“Era uno strano modo di uccidermi, non a pezzi, ma a briciole, ingannandomi con lo spettro di una speranza.”
Emily Brontë, Cime tempestose.

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“Era uno strano modo di uccidermi, non a pezzi, ma a briciole, ingannandomi con lo spettro di una speranza.”
Emily Brontë, Cime tempestose.

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Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca.
Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza.
Amo Puskin perché è limpidezza, ironia e serietà.
Amo Stevenson perché pare che voli.
Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda.
Amo Cechov perché non va più in là di dove va.
Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.
Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo.
Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui.
Amo Poe dello Scarabeo d’oro.
Amo Twain di Huckleberry Finn.
Amo Kipling dei Libri della Giungla.
Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima.
Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia.
Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria e misura.
Amo Dostoevskij perché deforma con coerenza, furore e senza misura.
Amo Balzac perché è visionario.
Amo Kafka perché è realista.
Amo Maupassant perché è superficiale.
Amo la Mansfield perché è intelligente.
Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto.
Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più.
Amo Svevo perché bisognerà pur invecchiare.
Amo…"
- Italo Calvino, dalla prefazione a "Perché leggere i classici"
" Una volta, quando Boris era piccolo, aveva lasciato cadere il cucchiaio; gli avevano ordinato di raccoglierlo e lui aveva rifiutato, s'era incaponito. Allora suo padre aveva detto, con un tono indimenticabile di dignità: «Allora, lo raccoglierò " io"». Boris aveva veduto un gran corpo che si curvava con rigidezza, un cranio calvo, aveva udito qualche scricchiolio; un intollerabile sacrilegio: ed era scoppiato in singhiozzi. Da allora, Boris aveva considerato gli adulti come voluminose e impotenti divinità. Se si curvavano, si aveva l'impressione che stessero per spezzarsi, se mettevano un piede in fallo e finivano per terra, si era divisi tra la voglia di ridere e l'orrore religioso. E se avevano le lagrime agli occhi, come in questo momento Lola, non si sapeva piú cosa fare. Le lagrime di un adulto erano come una catastrofe mistica, qualcosa come il pianto che Iddio versa sulla cattiveria degli uomini. "
Jean-Paul Sartre, L'età della ragione, traduzione di Orio Vergani, Milano, Bompiani, 1963⁸; pp. 40-41.
[ Edizione originale: L'âge de raison, Gallimard, 1945 ]
La noia, Moravia

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Cominciamo a discutere seriamente dopo la lezione, quando l’aula si è svuotata. Mi fa domande sulla mia vita, e mi cita brani di Erich Fromm, Martin Buber, Erik Erikson. Spesso rimanda alle loro parole, chiosandole con le proprie teorie, pur se ovviamente ha pensato le stesse cose. È in tali circostanze che mi rendo conto come sia proprio un professore e non uno zio. Un pomeriggio, mi sto lamentando della confusione della mia età, di quanto ci si aspetti da me rispetto a quanto io voglia per me. «Ti ho parlato della tensione degli opposti?» mi fa lui. La tensione degli opposti? «La vita è una sorta di tiro alla fune. Vorresti fare una cosa, ma sei costretto a fare qualcos’altro. Qualcosa ti fa male, eppure tu sai che non dovrebbe. Prendi per scontate alcune cose, pur sapendo che non c’è nulla di scontato. La tensione degli opposti, come un elastico che si tira. E quasi sempre stiamo da qualche parte, nel mezzo.» Sembra un incontro di pugilato, commento io. «Già, un incontro di pugilato», ride lui. «Ecco, potresti proprio descrivere la vita così.» Chi vince, domando io? «Chi vince?» Mi sorride, e gli si formano le rughe intorno agli occhi, gli si scoprono i denti storti. «Vince l’amore. L’amore vince sempre.»
“Poi, al pianoforte, suonò per lui e contro di lui, in modo veemente, con la vaga intenzione di marcare l'invalicabilità dell'abisso che li divideva. La sua musica era un randello mulinato con violenza sopra la testa di lui; e anche se lo stordiva e lo schiacciava a terra, lo incitava a rialzarsi. La guardava con timore. Nella sua mente, come in quella di lei, l'abisso si allargava; ma meno in fretta di quanto non crescesse la sua ambizione di colmarlo. Tuttavia aveva una sensibilità troppo ricca e aggrovigliata per restare tutta una sera a contemplare un abisso, soprattutto in presenza della musica. Per la musica aveva una sensibilità fuori dal comune. Era come un liquore forte, che gli provocava intense reazioni emotive - una droga che si impadroniva della sua fantasia e si alzava come una nuvola vagante nel cielo. Scacciava tutte le realtà banali, inondandogli la mente di bellezza e di un romanticismo senza freni, mettendogli le ali ai piedi. Non capiva la musica che lei suonava. Ma qualche indizio su quella musica lo aveva colto nei libri, e dapprima accettò il suo modo di suonare essenzialmente sulla fiducia, aspettando con pazienza le cadenze appaganti di un ritmo semplice e scandito.”
- 📚 Jack London: Martin Eden
“La sofferenza e il dolore sono sempre doverosi per una coscienza vasta e per un cuore profondo.”
Delitto e Castigo Fëdor Dostoevskij