litigare con qualcuno partirò dal mio dolore per riconoscere quello degli altri e ripartire da lì.
Quando non sto bene e riesco a ritagliarmi quei dieci secondi senza che nessuno si uccida con l'asta di una flebo, allora chiudo gli occhi, appoggio le dita sulle tempie, il palmo delle mani sulle orecchie e dopo aver chinato il capo comincio ad ascoltare il ritmo del respiro che riverbera avvolgente nel cranio.
Quando mi sono calmato, senza più alcun rumore dall'esterno, richiamo il primo
Subito davanti a me compare una montagna di ossa sbiancate che brillano chiare alla luce di una luna non presente in cielo.
La montagna è enorme ma improvvisamente le ossa non sono più e sembrano perdere la loro interezza, cominciano a sfaldarsi e pian piano a trasformarsi in polvere.
Allora so che è il momento di richiamare il secondo
e il sibilo del taglio del creato spazza via il monte di ossa sbriciolate, dissolvendone ogni granello.
E infine so che là nella rilucente oscurità non più coperta c'è il terzo
La sagoma scura di una persona china sembra racchiudere nel petto una brace ardente che pulsa a un ritmo scandito dal mio respiro.
Quello sono io nell'attesa che non si conclude mai.
Quello è il mio cuore che rimane, quella è la mia anima in attesa.
Quello è
ZANSHIN
La mente che non si dissolve al compimento dell'azione ma resta pronta ad agire nell'eterno presente del gesto.
Dopodiché allontano le mani dalla testa, apro gli occhi, controllo che nessuno si sia ucciso con l'asta di una flebo e ritorno a essere nell'attesa della volta successiva.
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Se vi capita di vedere una sacca da catetere con urine come quelle della mia paziente, sappiate che nessuno ha bevuto del tracciante da cantiere ma si tratta di PUBS cioè Purple Urine Bag Syndrome.
La spiegazione è legata a una reazione chimica e batterica molto divertente e per nulla allarmante.
Il processo parte dall'alimentazione e dalla digestione del triptofano (un amminoacido) che viene convertito dall'intestino in una sostanza chiamata indicano, eliminata poi con le urine in modo 'invisibile'.
In presenza di una colonizzazione o un'infezione delle vie urinarie - molto comune nei pazienti con catetere a dimora - alcuni batteri producono specifici enzimi capaci di scindere l'indicano.
Questa reazione produce due pigmenti distinti: l'indaco (di colore blu) e l'indirubina (di colore rosso). Quando questi pigmenti si miscelano e reagiscono con la plastica del tubo e della sacca di drenaggio, assumono questa tipica sfumatura violacea o porpora.
Venerdì sera ero con @kon-igi a chiacchierare. Nel discorrere del più e del meno si cercava di ricordare a quando risalga l'ultimo meetup di Tumblr, pare siano passati almeno 10 anni.
E se se ne organizzasse uno? Se trovassimo una data nei prossimi mesi non troppo lontana da essere a ridosso dell'inverno, né troppo vicina per permetterci di organizzarci con le nostre incasinatissime vite?