“ [Giordano] Bruno sottolinea a più riprese nei testi magici l'esigenza di una teoria universale delle cose. Lo fa anche nel De vinculis, prendendo le mosse, sintomaticamente, dalla riflessione sull'Amore, «padre, fonte, Anfitrite dei vincoli»: «noi — scrive — conseguiremo il livello più alto e primario della dottrina del vincolo quando volgeremo gli occhi all'ordine dell'universo: qui, per mezzo di questo vincolo, le cose superiori provvedono alle inferiori, le inferiori si volgono alle superiori, le pari si associano in mutuo vincolo e si celebra infine la perfezione dell'universo in conformità alla ragione della sua forma». Si tratta di un tema teorico centrale dal punto di vista dell'operazione magica, non per caso ripreso, esplicitamente, anche nel De magia. Bruno, però, nel De vinculis non si limita a questo. Riprende, niente di meno, il tema fondativo di tutta la «nova filosofia», vale a dire il tema della Vita-materia infinita. Lo fa due volte, nella parte finale dell'opera (nell'illustrazione del vincolo XIV e del vincolo XV). Ma al di là della constatazione quantitativa, ciò che effettivamente conta è il modo in cui Bruno ripone il problema. E qui conviene dare la parola direttamente al testo. Nel primo caso, il tema è posto prendendo le mosse dalla considerazione che il vincolo è il mezzo attraverso cui le cose aspirano al bello e al buono. Lo fanno, nella misura in cui ne sono prive. Ma sarebbe sbagliato dedurre da questo, come fanno ad esempio alcuni peripatetici a proposito della materia, che essa è «brutta» e «cattiva», poiché desidera il bello ed il buono. Al contrario: se la materia fosse il male, osserva Bruno, non potrebbe mai aspirare al bene. Questo sarebbe contrario alla sua essenza. «Ma, prosegue, coloro che filosofano più a fondo capiscono ciò che noi abbiamo chiarito altrove; come la materia contenga nel proprio seno l'avvio di tutte le forme, sicché da esso tutte le produce e le emette; e come non sia quella pura privazione, che accoglie in sé tutte le cose dall'esterno quasi come straniere: fuori del grembo della materia, invero, non esiste forma alcuna, e tutte si celano in esso e da esso a suo tempo tutte rampollano». E, ripresa quasi alla lettera, la concezione sviluppata nel De la Causa, Principio et Uno, della materia come «seno inesauribile di forme». E questo è già un punto interessante. Ma qui Bruno, coerentemente al discorso sviluppato nel De vinculis, mette simultaneamente a fuoco gli effetti di questa concezione dal punto di vista del consorzio umano, stabilendo, attraverso la magia, un nesso stretto tra ontologia e dimensione «civile». «A chi dunque rifletta sul vincolo dal punto di vista delle sue applicazioni civili e secondo tutte le prospettive deve essere chiaro come in tutta la materia o in una parte della materia, in ogni individuo o nell'individuo singolo, vivono allo stato latente tutti i semi delle cose e di conseguenza, con accorto artificio, si possono attivare le applicazioni di tutti i vincoli». Ciò vuoi dire che nella realtà, come nella società, nulla è definito una volta per tutte, niente è fisso. “
Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Roma-Bari, Laterza (collana Economica n° 358), 2005 [1ª edizione 1990]; pp. 254-55.




















