Thomàs aveva gli occhi di luce, quasi liquidi.
Erano caldi, solari, sapevano prendere l’anima più grigia e riscaldarla. Era felice di aver questo super potere. Gli sembrava di poter raddrizzare l’asse terreste di ogni persona, anche solo un poco, quel che bastava per non farla precipitare nel gelido spazio.
A Thomàs piaceva passeggiare tra i viali del parco. Vedere la luce tra le foglie, era un toccasana. Si sentiva di nuovo pieno di energia, pronto a darla agli altri.
Thomàs sapeva che tutto questo non era logico, la sua era solo una sensazione, la luce donata non sarebbe mai più tornata indietro.
Thomàs era consapevole che, ogni giorno, la pallina gelida dentro di sé cresceva. Il suo potere non sarebbe durato in eterno, doveva sbrigarsi.
Così ogni giorno aiutava tutti quei piccoli pianeti alla deriva. Cercava di salvarne il più possibile, anche nei momenti più caotici. In tutto questo, lui era sempre lì a risplendere.
Il freddo dentro di lui stava aumentando.
Si sentiva sempre più stanco.
Passarono dei mesi, e Thomàs si rese conto che era giunta la fermata che avrebbe posto fine alla sua corsa.
Le persone di quella limpida domenica di maggio sarebbero state le ultime a ricevere il dono. Fece la sua magia, la fece esattamente come tutte le altre volte.
A fine giornata non era triste, non provava nostalgia, era solo felice di aver svolto il suo compito.
Ma era stanco, era troppo stanco.
Le palpebre erano pesanti.
Pensò: “Ora sono una stella vera e propria”.
In quel modo, quelli come lui sarebbero vissuti in eterno.
Alti nel cielo, avrebbero ricordato al resto della specie qual è il loro compito.
Sentì di nuovo caldo, si sentì pieno di energia.
Pronto ad indicare la retta via a tutte quelle piccole stelle terresti.