Potremmo star qui a dibattere sull'amore fino alla morte ma mai emergerebbe un'unica verità sull'argomento. Mi tengo a distanza da chi incasella e cataloga, con dimestichezza, le storie degli altri con etichette già pronte. Quante volte mi sono trovata, a mia insaputa, dentro quei box. "Non avresti dovuto", "non è giusto", "non è corretto", "non è amore", ecc.
L'amore è un mistero infinitamente fuori dall'ordine naturale delle cose che VIETA a chiunque di salire in cattedra per dispensare regole e condotte.
La storia di Lea e Pietro, narrata da Elena Loewenthal, probabilmente tocca i ricordi o il presente di chi legge, o la fantasia di chi vorrebbe poter vivere una storia così.
Non è perfetta perché idealizzata; è perfetta perché reciproca e vissuta materialmente nel tempo e nello spazio. Ma non esce dal rapporto a due. Non una parola con un'amica, con un collega. Non un commento, un pensiero, una confidenza.
Una dimensione così intima, abbacinante, così penetrante per l'uno e per l'altra che tutto sommato basta a se stessa. Per sopravvivere, questa storia, non necessita di progetti né di futuro; requisiti delle storie d'amore in cammino.
Il sesso non è seduzione ma conoscenza.
Un sesso non compromesso neanche dal tempo che passa. Sono corpi che si desiderano e più volte, senza la necessità di costruire. Nessuno dei due chiede della vita quotidiana, del ménage familiare.
È un tradimento legittimato da una scelta consapevole.
Giusto, sbagliato, inevitabile?
È una storia d'amore. Anche questa collocata in un altrove, decisamente tangibile. Si nutre di racconti, di lavoro, e della profondità del Sud.
Di testi, di storia. Di dita che toccano e che penetrano, che premono e affondano. Radicata nelle camere degli alberghi dove tutto è di tuttə.
Una storia d'amore agganciata ai capelli di Lea, innaturata nell'ultima carezza di Pietro.
Se non l'avete mai vissuta una storia così, prendetevela con avidità da chi l'ha scritta desiderandola. Oppure, se la state vivendo o l'avete vissuta, sarà un modo per andare alla ricerca di crepe più profonde.
Qui "non c'è vissuto da spartire, solo presente".