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@paperometria
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Ma secondo voi chi vince i mondiali?
Noi, ovviamente.
Capo: Antonio, come va la formazione? Io: mooooolto interessante Io (sull'altro monitor a premere F5 fino a farsi venire i calli al dito indice): e vir assì 'stu kilemuort 'e corrier se mov
@amongsthewaves ti ringrazio, lo cerco e ci do una lettura :)
Ad ogni modo 3 anni fa non sostenevo che la mente umana potesse essere assimilabile ad una macchina, e nemmeno lo sostengo oggi (infatti il tizio del video, che adoro alla follia, ha ragione da vendere).
Quello che ho provato ad immaginare 3 anni fa era un esercizio più filosofico che scientifico, una sorta di condizione ideale, tipo Macchina di Carnot nella Termodinamica, per intenderci, ovvero se una rete con *infinite* connessioni neurali, quindi sempre zero coscienza ma infinita conoscenza, pur potendo dimostrare matematicamente ed ingegneristicamente che non possiede una coscienza, fosse comunque in grado di fornire, in qualsiasi circostanza, con probabilità pari al 100%, la risposta sempre più "umanamente plausibile" a qualsiasi domanda, anche e soprattutto a quelle più legate al mondo umano (sentimenti, intuizioni, etc.), e quindi poter creare una equivalenza a posteriori tra conoscenza infinita e coscienza, e poter sostenere che un oggetto, artificiale o meno, con conoscenza infinita potesse essere nei fatti equiparabile ed indistinguibile al 100% ad un essere vivente cosciente.
Ovviamente la condizione presentata sopra non esiste e non esisterà mai (almeno al nostro stato tecnologico), era una chiacchiera da bar impossibile da verificare, giusto un esercizio di pensiero, a differenza del minchione (sì, sarà pure un luminare dell'evoluzionismo, ma sempre una minchiata ha detto) al quale è bastato conversare due secondi con Claude per poter affermare che possiede una coscienza. Questo è quando si dice buttare la laurea al cesso e tirare l'acqua (ok, poi magari l'avrà fatto per far parlare di sé, ma non cambia il valore squallido della cosa).
@paperometria Sì, idee simili alla tua girano da tanto in filosofia della mente, se ti interessa il tema ti ci puoi divertire. Molti ti risponderebbero che alla macchina che immaginavi mancherebbe comunque qualcosa: l'aspetto qualitativo o "fenomenico" della coscienza, l'effetto che fa vivere una determinata esperienza. Quindi il comportamento della macchina potrà pure essere indistinguibile da quello di un umano dal nostro punto di vista, ma non si può dire che la macchina abbia una "mente" o men che meno una coscienza equiparabile alla nostra. (Tra i grandi classici su questo tema: "Cosa si prova ad essere un pipistrello?" di Thomas Nagel, la "stanza cinese" di John Searle, il "China brain" di Ned Block... ma la lista è lunga.)
Negli ultimi decenni si sta affermando sempre di più l'idea che l'aspetto fenomenico della coscienza abbia qualcosa a che fare con la materia organica e l'organizzazione dei processi vitali. La mente umana non è un software che può girare su qualunque hardware; i dettagli materiali di come siamo fatti contano più di quanto pensassimo qualche decennio fa. L'articolo che citavo prima parla di questo. Un saluto!
Completamente d'accordo su tutto.
Diciamo che ho solo un piccolo fastidio (ma molto probabilmente è roba mia, dovuta al mio vizio di dissezionare tutto, vuoi per formazione, vuoi per indole) nell'accettare tout court che la riduzione di una coscienza a pura chimica non sia possibile.
Ho sempre pensato che ce la cantiamo e ce la suoniamo per il semplice fatto che non riusciamo a riprodurre un cervello completo per vie artificiali, ma da qui a dire che sia impossibile ce ne passa, diciamo che non ne siamo capaci e dobbiamo accettare determinati costrutti perché è il modo migliore che abbiamo per descrivere la realtà. Ma ho quel prurito che mi suggerisce che la cosa non finisce qui.
Ma il giorno in cui (non so se ci sarà mai) riuscissimo a produrre un cervello identico a quello biologico ma ottenuto per vie non-biologiche, che reagisce agli stessi input e produce le stesse informazioni elettriche (dalle quali poi scateniamo tutto il resto), eh lì la vedo poi dura a definire la coscienza come una roba a sé e non come un software che può girare su qualunque hardware. È un po' come quella storia di riprodurre la carne sintetica in laboratorio, se è carne, la mangio, ha lo stesso identico sapore e mi dà lo stesso identico contributo nutritivo della carne allevata per vie tradizionali, hai voglia a dire "eh, ma non viene da una mucca vera", sticazzi.
Però sì, o raggiungiamo questo punto, oppure fino a prova contraria i fatti sono quelli che hai descritto (e quindi, con mia immensa gioia, Richard Dawkins se la piglia a quel posto).

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Come facciamo a sapere che sei ancora vivo e attivo, e che gustavo-9000 non abbia preso il controllo del tuo profilo Tumblr già da un bel po'?
Beh, lo spirito dell'esperimento è proprio quello!
Se un domani non riuscirete più a capire chi è l'originale e chi la versione digitale, allora l'esperimento Frankenstein avrà avuto successo. E siamo tutti nella merda.
Io: ragazzi, studiate a casa la ricorsione e fate esercizi, è importante, la useremo tantissimo nelle prossime settimane Loro:
Dopo alcuni giorni.
Io: ragazzi, fate molti esercizi sulle strutture dati lineari, perché ci serviranno tantissimo quando faremo quelle complesse, e potreste trovarvi in difficoltà se non fate pratica. Loro:
Io: ragazzi, oggi vediamo l'inserzione di elementi in un albero BST. (spiegone). Tutto chiaro? Loro:
Io:
FACEVANO BENE I MIEI PROFESSORI A FOTTERSENE BELLAMENTE DEGLI STUDENTI, VENIVANO, SPIEGAVANO, SI METTEVANO LO STIPENDIO IN TASCA E VAFFANCULO.
MA MORITE TUTTI.
@amongsthewaves ti ringrazio, lo cerco e ci do una lettura :)
Ad ogni modo 3 anni fa non sostenevo che la mente umana potesse essere assimilabile ad una macchina, e nemmeno lo sostengo oggi (infatti il tizio del video, che adoro alla follia, ha ragione da vendere).
Quello che ho provato ad immaginare 3 anni fa era un esercizio più filosofico che scientifico, una sorta di condizione ideale, tipo Macchina di Carnot nella Termodinamica, per intenderci, ovvero se una rete con *infinite* connessioni neurali, quindi sempre zero coscienza ma infinita conoscenza, pur potendo dimostrare matematicamente ed ingegneristicamente che non possiede una coscienza, fosse comunque in grado di fornire, in qualsiasi circostanza, con probabilità pari al 100%, la risposta sempre più "umanamente plausibile" a qualsiasi domanda, anche e soprattutto a quelle più legate al mondo umano (sentimenti, intuizioni, etc.), e quindi poter creare una equivalenza a posteriori tra conoscenza infinita e coscienza, e poter sostenere che un oggetto, artificiale o meno, con conoscenza infinita potesse essere nei fatti equiparabile ed indistinguibile al 100% ad un essere vivente cosciente.
Ovviamente la condizione presentata sopra non esiste e non esisterà mai (almeno al nostro stato tecnologico), era una chiacchiera da bar impossibile da verificare, giusto un esercizio di pensiero, a differenza del minchione (sì, sarà pure un luminare dell'evoluzionismo, ma sempre una minchiata ha detto) al quale è bastato conversare due secondi con Claude per poter affermare che possiede una coscienza. Questo è quando si dice buttare la laurea al cesso e tirare l'acqua (ok, poi magari l'avrà fatto per far parlare di sé, ma non cambia il valore squallido della cosa).
Tre anni fa dicevo questo, e facevo la parte del matto.
Mo' tutti a rompere i coglioni, a scrivere articoli su articoli, la solita scoperta dell'acqua calda.

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Dai 40 ai 60 minuti? E chi c'è in commissione? La Digos?
Io vi son rimasto anche di più, ma la mia mappa concettuale o “tesina” vergeva su sesso ed amore passiona quindi tutti volevano parlarne. C’era una ragione, le mie compagne ridacchiavano ad ogni riferimento di questo tipo e per tre anni il professore di lettere ci aveva tormentato dicendo “chissà a chi chiederò i Carmina Priapea?” A ME, A ME LI DEVI CHIEDERE. Il membro esterno di matematica mi portò dei paper sulla sessualità in campo matematico.
Nemmeno io lo trovo un tempo esagerato.
Certo, se l'esame è "dimmi A" e mi aspetto una risposta imparata a memoria e recitata uguale uguale, allora ne bastano 15, ma se ti sottopongo un problema da risolvere o un qualcosa sul quale devi costruire una risposta ragionandoci su (come sono i miei di esami), allora 30 minuti vanno bene giusto per gli studenti più brillanti, con gli altri hai voglia a buttare il sangue.
Firefox che ti piglia per il culo
Al meeting di onboarding dei nuovi assunti, una 20ina di persone presenti.
Tizi: Antonio, raccontaci due cose di te che ti rendono speciale Io: mah, penso di essere la persona più "nella media" che potrete mai incontrare in tutta una vita.
Sono partiti applausi e attestati di stima.
Più invecchio, più mi convinco che per piacere alla gente devi prenderla per il culo.
Leggere @gustavo-9000 che come incipit di un post scrive Certo, sono umano, vuol dire che veramente abbiamo visto tutto qua sopra.
Sorè, tutto quello che vuoi, ma questo mondo, non solo quello dell'Uni, non mi appartiene più. Ho provato a portare le mie conoscenze e le mie misure, ma appartengo ad uno spazio ed un tempo che non sono più quelli di oggi, e alla mia età di compromessi non se ne fanno più.
A me rimane un solo obiettivo, adesso mi è chiaro più che mai: chiudermi nelle mie passioni, nel mio studio, e lasciare che il mondo vada per la sua strada. Ed in tutto questo provare ad essere un buon genitore.
"A me rimane un solo obiettivo, adesso mi è chiaro più che mai: chiudermi nelle mie passioni, nel mio studio, e lasciare che il mondo vada per la sua strada. Ed in tutto questo provare ad essere un buon genitore."
Mi rivedo molto in queste parole.
A parte il fatto che la parte finale, quella dell'essere buon buon genitore, è tutt'altro che facile, e gia da sola basta a riempirti tutto il poco tempo che potresti invece dedicare alle passioni.
Ma comunque, nel mio caso non si tratta di università, ma di ragazzi appena usciti dall'università che entrano a lavoro subito dopo la laurea, e non sanno ovviamente fare un cazzo nulla.
Io odio insegnare e ho pochissima pazienza, per cui non sono la persona più adatta.
E nonostante ciò sono già un paio d'anni che mi affiancano questi junior, e che cerco di fare del mio meglio per formarli, e per, non dico renderli autosufficienti, ma almeno in grado di non fare troppi danni, diciamo.
Ho messo solo due paletti con l'azienda, quando hanno cominciato ad assegnarmi questi ragazzi: "Devono sapere la matematica, e non devono mai dire robe tipo "ma se nessuno me lo dice come faccio a saperlo".
E' un lavoro di ricerca e sviluppo; un buon 70% delle cose che ti capiteranno, nessuno può dirti come farle, perchè nessuno lo ha mai fatto prima.
Su tutto il resto ci si può passare sopra, e se non sanno scrivere manco due righe di codice impareranno. Però la matematica e l'atteggiamento proattivo, quelli non glieli posso insegnare."
Ecco, pensavo che questi due fossero paletti sufficienti.
I ragazzi che mi arrivavano erano tutto sommato intelligenti, e vedevo che imparavano molto velocemente.
Poi però ha iniziato a subentrare altro.
Quando iniziano a essere un minimo autonomi, al punto che gli lascio corda e gli do compiti più di responsabilità, Cominciano a verificarsi tre cose:
Fanno di testa loro, come se ormai sapessero tutto. Cambiano robe che non dovrebbero senza nemmeno avvisarti, fanno modifiche invasive senza sapere che dovranno poi essere riportate su altre macchine diverse, cancellano roba che non capiscono pensando che non serva a nulla, scrivono funzionalità supercomplesse da migliaia di righe di codice perdendoci giorni, senza che nessuno gli abbia chiesto di farlo, e altri comportamenti simili.
diventano superficiali. Nella fretta di dimostrare che sono bravi, nella fretta di finire prima, tralasciano una montagna di cose che avevano già capito, che sapevano perfettamente, ma che smettono di considerare importanti.
tendono a sminuire tutti gli errori che fanno, come se non fossero niente di grave. "Vabbè basta fare così e cosà". Si, basta farlo, ma non l'hai fatto. E abbiamo buttato 2 giorni di lavoro per 4 persone, perchè non l'hai fatto.
Ecco, io qua mi fermo.
Già che non volevo insegnare, già che non ho pazienza per ripetere le cose mille volte.
Ma quando il problema inizia a diventare comportamentale, e non tecnico, alzo le mani.
Chi me lo fa fare di perdere mesi per insegnargli e spiegare cose che dovrebbero già sapere, quando loro NON VOGLIONO saperle ?
A cosa sono serviti mesi di pazienza a ripetere le stesse cose, che avrei potuto usare per fare il triplo del loro lavoro, per poi sentirsi rispondere in modo arrogante che loro quelle cose le sanno già ?
Lo sai, ma non lo fai.
Non so, forse sto semplicemente diventando un vecchiodemmerda™, ma non mi pagano abbastanza per queste stronzate.
Condivido parola per parola, ma nel mio caso, paradossalmente, i punti (1), (2) e (3) sarebbero stati tutto oro che cola, e purtroppo non è così. In fase di applicazione, che è il tuo caso, devono avere struttura e processo, altrimenti tanto vale dare fuoco ai laboratori, nel mio caso ben venga la voglia di fare minchiate, purtroppo però la realtà mi ha mostrato una situazione ben diversa.
Quasi tutti gli studenti che mi sono capitati, di cui se ne salvano giusto due ma davvero due contati, non accettano il fatto che la sperimentazione ed il fallimento fanno parte dell'educazione scientifica, a qualsiasi livello. Pensano che la scienza arrivi per opera dello Spirito Santo. Io capisco che lo studio è parecchio, ci sono le ansie, le madonne, tutto quello che fa parte di quella roba lì, ma senza esercizio, senza sbattere la testa sul problema, poi ci si perde. Ed infatti siamo già a metà corso, e i ragazzi si sono già persi, non mi seguono più, stanno lì a guardare uno schermo, come se io fossi un alchimista che spara supercazzole solo per fare il brillante, quando semplicemente se non hai studiato una minchia poi per me è complicato farti capire la minchia al quadrato.
Mo', questa roba non è che non c'era nel 1990. Solo che all'epoca chi decideva di non studiarsi la minchia se ne andava affanculo a fare altro nella vita, facile, veloce e la società ringraziava. Quello che ha totalmente sfasciato la baracca è la AI da un lato, dove ormai i ragazzi delegano l'intera attività di pensiero ad una macchina, e quindi i giochi sono fatti fin dall'inizio, dall'altro una Uni che coscientemente ha deciso di abbassare la soglia a sotto la suola delle scarpe, quindi i ragazzi non si sentono nemmeno il fiato sul collo, non perché sia giusto e/o educativo farli cagare sotto (anche se...), ma in qualche modo devi responsabilizzarli verso un qualcosa che richiede impegno. In questo contesto, insegnare diventa impossibile, a meno che non stai lì per lo stipendio (come il prof che fece l'esame con me 2 mesi fa, dove disse espressamente e senza mezzi termini io l'esame ai ragazzi lo do sempre), e vabbè, in questo caso vale tutto.

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Clint Eastwood ha detto qualcosa sull’invecchiare che mi ha gelato.
Invecchiare non è gentile.
Sei ancora qui. Ancora presente. Stai ancora guardando il mondo muoversi. Ma il corpo che ti ha portato attraverso tutto — le guerre, il lavoro, la follia della giovinezza — inizia a chiedere più di quanto tu possa dargli. Le articolazioni che non si sono mai lamentate ora parlano al mattino. Gli occhi che un tempo assorbivano tutto ora sobbalzano alla luce. Il respiro, che non richiedeva mai un solo pensiero, inizia ad avere bisogno di piccole pause.
Ma niente di tutto questo è la parte più difficile.
La parte più difficile è il silenzio.
A una certa età, allunghi la mano verso il telefono e ti ricordi che non è rimasto nessuno da chiamare. Le persone che ti conoscevano da giovane — che ricordavano le stesse estati, le stesse strade, gli stessi volti — se ne sono andate. Una per una, poi tutte insieme, finché i ricordi che porti con te non hanno più nessuno con cui condividerli.
Così racconti comunque le storie.
A chiunque sia disposto ad ascoltare. Con un po’ più di colore di quanto forse la verità meriti. Con un tocco di orgoglio che ti sei guadagnato e un dolore che non nomini sempre. Sai che la persona di fronte a te non c’era. Sai che non può sentirlo proprio come te.
Ma glielo racconti. Perché raccontarlo è trattenersi.
Quelle storie non sono solo ricordi. Sono la prova che una vita è stata vissuta. Che le persone sono state amate. Che le cose contavano. E se nessuno le chiede — le offri comunque, in silenzio, come se mettessi qualcosa su un tavolo sperando che qualcuno la raccolga.
La vecchiaia non è semplicemente ciò che succede a un viso o a un corpo.
È la memoria che cerca un posto dove riposare.
E ciò di cui ha bisogno una persona anziana — più dei consigli, più delle soluzioni, più di qualcuno che le dica come sentirsi — è semplicemente qualcuno disposto a sedersi, stare fermo e ascoltare.
Non per aggiustare niente.
Solo per esserci.
Questo è tutto il dono. E non costa nulla.
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