Detta legge e non possiede nulla: la dipendenza dell'Europa da Stati Uniti e Cina
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
A Kiev, il 14 luglio, Ursula von der Leyen ha firmato con Volodymyr Zelensky il nuovo «partenariato per la Difesa»: sei miliardi di euro per i droni, un prestito da dieci per missili e aerei da combattimento, e la formula di rito sulla «forza industriale europea capace di produrre su vasta scala». Il giorno dopo il Financial Times ha aggiunto il dettaglio che la conferenza stampa aveva omesso: Bruxelles ha concesso a Kiev una deroga per spendere gran parte di quei sei miliardi in componentistica cinese. Chip, sensori, batterie al litio, motori elettrici. La stessa Unione che accusa Pechino di essere «il principale sostenitore della guerra russa» finanzia l'industria bellica ucraina con pezzi fabbricati in Cina, perché senza quei pezzi le fabbriche di Kiev non assemblano nulla.
Il portavoce della Commissione, interpellato dal quotidiano britannico, non ha smentito. Ha spiegato che le deroghe «sono garantite in rari casi eccezionali» e che l'Unione «sta lavorando per arrivare al punto in cui potremo produrre queste componenti nel nostro mercato». Un punto che non è arrivato, e che nessuno sa quando arriverà. Nel 2025 il 38-40% dei componenti dei droni ucraini veniva ancora dal Dragone. L'«arsenale della democrazia» europeo, alla prova dei fatti, è una linea di montaggio che dipende da un fornitore che si è deciso di trattare come avversario sistemico.
Questo episodio non è un incidente burocratico. È la fotografia in miniatura di una condizione più larga, che riguarda la difesa, la finanza e la logistica insieme. L'Europa pretende di dettare le regole del pianeta — sanzioni, price cap, liste nere, standard — mentre non controlla nessuna delle infrastrutture materiali su cui quelle regole dovrebbero poggiare. Detta legge con una mano e con l'altra firma le deroghe che le consentono di sopravvivere.
Il paradosso del riarmo che compra dall'avversario
La contraddizione dei droni sarebbe già sufficiente. Ma diventa grottesca se la si legge accanto a ciò che l'Unione stava preparando negli stessi giorni. Il 9 giugno von der Leyen aveva presentato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia: nuove restrizioni all'export di «tecnologie legate ai droni», compresi sistemi di lancio, apparati di guida e disturbatori di frequenza. Il Consiglio avrebbe dovuto votarlo entro il 15 luglio. L'adozione è slittata, con Grecia e Austria a frenare per ragioni tutte interne: Atene per non perdere il diritto di riesportare il gas russo verso Paesi terzi, Vienna per far togliere dalla lista nera una società russa e sbloccare i fondi congelati della sua Raiffeisen.
Fermiamoci sulla simmetria. Bruxelles vieta al mondo la tecnologia dei droni e nello stesso trimestre autorizza Kiev a comprarla in Cina. La sanzione e la deroga escono dallo stesso ufficio, a poche settimane di distanza. Chi crede ancora che le sanzioni siano uno strumento e non un rito propiziatorio dovrebbe soffermarsi su questo dettaglio: si colpisce la capacità altrui di procurarsi ciò che noi stessi non sappiamo produrre e dobbiamo importare dal Paese che diciamo di voler contenere.
Il ventunesimo pacchetto, per la cronaca, prevede il taglio di altre 31 banche russe dai circuiti finanziari, colpisce fino a 662 navi della «flotta ombra», introduce per la prima volta sanzioni sulla pesca, con il bando totale sul merluzzo. È il ventunesimo in tre anni e mezzo. Se lo strumento avesse funzionato, non ne servirebbe un ventunesimo. La reiterazione è la confessione del fallimento, non la prova dell'efficacia.
La difesa che non c'è: il bluff certificato da Arlacchi
Sul perché l'Europa debba comprare i droni all'estero ha scritto pagine chiare Pino Arlacchi, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite, sulle colonne del Fatto Quotidiano. La sua tesi sul piano ReArm Europe è netta: «quel piano era un bluff». Degli 800 miliardi annunciati da von der Leyen nel marzo 2025, 650 non sono mai esistiti come risorse comuni — sono solo il permesso, concesso agli Stati membri, di indebitarsi sospendendo le regole di bilancio. I 150 dello strumento Safe sono prestiti da restituire in rate fino a quarant'anni. I piani nazionali effettivamente approvati valgono meno del 20% della cifra sbandierata.
Arlacchi coglie il nodo industriale con una formula che vale la pena citare per intero. In Europa, scrive, non esiste più nulla di paragonabile al complesso militare-industriale americano: «trentacinque anni di pace interna dopo il 1989 hanno ridotto l'industria militare europea ai minimi storici», incapace «di produrre in un anno le munizioni che l'Ucraina consuma in pochi mesi». Ciò che resta, sostiene, non è un apparato produttivo ma «un'industria della paura», fatta di titoli a effetto, mozioni parlamentari e scadenze apocalittiche recitate come profezie.
Un continente che non fabbrica proiettili a sufficienza, e che per i droni si rivolge alle catene di fornitura cinesi, non ha la base materiale per una politica di potenza. Può averne la retorica. La distanza tra le due cose è esattamente lo spazio in cui vivono le classi dirigenti europee di questo decennio, e in cui — come noto ai lettori di questo blog — abbiamo collocato la nostra lettura del riarmo come diversivo economico più che come strategia difensiva.
La finanza: nostri i risparmi, loro il potere
La dipendenza militare è la più visibile. Quella finanziaria è la più profonda, e la più taciuta. Stefano Manzocchi, sul Sole 24 Ore del 16 luglio, riporta il dato attorno a cui ruota tutto: gli europei detengono in portafoglio obbligazioni e azioni americane per un valore compreso tra gli 8 e i 9,6 trilioni di dollari, mentre i risparmiatori statunitensi hanno in titoli europei 6,4 trilioni. Una parte significativa di quei portafogli europei, osserva l'economista, «sta finanziando l'espansione all'estero della superpotenza digitale americana».
Tradotto: il balzo del 39% degli investimenti diretti in Europa nel 2025, celebrato dal rapporto Unctad come una rinascita, è in buona parte capitale che rientra sotto forma di data center e infrastrutture digitali controllate da oltreoceano. Il risparmio del Vecchio Continente attraversa l'Atlantico, alimenta la corsa americana all'intelligenza artificiale, e ci torna indietro come dipendenza tecnologica. Manzocchi lo dice con la prudenza dell'accademico: gli investimenti esteri greenfield «sottraggono quote di sovranità». Su queste pagine lo abbiamo scritto senza prudenza, ragionando dell'Europa diventata cliente e non polo dell'intelligenza artificiale.
Il dollaro resta la chiave di volta dell'intera architettura sanzionatoria. Le sanzioni europee mordono nella misura in cui viaggiano sui binari del sistema dei pagamenti in dollari e sulla minaccia delle sanzioni secondarie americane. Senza la centralità del biglietto verde, le liste nere di Bruxelles sarebbero gesti simbolici. Il potere che l'Unione esercita quando sanziona non è un potere proprio: è potere preso in prestito da Washington. E come ogni prestito, può essere revocato dal creditore nel momento in cui gli interessi europei e americani divergono, cosa che con la nuova amministrazione della Casa Bianca accade con frequenza crescente.
Non stupisce che la risposta europea a questa subalternità — l'euro digitale — nasca già azzoppata. Come ha documentato Giuliano Zulin sulla Verità, la moneta digitale voluta da Bce e Commissione costerà fino a 30 miliardi tra banche ed esercenti, imporrà un tetto di appena 3.000 euro a portafoglio e, per ammissione degli stessi analisti, «farà solo il solletico al dollaro». Si costruisce uno strumento di sovranità monetaria e lo si progetta perché non possa esercitarla. La guerra silenziosa per i pagamenti digitali si combatte, dal lato europeo, con le armi spuntate in partenza.
La logistica: chi costruisce le navi possiede il mare
Veniamo al terzo pilastro, il meno raccontato, e correggiamo subito una cifra che circola gonfiata. Non è vero che la Cina «gestisca l'80% dei porti europei». Il dato reale, verificabile sui registri di settore, è che le imprese statali cinesi controllano circa il 10% della capacità dei terminal container europei, salita da meno dell'1% a inizio decennio. COSCO detiene il 67% dell'Autorità portuale del Pireo, il 51% di Valencia, il 40% di Bilbao, il controllo del terminal di Zeebrugge, una quota a Amburgo. In totale, i gruppi cinesi vantano quasi trenta interessi in terminal dell'Unione, e sono presenti fino a venti dei terminal collocati nei quindici maggiori scali europei.
Il dieci per cento fa meno effetto dell'ottanta, ma racconta una penetrazione mirata: non tutti i porti, bensì i nodi strategici, quelli da cui passa il traffico che conta. La geografia di quelle quote — Pireo come porta del Mediterraneo verso i Balcani, Valencia e Bilbao sulle rotte atlantiche, il Nord tra Belgio e Germania — disegna una rete, non un insieme di acquisti isolati. Chi ha studiato le mosse di Pechino sa che la Belt and Road non fu mai soltanto infrastruttura: fu il posizionamento sui gangli della circolazione delle merci. Ne scrivemmo quando l'Italia abbandonò l'intesa sulla Via della Seta, cedendo alle pressioni atlantiche senza ottenere nulla in cambio.
Ma il numero che dovrebbe togliere il sonno ai governi europei non riguarda i porti. Riguarda le navi. Nel 2025 i cantieri cinesi hanno incassato il 63% degli ordini mondiali di nuove costruzioni navali e sfornato il 56% del tonnellaggio globale: sedicesimo anno consecutivo di primato assoluto. La Corea del Sud segue a distanza, il Giappone arranca, l'Europa costruisce una quota marginale, stimata attorno al cinque per cento e concentrata nelle crociere e in qualche nicchia militare. Le merci del commercio mondiale — comprese quelle europee — viaggiano in misura crescente su scafi progettati e costruiti in Cina.
Un continente che importa via mare la maggior parte di ciò che consuma, che non costruisce le navi su cui quelle merci viaggiano, e che affida i nodi portuali strategici a un attore esterno, non ha in mano le leve della propria logistica. Le ha in prestito, anche queste. Come ha osservato più volte l'analista di geoeconomia Giacomo Gabellini, la potenza reale nel XXI secolo si misura sul controllo delle catene fisiche del valore — energia, rotte, componentistica — assai più che sul tonnellaggio delle dichiarazioni diplomatiche. Su quel metro, l'Europa è un gigante normativo con i piedi di argilla.
Il pensiero unico contro l'aritmetica
Mettiamo in fila i tre ordini di dipendenza, perché è nella loro convergenza che sta la tesi. Sul piano militare, l'Unione compra i droni dalla Cina mentre sanziona la tecnologia dei droni. Sul piano finanziario, riversa il proprio risparmio negli Stati Uniti e prende in prestito da Washington il potere stesso di sanzionare. Sul piano logistico, naviga su scafi cinesi e attracca in terminal cinesi. Tre indizi che puntano nella stessa direzione fanno una prova: la pretesa europea di dettare legge al mondo non poggia su alcuna autonomia materiale.
L'economista Thomas Fazi ha descritto con precisione il meccanismo psicologico che tiene in piedi questa finzione: l'élite continentale ha sostituito la sovranità reale, che richiederebbe scelte industriali ed energetiche scomode, con la sovranità performativa dei vertici, dei comunicati, delle sanzioni annunciate in conferenza stampa. Si governa la percezione perché non si governa la produzione. E la percezione, a differenza della capacità industriale, si fabbrica per decreto in una mattina.
Chi osserva la scena da fuori lo dice con brutalità maggiore. Jeffrey Sachs ha ripetuto davanti al Parlamento europeo che l'Unione ha rinunciato a una politica estera propria, allineandosi a una strategia decisa altrove e contraria ai suoi stessi interessi economici, a partire dal suicidio energetico consumato dopo il 2022. Il norvegese Glenn Diesen, studioso di geopolitica euroasiatica, aggiunge l'osservazione che qui interessa di più: sanzionando la Russia e diffidando della Cina nello stesso momento, Bruxelles ha spinto Mosca e Pechino l'una nelle braccia dell'altra, costruendo con le proprie mani il blocco eurasiatico che diceva di voler evitare. La deroga sui droni cinesi per Kiev è la nemesi di questa strategia: si dipende dall'asse che si è contribuito a saldare.
Torna allora utile lo sguardo che Leopoldo Benacchio, sul Sole, ha rivolto alla scienza cinese, chiedendosi perché l'Occidente continui a snobbare un Paese che recupera i booster dei razzi come SpaceX, manda sonde su Marte e possiede il rivelatore di raggi cosmici più sensibile del mondo. «È snobismo, senso di superiorità storico, paura del confronto?». La rimozione della potenza reale dell'avversario non è un errore di valutazione isolato: è la stessa disposizione mentale che permette a un continente dipendente di credersi arbitro. Si sanziona ciò che non si è capaci di eguagliare, e si chiama forza ciò che è, all'origine, un modo per non guardare i propri conti.
Cosa resta da fare, e cosa si continua a non fare
La lettura cristiana della storia, cui provo a restare fedele, diffida delle potenze che scambiano l'orgoglio per forza. C'è una hybris nel pretendere di giudicare il mondo mentre si dipende dal mondo per le cose elementari: i chip dei droni, gli scafi delle navi, la moneta in cui si regolano gli scambi. Quella hybris ha un costo, e non lo pagano i commissari che firmano i pacchetti. Lo pagano le comunità che vedono comprimere il welfare per finanziare a debito un riarmo che poi si rifornisce dall'avversario, gli operai dei porti ceduti, i risparmiatori il cui denaro alimenta la competitività altrui.
La strada opposta esisterebbe e la conosciamo: ricostruire capacità industriale invece di sospendere le regole di bilancio per comprare all'estero; trattenere il risparmio europeo in investimenti autoctoni invece di esportarlo oltreatlantico; riportare sotto controllo pubblico i nodi logistici strategici invece di svenderli. Nessuna di queste scelte compare nel ventunesimo pacchetto di sanzioni. Compaiono invece altre 31 banche russe da tagliare e il bando sul merluzzo. Si continua a fare l'unica cosa che non richiede né visione né coraggio: dichiarare.
Finché l'Europa scambierà la reiterazione delle sanzioni per una politica, e la firma dei vertici per una sovranità, resterà ciò che i suoi stessi documenti finanziari, letti onestamente, la descrivono: un continente ricco e disarmato, che detta legge con capitali, navi e componenti che non gli appartengono. La contraddizione non si risolve alzando la voce. Si risolve tornando a produrre — oppure ammettendo, una volta, di non essere più in condizione di comandare.
Una chiosa, per l'Italia
Da tutto questo l'Italia dovrebbe trarre la lezione più diretta, perché la sua condizione è diversa da quella del continente che la ingloba. Il resto, come abbiamo visto, sono chiacchiere: dichiarazioni, pacchetti, vertici. La nostra realtà è un'altra, ed è geografica prima che ideologica. Siamo un molo teso nel Mediterraneo, il punto in cui l'Europa tocca l'Africa e il Levante. Nessun decreto di Bruxelles cambia questa carta.
Nei primi trent'anni dopo l'ultima guerra questo lo sapevamo. Enrico Mattei costruì con l'Eni una diplomazia energetica autonoma, trattando con i Paesi produttori da pari a pari e scavalcando le regole imposte dalle grandi compagnie anglosassoni. La politica mediterranea di quegli anni, con tutte le sue ambiguità, nasceva dalla consapevolezza di una posizione da valorizzare, non di un allineamento da eseguire. L'Italia parlava con il mondo arabo, con i non allineati, con chi cresceva. Faceva i propri interessi stando dentro l'alleanza atlantica senza dissolversi in essa.
Quella consapevolezza sembra perduta. Oggi il Paese esegue, e lo fa proprio mentre gli errori della linea che esegue sono, come ho provato a documentare, di un'evidenza imbarazzante. Ripartire dalla centralità mediterranea significa costruire rapporti con le potenze emergenti, quelle che sosterranno la crescita dei prossimi decenni e che oggi Bruxelles tratta con la tracotanza di chi crede ancora di comandare. Buoni rapporti, non superbia. Scambi, non prediche.
Se l'Italia ha qualcosa da proporre in Europa, lo proponga: nessuno chiede la fuga solitaria. Chiedo l'opposto della sudditanza, che è la responsabilità. Basta con l'allineamento stupido, ripetuto anche quando i conti — i droni comprati dall'avversario, il risparmio esportato, le navi che non costruiamo più — dicono a chiare lettere che la rotta è sbagliata. La fedeltà a un errore evidente non è lealtà. È rinuncia a pensare.
Riferimenti
Il Fatto Quotidiano – Pino Arlacchi, «Ue armata, il grande bluff» (
Il Sole 24 Ore – Stefano Manzocchi, «La corsa Usa nel digitale finanziata con i risparmi Ue»
Financial Times / La Verità – Mirko Molteni, «Von der Leyen firma con Zelensky il partenariato per la Difesa»
Splash247 – «Chinese state-owned enterprises now own 10% of Europe's container terminal capacity» (https://splash247.com/chinese-state-owned-enterprises-now-10-europes-container-terminal-capacity/)
Baker McKenzie – «EU Commission Announces 21st Sanctions Package against Russia» (https://sanctionsnews.bakermckenzie.com/)
Seguici su Telegram | Condividi se pensi che questa lettura meriti di circolare











