Nel suo ragionamento [Giordano] Bruno prende le mosse da una considerazione fondamentale: in questa «terrena vita», l'uomo sta in un doppio limite: e ciò incide, direttamente, nel suo rapporto con le «cose divine». Anzitutto, è «rinchiuso in questa priggione de la carne, ed avinto da questi nervi, e confirmato da queste ossa». Sta, cioè, in un limite oggettivo, corporeo. Ma, al tempo stesso, questo si configura come limite soggettivo, gnoseologico. Il corpo, per l'uomo, è «carcere che tiene rinchiusa la sua libertade», «vischio che tiene impaniate le sue penne», «velo che tien abbagliata la vista». Sia oggettivamente che soggettivamente, l'uomo sta in una dimensione strutturalmente umbratile. In questa vita — ribadisce Bruno — la divina luce è «più in laborioso voto che in quieta fruizione», perché «la nostra mente verso quella è come gli occhi de gli uccelli notturni al sole». È appunto in questo quadro che, rispetto alla conoscenza del sapiente, si afferma la potenza conoscitiva del furore. Dal punto di vista universale, essere virtuosi, sapienti, vuol dire, infatti, accettare la vanitas, il niente. Dal punto di vista del singolo, vuoi dire dissolvere il proprio specifico, irripetibile destino entro l'infinita vicissitudine delle sorti e delle forme. In un caso o nell'altro, «virtù», «indifferenza», «temperanza» significano offuscamento della praxis intellettuale, della possibilità della renovatio, di quella straordinaria transformatio «per cui il cacciator dovegna preda, il cacciator doventi caccia». Questo, in effetti, è il confine proprio della conoscenza del sapiente. Ma essa rappresenta solo un grado della nostra conoscenza. Allo stesso modo, la sua virtù rappresenta solo un grado della nostra virtù. L'obiettivo del furioso è di andare al di là dell'uno e dell'altro, sforzando al massimo il ritmo della vicissitudine.
Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Roma-Bari, Laterza (collana Economica), 2005 [1ª ed. 1990]; pp. 179-80.















