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Struzzi, la politica fa più paura del virus
Struzzi, la politica fa più paura del virus
Uno dei meccanismi di difesa più classici della mente è il desiderio di non sapere o la negazione di ciò che evidente in modo da cancellare quello che disturba, che può creare un conflitto con se stessi o che può costringere ad azioni che mai si era considerato di poter o dover intraprendere. E questo risulta ancora più facile quando l’intera comunicazione ti dice che è un grave peccato cercare…
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Struzzi, la politica fa più paura del virus
Struzzi, la politica fa più paura del virus
Uno dei meccanismi di difesa più classici della mente è il desiderio di non sapere o la negazione di ciò che evidente in modo da cancellare quello che disturba, che può creare un conflitto con se stessi o che può costringere ad azioni che mai si era considerato di poter o dover intraprendere. E questo risulta ancora più facile quando l’intera comunicazione ti dice che è un grave peccato cercare…
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#struzzi #impertinenti #laboratoriopupetti #laboratorioartistico #madeinitaly #artigianatoitaliano #artigianato #arte #quadrimaterici #handmade https://www.instagram.com/p/Bo6kVJynuxl/?utm_source=ig_tumblr_share&igshid=1eitn9zo604ox
Angeli e struzzi
Romania on the road - seconda puntata
Voroneţ, Moldoviţa, Sucevita. Tre nomi che fanno tremare. “Le cappelle Sistine d’Oriente”, le tre sorelle fatali, i tre luoghi in cui la terra riflette il cielo come in uno specchio d’acqua limpida.
Queste tre chiese vengono così spesso associate tra loro che non ti aspetteresti mai una diversità così radicale nelle sensazioni che ciascuna ti dona, una volta che ci entri in contatto.
Voroneţ, col suo maestoso Giudizio Universale su uno sfondo di polvere di lapislazzulo, fa la parte del leone nell’attrarre pellegrini e turisti, ma forse proprio per questo lascia uno strano senso di disagio, come di fronte a qualcosa di artefatto, d’incompiuto, di sopravvalutato e insieme svalutato. Sulla guida avevamo letto che da qualche parte c’erano i ritratti di Socrate, Platone ed Aristotele con le aureole da santi, perciò abbiamo passato quasi un’ora a cercarli e ci siamo illusi più volte di averli rintracciati in questi o in quei vegliardi che sembravano avere un’aura un po’ meno profetica e un po’ più razionalista. Durante questa smaniosa ricerca, ci siamo imbattuti in un affresco che pareva un primitivo Tondo Doni: sulla sinistra comparivano tre saggi con la barba, ognuno dei quali teneva in grembo un canovaccio da torta con dentro tante piccole anime fanciulle. (Chiunque fossero quei tre, ci ho visto una raffigurazione insuperabile del ruolo del maestro). Alle loro spalle sorgeva un albero con Gesù bambino che faceva capolino tra i rami. Più avanti, Giovanni Battista faceva da trait-d’union tra loro e la Madonna. Avrei potuto intitolarlo “le doglie dell’umanità”, l’attesa attraverso la storia che Gesù sbucasse da quei rami, con le figure più significative che ne avevano preparato la venuta.
Moldoviţa, invece, è sbalorditiva dal punto di vista del tocco pittorico. i suoi colori sono torbidi, non hanno paura di scadere nel vermiglio, nel giallo pallido, nelle ombreggiature nere. Superbe e spregiudicate, le sale interne di questa chiesa ci lasciano a tu per tu con una visione del mistero di Cristo che sconta tutti i limiti, le cecità e le complicazioni della mente umana.
Ma la palma del capolavoro la vince Sucevita. Ci accoglie con uno sciame di angeli che si avventa su una lunghissima scala a pioli, aiutando a salirci le anime, mentre dall’altro lato della scala una folla di demoni tenta di afferrarle, di strattonarle, di gettarle nell’inferno. Ancora siamo storditi da questo prodigio dell’ “alta fantasia”, quando giriamo l’angolo e ci troviamo di fronte all’albero di Jesse: una festa sconfinata di foglie e racemi, che affonda le radici nel fianco di Jesse, l’antenato di Gesù, e di ramo in ramo, avvitandosi su se stessa sempre più in alto, mostra il re Davide e gli altri discendenti fino a Gesù stesso.
Ed eccoli lì, finalmente, i filosofi antichi, con le barbe e le pergamene, schierati intorno al corpo addormentato di Jesse. Ognuno di loro ha una corona sulla testa. “Perché”,ci spiega una monaca, “nulla rende regale la testa di un uomo quanto il pensiero filosofico”.
Ringraziamo del complimento con un inchino e passiamo all’affresco successivo, l’inno Acatisto, che i bizantini cantavano alla Vergine come ringraziamento per averli salvati dai persiani nel 626. La scena dell’assedio, con l’ovvio corredo di cannoni moderni e di soldati turchi, è di un dinamismo che toglie il respiro.Per finire, all’interno della chiesa sono effigiati tutti i santi del calendario ortodosso, come in un album delle figurine dalle tinte macabre (sono morti quasi tutti ammazzati).
Tutto questo ragionare sui rapporti tra fede cristiana e filosofi classici ci mette addosso una voglia matta di rileggere il 4° canto dell’inferno. Ci appoggiamo sulla panca di un bar. “Sì ch’io fui sesto fra cotanto senno...” “Vidi il maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia...” “Democrito, che il mondo a caso pone...” “Averroìs, che ‘l gran comento feo...”
Al 4° segue il 5°. Al 5° segue l’11° del Purgatorio, quello sulla superbia degli artisti. A quel punto la cameriera ci obbliga moralmente (e forse anche legalmente) ad ordinare il tè. il prezzo è talmente turistico (10 lei, più di due euro) che ci andiamo in puzza e di nascosto ci portiamo via le bustine per riciclarle la mattina dopo.
il seguito della storia prova che avevamo fatto bene…
Ma arriviamoci con ordine.
Spostarsi tra Voroneţ e Moldoviţa, e poi fra Moldoviţa e Sucevita, non è facile come spostarsi da S. Pietro a S. Giovanni. La Bucovina è un dedalo di monti scoscesi e di strade tortuose, che si devono percorrere con pazienza, a passo lento...ma in cambio regalano momenti epocali.
Per esempio questo!
O quando un temporale ci ha sorpresi sulla via verso Moldoviţa, e ci ha costretti a ripararci sotto una tettoia insieme ai pensionati e agli operai in pausa pranzo del paese, mangiando il pane e il formaggio comprati lì sul posto, e provando ad imbastire qualche chiacchiera.
Aveva appena finito di piovere, e ci accingevamo a offrire un sorso di palinka ai nostri compagni, quando quelli ci hanno intimato di aspettare.
Da lontano giungeva il lamento rugginoso di due trombe, due trombe rudimentali, fatte con semplici tubi. Le suonavano due contadini in gilet col cappello da alpini. E le suonavano per far avanzare la processione di un funerale.
Il carretto, tirato da due cavalli, portava la bara attorniata da quattro piccoli abeti. Davanti il prete, con le insegne della croce. Dietro, paesani di ogni età, qualcuno con gli abiti tradizionali, altri coi jeans o con le scarpe da ginnastica che indossavano al momento in cui il corteo si era formato. Una bimba dormiva, a labbra socchiuse, posata sulla spalla della madre.
Di nuovo quel doppio squillo, truce, stonato, i suonatori sono lì di fronte a noi. La processione gli muove incontro.
“La conoscevo”, mi dice dispiaciuta la vecchia che siede accanto a me. “Era la nonna di molti nipoti”.
Quando il corteo scompare oltre le cancellate del cimitero, riproviamo ad offrire la palinka. Uno dei pensionati la accetta volentieri. Un altro risponde che non può: ha dei problemi al cuore.
“înima” si dice, il cuore, in questa lingua meravigliosa, dà proprio l’idea di qualcosa che è dentro, più dentro che mai, così dentro da essere introvabile, da smaterializzarsi.
La tomba invece si chiama “mormint”, ciò che fa avere nella mente il morto.
Dall’alto ci sovrasta una collina, verde chiara, tonda tonda, con le mucche al pascolo, come quelle che disegnano i bambini dell’asilo.
In un paesino distante dalle rotte turistiche, Voivodeasa, bussiamo alla porta di una signora che aveva affisso un cartello “camere”. Si chiama Maria, e con i soldi guadagnati in italia ha costruito una specie di villa imperiale con due dependances e una capanna nel giardino. Le facciamo presente che non abbiamo molti soldi, un po’ contrattiamo, un po’ la imploriamo. Ci tratterà come una mamma affettuosa fino al pranzo di domani.
La sera se ne vola via in quella capanna nel giardino, a scrivere, scrivere ossessivamente, come in un laboratorio di alchimisti, fra un cucchiaio della zuppa di pollo avanzata alla famiglia di Maria (e fatta col pollo allevato e strozzato da Maria), le borracce, i posacenere, e la stanchezza che ancora tarda a farsi sentire. Per oggi è tutto, linea alla regia.
(continua nella prossima puntata)

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Cinque uccelli che non volano https://www.cinquecosebelle.it/cinque-uccelli-che-non-volano/
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