(Romania on the road - sesta puntata)
Verso dove piegare, in Transilvania, per chiudere il nostro cerchio?
Dalla fattoria di Katia, le ipotesi a portata di mano erano molte e succose. A meno di cento chilometri, in direzioni diverse, c’erano tre cittadine delle quali avevamo sentito lodare la rara bellezza: Sibiu, “la Vienna in miniatura”; Brașov, la città del castello di Dracula, nonché di un pittore di icone presso il quale una mia amica era stata apprendista in una storia che vi racconterò altrove; e la più piccola e creativa Sighișoara. Tutte e tre fanno parte del patrimonio mondiale dell’Unesco (per quel che può contare: ne fa parte anche la danza del giaguaro del Guatemala…). Tutte e tre promettevano un soggiorno con i fuochi d’artificio, fra svogliate passeggiate per i vicoli, localetti appariscenti e discorsi intellettuali senza capo né coda davanti a un calice di vino, come accade sovente nei borghi d’arte. Ma a noi toccava sceglierne una e scartare le altre due, come Paride con le dee, quando dovette pronunciare il suo famoso giudizio.
Potrei inventare mille retroscena intriganti, ma vi dirò la verità: siamo andati a Sighișoara solo perché era quella che veniva più di strada per tornare in Maramureș.
Mentre FedEle faceva manovra per ripartire, Katia stava uscendo a cercare nel paesino due uomini che le tenessero fermo il maiale mentre veniva castrato. Se il veterinario fosse arrivato puntuale, cioè alle 9 del mattino, quel compito sarebbe toccato a me e a Massi. Ma si sa, in Romania i tempi tendono a dilatarsi, come in una specie di entropia….e così niente castrazione del maiale. “C’est la vie”. Sarebbe stato perfetto come ultimo souvenir della Romania agreste, ora che facevamo rotta verso qualcosa di molto, molto più simile a una città turistica moderna.
(Fra parentesi: il mio nonnino di Sighet si vantava di aver fatto ingrassare il suo maiale fino a 810 kg prima di ucciderlo solennemente il 14 giugno e di surgelarlo per il resto dell’anno. Può darsi che esagerasse e che il maiale non fosse così grosso; certo è, però, che era molto saporito).
(Mi sono divertito a immaginare un conciliabolo, intorno a quel maiale, che riunisse alcuni miei amici delle opinioni etico-politiche più disparate. Avrebbe cominciato il vegano: “Ma questo è raccapricciante!” Al che il socialista avrebbe risposto: “Quelli sono poveri, e d’inverno fa -20°; quando soffrirai anche tu la fame e il freddo come loro, potrai fargli la tua predica borghese sul fatto che si mangiano il maiale”. E il terzomondista: “È la loro tradizione, non ha senso imporgli il nostro modello coloniale occidentale di cucina”. E il federalista: “Dovrebbero attenersi alle direttive europee sulla macellazione. Nel diritto europeo sul fine vita gli animali sono trattati meglio delle persone…” e il progressista: “È costoso e inefficiente che ogni famiglia rumena si allevi in casa il suo maiale. Un bell’allevamento industriale centralizzato abbatterebbe i tempi e i costi!” e il sensibilista: “Mangiare il maiale offende la sensibilità delle minoranze ebraiche e islamiche!” e la femminista…e in tutto ciò non siamo ancora usciti dal recinto della “sinistra del 2%”, di cui mi glorio di far parte, ma chissà l’immensa maggioranza degli italiani che cosa direbbe su quel suino. Probabilmente direbbe che era, in effetti, molto saporito).
Ancora non abbiamo idea di quale tesoro ci stia aspettando, in quel piccolo scrigno arroccato sulle pendici di un colle, quando ci sistemiamo in un campeggio che sta a pochi minuti a piedi nella pianura sottostante, e dove abbiamo affittato un simpatico bungalow giallo. Il territorio, là nei dintorni, ricorda a tratti la Toscana: ci sono le vigne, i pergolati, le cascine, ma tutto in una sua versione più ispida e scarmigliata.
Io mi concedo un tuffo in piscina, mentre Massi rimane sull’uscio a leggere “Lolita”. Poi dormiamo fino a mezzogiorno.
All’ora di pranzo, andiamo finalmente a perderci tra i vicoli della città vecchia.
È stato amore a prima vista.
Sighy è proprio come una di quelle ragazze che fanno impazzire d’amore noi uomini: non rientra in nessuna categoria predefinita, anzi ci gioca, le rompe, le rimischia e le scompagina, e tanto più ti rendi conto che è unica e inimitabile, tanto più sai che d’ora in avanti non puoi più fare a meno di lei. Così ti sfila l’anima dagli occhi, se la ruba e se la mette nella tasca di dietro dei jeans, mormorandoti “Chissà…se fai il bravo forse te la restituisco”. Ma tu, in fondo, preferisci continuare a vederla lì, in quella tasca, la tua anima. E lei ne è consapevole. Accipicchia, se lo è.
Quella che oggi è la languida e sorniona Sighișoara, un tempo era l’orgogliosa Schässburg, fondata dai sassoni come rocca difensiva contro i turchi. I sassoni sono scomparsi da tempo: Ceaușescu, il dittatore pazzo, li vendette fisicamente alla Germania Ovest come forza-lavoro a basso costo, perché era ossessionato dal mito della purezza nazionale (sigh!) e voleva disfarsi di tutti coloro che non avessero sangue rumeno. Ma la loro impronta è indelebile. Le torri a punta, i tetti, i finestroni gotici della cattedrale, sono proprio quelli da cui ti aspetteresti di veder sbucare Frankenstein o Faust, mani dietro la schiena, crucciati e assorti nei loro titanici sogni. Quando poi ho visto l’insegna “Musikverein” lungo la scarpata della collina, ve lo confesso, una vocina mi ha sussurrato dentro: “Bentornato a casa”…
Ma la cosa incredibile è che, se il disegno è nitido, teutonico, da quadro di Friedrich, il colore - il colore! - è il più spigliato e fantasioso che si possa concepire. Case turchesi, celesti, gialle, arancio cannella, rosa, rosse laviche, ti ammiccano da ogni parte. Sembra Portofino, ma smontata dal mare e rimontata su un’altura a 500 km nell’entroterra. Gli edifici ufficiali neoclassici spezzano il ritmo qua e là, come delle isole di armonia e di compostezza, burine al punto giusto. Ma tutto intorno rampicanti, ponticelli in legno, giardini panoramici, piazzette, carrugi scoscesi, compongono i muscoli e le ossa di questa creatura bizzarra, così bizzarra che non può non ispirare simpatia.
Una scalinata coperta, anch’essa di legno, conduce sulla sommità del colle. Due chitarristi, l’uno dirimpetto all’altro, accompagnano la scarpinata con melodie latinoamericane. Usciti fuori, ci ritroviamo subito di fronte al Liceo Teoretico, un capriccio mezzo neogotico e mezzo secessionista, isolato lassù, tra gli alberi, in cima alla città. Che diavolo è il Liceo Teoretico? Semplice: il distaccamento locale della scuola tedesca. “Über alles” nel vero senso della parola…
E si comincia a camminare in un parco, dove si incontra prima un’antica abbazia, poi, guardando giù per il pendìo, di balza in balza, il cimitero cattolico. Una lapide AGLI EROI MORTI spalanca la vista sulla vallata, ampia, imponente, come pietrificata in un tempo che non vuole passare. Qui io e Massi torneremo a trascorrere l’ora del crepuscolo, a cavalcioni sulle mura che danno a strapiombo sul cimitero, con l’immancabile palinka a ispirarci pensieri nostalgici. Ma non prima di aver passato l’intero pomeriggio nel déhors di una graziosa sala da tè, lungo un carrugio sdrucciolevole della città vecchia, col cameriere inesperto che rompe un calice, e con tante, troppe parole che vorremmo scrivere ma, come da copione, non ci vengono.
Perché io volevo vederti d’inverno.
La tua bellezza mi rapiva perché già ti immaginavo d’inverno, ritrosa, solitaria, vogliosa di stare faccia a faccia con me, a raccontarmi le tue storie.
Spoglia dei tuoi abiti mondani, senza più le orde di ammiratori a farti complimenti in cento lingue diverse, senza i gadget le tazze le buste e le chincaglierie, sola coi tuoi lineamenti gotici, di pietra nuda, che di tanto in tanto inizia a sgretolarsi.
Dal parapetto delle mura vedrei il torrente a valle ghiacciato, e intorno tutto imbiancato a perdita d’occhio. Il fumo delle stufe che esala, la legna da rompere e da ardere coi guanti, il fiato che si cristallizza in aria, e le tue case, ridenti e variopinte, a disegnare come un porticciolo da cui si salpa su un mare di neve.
Allora sì che mi darei, con furore, ad esplorare ogni tuo lembo, ad annaspare sui tuoi fianchi, a profanare le tue chiese. Ti avrei solo per me. Quella sala da tè, coi tavolini bassi, quanto a lungo potrei colonizzarla senza sentirmi in colpa. Quel cimitero sulle balze del pendìo…
...dall’alto i comuni mortali me lo vedrebbero percorrere avanti e indietro, con la neve al ginocchio, col cappotto sgualcito, gridando e barcollando fra le tombe dei tuoi eroi, come un Novalis o un Hölderlin, come il Wanderer delle opere di Schubert.
Mi vedrebbero, e scuotendo la testa direbbero: “È pazzo”.
E avrebbero ragione. Sarei pazzo di te. O almeno sarei pazzo con te, che pure è qualcosa.
Saresti il mio impero, languida Sighy, saresti il mio impero, orgogliosa Schässburg. Languiresti orgogliosa fra le mie carezze, ed io non chiederei niente di più.
Simili morbosità rendono bene l’idea di quale fosse il nostro stato mentale in quelle ore.
Ed è grazie a quello stato mentale che sono riuscito a photoshoppare dal mio campo visivo tutti i gruppi organizzati con guida, il marketing sul papà di Dracula che sarebbe nato là, i fisarmonicisti che suonavano “il Padrino”, le ardesie “Authentic romanian food”, il museo della tortura San Gimignano-style, l’ostello della gioventù così fighetto che non ci ha lasciato prendere neanche un caffè ai suoi tavoli, e gli altri classici scempi del turismo da borgo.
Ah: abbiamo incontrato un’altra rumena fra i 20 e i 30 anni. Gestiva un banco di plăcinte dietro il municipio, insieme a un coetaneo dai baffoni austroungarici. Non abbiamo capito se fosse il suo ragazzo o qualcosa del genere, ma di sicuro era il primo hipster che incontrassimo in Romania. Una buona notizia o no? Fatto sta che quei due servivano la plăcintă alla Finetti (sottomarca rumena della Nutella), il che ha sequestrato all’istante tutta la nostra attenzione. Avete presente le crêpes alla Nutella che vendono per strada a Parigi, o in altre città francesi? Bene: la versione rumena con la plăcintă sostituisce l’esile e friabile piadina con una crosta totalmente fritta. È stata la cosa più anti-salutare che abbia mangiato quest’anno. Una bomba termonucleare! Una vera delizia!
E oziose, sensuali, cadenzate, sono passate le ore della notte e del mattino. Finché il 5 agosto, l’ultimo giorno prima di dover restituire FedEle, ci siamo dati la sveglia con un’abbondante colazione alla tedesca, con salame di tacchino spalmabile, caffè lungo e formaggi, sulla piazzetta di fronte alla chiesa ungherese. Nel giardino lì accanto, seduta su una panchina, una ragazzina olandese schizzava qualche disegno sul suo taccuino. Il sole picchiava sulle tegole di una torre, non ricordo se quella dei Tessitori, dei Cuoiai o dei Calzolai (a Sighy ogni torre era stata pagata da una gilda artigiana, un po’ come nel nostro duomo di Piacenza). Dal portone semiaperto della chiesa giungeva l’eco della messa cantata, con le sue polifonie serene, luminose, soavi.
“Con tutto il bene che voglio ai musulmani e agli ortodossi”, dico a Massi, “da un certo momento in avanti la musica sacra latina è diventata un’altra storia”.
Ci eravamo appena lanciati in una fervorosa discussione su perché il canto gregoriano si sia evoluto nella polifonia così presto, rispetto a quello islamico e ortodosso, quando a due passi da noi le campane hanno iniziato a suonare. Potenti, rintronanti. Sembravano voler fare a pezzi con le loro vibrazioni noi, la piazzetta, la torre, l’olandese col taccuino e l’intera vallata, come se fossimo tutti fatti di vetro.
Mi sono tornati alla mente dei versi di “Italia mia”:
Signor’, mirate come il tempo vola,
fugge, e la morte n’è sovra le spalle!
Voi siete or qui: pensate alla partita,
convien ch’arrivi a quel dubbioso calle!
Piàcciavi porre giù l’odio e lo sdegno,
venti contrari alla vita serena,
e quel che in altrui pena
tempo si perde, in qualche atto più degno
in qualche onesto studio si converta!
E la strada del ciel si trova aperta!
La sapevo ancora a memoria perché al liceo avevo provato a metterla in musica: il risultato, lo ricordo, era stato un incrocio tra “Eskimo” e “La locomotiva”, che rendeva molto onore a Guccini ma un po’ meno al Petrarca.
Però in quei versi c’era tutta l’amarezza per ciò che mi aspettava in patria, una volta ritornato dal mio viaggio. Salvini, i grillini, gli anti-euro, una politica che da anni sa solo aizzare “l’odio e lo sdegno”, sa solo far perdere tempo “in altrui pena” alla povera gente, sa solo suscitare nemici immaginari contro cui sfogarsi è facile come sparare al tirassegno, oggi i negri, ieri i politici, domani l’euro, e intanto “il tempo vola”, il mondo va avanti nella sua corsa precipitosa verso il baratro, e noi lì, a rifiutare strutturalmente di preoccuparcene, e ai nostri nipoti, quando ci chiederanno “Perché non avete fatto niente? Perché?” risponderemo: “Scusateci, eravamo troppo impegnati a sfogarci al tirassegno".
La mia voglia di tornare in patria era pari a zero.
Ma le mie finanze per continuare il viaggio, più o meno, anche.
E così, dopo aver porto l’orecchio alle finestre del Conservatorio, dove i pianisti facevano prove aperte al pubblico per l’imminente festival di musica, ridiscendiamo per l’ultima volta quella scarpata, raggiungiamo il campeggio col bungalow giallo, raccattiamo i panni stesi, carichiamo i bagagli –pardon, il bagaglio – su FedEle, e imbocchiamo la via del ritorno.